Martedì 25 novembre 2025

Oh Tellynonpiangere!
Ieri mattina un’amica mi ha mandato una canzone, senza alcun commento, nel tardo pomeriggio l’ho sentita e, per certi versi, mi ha colpito; l’autore si identifica con quello strano nome d’arte: Tellynonpiangere, un ragazzo di 24 anni bolognese, concorrente di un programma televisivo che non conosco, X factor.
Che alla fine famiglia è con chi stai
Ma anche foto dove non ci sei

Inizialmente questa parte del testo mi aveva colpito, per via di un’osservazione molto intelligente e saggia: la famiglia sono quelli con cui stai ( cfr Mc 3: “Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!”), d’altra parte anche quando fai le foto e quindi tu non ci sei, devi dire che lo fai perchè chi fotografi è familiare.
Leggendo poi di questo giovane cantante, ieri sera tardi, ho scoperto che si tratta di un ragazzo in affido da diciotto anni, e qualcosa delle sue parole si è chiarito come auto biografico.
Ma la cosa che mi ha davvero colpito è la frase che dice:
Siamo ciò che ci manca
Perchè mi è parso di intuire, da parte di un ragazzo così giovane, la fame di un infinito che spinge sempre un pò più in là, un desiderio di infinito che rende insufficiente ogni cosa e che ci porta dritti al Mistero.
Certo poi la canzone parla di fragilità, di debolezza e di malessere, ma credo che sia interessante cercare, dentro ciò che c’è, tutto il bene che ci può essere; anche una canzone sconosciuta può farci pensare.

Una sfida per oggi: trova una parola, un gesto, un volto, una canzone, o ciò che vuoi tu, che ti ributti dentro il cuore della vita, della tua vita. Domandalo come dono.

Eccovi il link per ascoltare l’intera canzone:
https://www.youtube.com/watch?v=bNTwM_I1mB4


dalla liturgia ambrosiana:

In quel tempo. I farisei uscirono e tennero consiglio contro il Signore Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: «Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento. Porrò il mio spirito sopra di lui e annuncerà alle nazioni la giustizia. Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta, finché non abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le nazioni».

Vangelo secondo Matteo, 12 14-21.

Il Servo di Dio, così come lo immagina il profeta Isaia, è un tipo mansueto, che vuole solo che emerga la figura del “Padrone” e che quindi cerca di tutto per mostrare lui e non sè stesso. riprendo questa immagine di delicatezza e attenzione alle più piccole cose perchè mi pare un ottimo test di auto- valutazione: essere padroni e non servi è purtropp oil pericolo che spesso gli uomini corrono, passare dal fare per Lui al fare per sè lo si riconosce dalla trascuratezza di tutti i particolari: lo vedo sempre nelle attenzioni dei ragazzi che fanno la segreteria, la loro cura per i particolari è come un abbraccio caldo e sicuro.
Qui troviamo anche un’altra interessante indicazione, che quasi ci potrebbe sembrare un errore: “Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti”; segno che tutti quelli che lo seguono sono malati? O che la malattia di cui si parla non è una questione strettamente fisica ma che tutti hanno? E quale male sarebbe quello che affligge tutti?
Detto subito che la seconda ipotesi è quella da considerare, resta da dover rispondere alla domanda finale: il male che affligge tutti gli uomini è la loro umanità, imperfetta e limitata. Gesù si presenta come ipotesi di risposta e la sequela rende fatto quella intuizione.


Il primo punto dei tre preannunciati da Davide come risposta alla domanda sulla missione ci indica che si può essere missionari semplicemente perchè mendicanti.
E’ un’idea che a me corrisponde moltissimo: si parte e ci si muove perchè desiderosi di rivedere il Suo volto nei volti delle persone che ci sono affidate. L’idea del prete protagonista del “potere e la gloria” è poi un utilissimo strumento per rendere l’idea dell’essere mendicante: uno cosciente della vita come compito e insieme del suo essere peccatore e quindi bisognoso di misericordia.


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