Non ho fatto regali.
Nemmeno a me stesso.
Ne ho invece ricevuti tanti, piccoli e grandi. E tutte le volte con un senso di imbarazzo profondo: l’altro, gli altri, mi hanno ricordato e hanno speso tempo e denaro per me e io invece, complici i pochi soldi e soprattutto la mancanza di tempo, non ho fatto nessun dono. E ormai è qualche anno che tutto questo mi accade.
Ma quest’anno è accaduta una cosa nuova: ho visto la gratitudine nel gesto di tanti; non ci avevo mai badato troppo ma ora credo che sarebbe tutto molto diverso se le cose partissero sempre dalla coscienza che tutto è dono, e che io sono oggetto di un amore continuamente donato a me.
Che bellezza pensare che il dono è segno della nostra fede: facciamo regali perché Dio ci ha donato tutto: noi stessi, il mondo, gli altri e anche Lui. Fare doni non è altro che l’esplicitarsi della consapevolezza che innanzitutto abbiamo ricevuto.
Tutto questo mi è stato chiaro l’altra sera quando un messaggio mi preannunciava l’imminente visita di un amico, orami laureato e sposato da alcuni anni; la cosa sul momento mi ha dato solo contentezza perchè i passi che ha fatto in questi primi anni di matrimonio sono incredibili e stupendi ma la letizia si è subito trasformata in stupore quando appena arrivato e senza giri di parole mi ha consegnato una busta con dei soldi in contanti, per le ristrutturazione della chiesa, dicendomi: “volevamo usarli per una cosa nostra, per questo li stavamo mettendo via così, ma abbiamo pensato che la gratitudine per quello che viviamo la dobbiamo innanzitutto a questo posto, a questa chiesa”.
La gratitudine è un dono di Dio. Bellissimo.
Per questo i volti che hanno fatto la nostra storia non potremo mai perderli, ci hanno donato quello che siamo.
dalla liturgia ambrosiana:
V° giorno del Natale del Signore
san Tommaso Becket, vescovo e martire
Nasce a Londra nel 1118 da una famiglia normanna di mercanti. Dopo aver concluso brillantemente gli studi di diritto a Londra e a Parigi, entrò nelle grazie del re d’Inghilterra Enrico II, di cui divenne consigliere e confidente, fino ad essere nominato nel 1155 Cancelliere dello Scacchiere. Per sette anni Becket ricambiò fedelmente l’amicizia del re condividendo con lui fatiche e preoccupazioni di governo, oltre che sfarzo e spensieratezza di vita.
Alla morte dell’arcivescovo Teobaldo, nel 1162, Enrico II, nonostante l’opposizione dell’amico, volle nominarlo arcivescovo, nella fiducia che con le sue brillanti doti di amministratore Tommaso potesse aiutarlo a risolvere i problemi esistenti tra casa reale e alti prelati inglesi.
Ma per Tommaso questa nomina segnò un profondo cambiamento di vita: egli cominciò a seguire il costume e l’austerità dei monaci del tempo e a considerare come legge suprema l’evangelo di Gesù. I poveri furono ospiti privilegiati alla sua mensa. Si trovò inoltre presto in contrasto con il re, difendendo egli l’autonomia della Chiesa contro le indebite rivendicazioni reali codificate nelle Costituzioni di Claredon (1164). Abbandonato dai confratelli nell’episcopato, che preferivano tenere una linea più morbida con il re, tiepidamente difeso dal papa, osteggiato dalla nobiltà, fu costretto a un lungo esilio in Francia.
A seguito di una momentanea riconciliazione con il re, Tommaso nel novembre del 1170 rientrò a Canterbury, senza però mutare le sue posizioni in difesa della libertà della Chiesa d’Inghilterra. Nonostante il pericolo cui consapevolmente andava incontro, Tommaso continuò sulla sua strada, convinto di difendere la causa di Dio contro Cesare.
E solo qualche giorno dopo, il 29 dicembre 1170, al termine dei vespri, fu ucciso di spada davanti all’altare della sua cattedrale. Aveva rifiutato di difendersi e, respingendo il tentativo dei monaci di barricare le porte della chiesa, prima di cadere colpito aveva pronunciato le parole: “Sono pronto a morire per il nome di Gesù e per la difesa della Chiesa”.
Canonizzato nel 1173, la sua memoria è celebrata a Roma fin dal XII secolo.
In quel tempo. Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».
Vangelo secondo Matteo 2,19-23.
Davvero Giuseppe è un uomo guidato dai sogni. Altro che Freud!
Per la cultura ebraica il sonno equivale alla morte, uno stato di incoscienza dove non c’è vita cosciente; così il sogno diventa un modo misterioso con cui il volere di Dio entra nella vita.
L’annuncio a Maria era una richiesta, aveva bisogno di una risposta, con Giuseppe invece il buon Dio ferma a dare delle indicazioni: c’è da fare questo.
Credo di poter dire che tutto questo abbia per presupposto che Giuseppe non era semplicemente il buon uomo semplice e con la barba da carpentiere, era piuttosto un uomo dalla fede così solida da poter prendere come comando un sogno perchè segno della volontà di Dio.
Mi torna alla mente il buon Samuele che risponde alla voce che lo sveglia nel sonno quello che il suo maestro Eli gli ha indicato di dire: “Parla perché il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 3).
Noi per credere abbiamo bisogno di prove, altro che sogni!
Signore, aumenta la nostra fede.
Leggiamo il testo della omelia di papa Leone
alla Messa nella notte di Natale

Cari fratelli e sorelle,
per millenni, in ogni parte della terra, i popoli hanno scrutato il cielo dando nomi e forme a stelle mute: nella loro fantasia, vi leggevano gli eventi del futuro cercando in alto, tra gli astri, la verità che mancava in basso, tra le case. Come a tentoni, in quel buio restavano però confusi dai loro stessi oracoli. In questa notte, invece, «il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1).
Ecco l’astro che sorprende il mondo, una scintilla appena accesa e divampante di vita: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11). Nel tempo e nello spazio, lì dove noi siamo, viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna.
È il Natale di Gesù, l’Emmanuele. Nel Figlio fatto uomo, Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso, «per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro» (Tt 2,14). Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto.
Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. È divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente.
Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo. Finché la notte dell’errore oscura questa provvidenziale verità, allora «non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri» (Benedetto XVI, Omelia nella notte di Natale, 24 dicembre 2012). Così attuali, le parole di Papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza.
Ammiriamo, carissimi, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo. Come notava Sant’Agostino, «la superbia umana ti ha tanto schiacciato che poteva sollevarti soltanto l’umiltà divina» (Sermo in Natale Domini 188, III, 3). Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia?
La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù. Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa «una moltitudine dell’esercito celeste» (Lc 2,13). Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra (cfr v. 14): nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature.
Perciò, esattamente un anno fa, Papa Francesco affermava che il Natale di Gesù ravviva in noi «il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta», perché «con Lui fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia, con Lui la speranza non delude» (Omelia nella notte di Natale, 24 dicembre 2024). Con queste parole iniziava l’Anno Santo. Ora che il Giubileo si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo. Come canta il Salmista: «Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. / In mezzo alle genti narrate la sua gloria, / a tutti i popoli dite le sue meraviglie» (Sal 96,2-3).
Sorelle e fratelli, la contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza. È festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. È festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. È festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo.
Buona giornata,
donC

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