20 dicembre 2025 | cinque giorni a Natale

O Chiave di Davide (Is 22, 22) e scettro della casa d’Israele (Gn 49,  10),
che apri e nessuno chiude; chiudi e nessuno apre:
vieni e strappa dal carcere l’uomo prigioniero, che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte 
(Sl 107, 10.14).

O chiave; in architettura la chiave é il punto centrale, spesso la pietra, che chiude un arco, una volta, e che permette di distribuire il peso della struttura sui lati, dando forza e resistenza a tutta la costruzione. Cristo è chiave di Davide, colui che compie la storia del re che ha dato slancio al popolo ebraico, e così Davide “sta in piedi” per Cristo.
Scettro della casa d’Israele, è il segno del potere, il bastone del pastore che diviene simbolo della sovranità. Cristo che viene è quindi ciò che permette di regnare: chi ha Gesù regna, governa; ma questo vale anche per noi, per la nostra vita?
Che apri e nessuno chiude, il potere di Cristo è definitivo, porta a compimento ciò che è destino dell’uomo.
Vieni; l’uomo da solo, l’uomo che non si fa “governare” dall’amicizia con Cristo, si chiude nel carcere della propria umanità e non trova via di compimento se non nella logica del potere e della violenza.
Tenebre e ombra di morte sono la pena a cui l’uomo si condanna: sono termini per dire la totale e profonda solitudine in cui cade l’uomo che ha la pretesa di farsi da sé.


dalla liturgia ambrosiana:

In quel tempo. Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Vangelo secondo Luca 1,57-66.

“Parlava benedicendo Dio”. Queste poche parole sono quelle che mi hanno sempre colpito di più in questo episodio: solo l’uomo cosciente, testimone, dell’opera di Dio nella sua vita può parlare per benedizioni. Tutto della vita dell’uomo diviene sorgente di lode e di memoria, tutto è teso a ciò che è accaduto e che ha preso la vita.
E credo sia anche d’aiuto considerare il fatto che Zaccaria parla benedicendo Dio dopo nove mesi di forzato silenzio, avrebbe potuto dire qualsiasi altra cosa, ma benedice: quel silenzio ha portato a comprendere. E questo vale per ogni forma di silenzio che sia tale.


Si tratta proprio di questo: c’è una vertigine che coglie l’uomo e a cui l’uomo non può reggere; Abramo è solo un uomo e a lui è promesso di diventare una moltitudine.
Come non essere schiacciati da questo annuncio.
Fatto identico a quello che contempliamo in questi giorni: a una ragazza di quindici anni è chiesto di portare in grembo il Salvatore del mondo; come non essere schiantati da questa richiesta? O come si può dire coscientemente alla persona amata che vorremmo dare tutto, per sempre, quando non siamo fedeli neanche a noi stessi?
Solo che essere coscienti di sè significa avere coscienza che la vita dell’uomo è tutta attraversata dalla sfida e dalla vertigine che ne consegue.


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