Mercoledì 21 gennaio 2026

“Fare flanella”.
E’ quello che mi ha detto una persona che sono stato a trovare ieri in Rsa, stare in quel luogo è per lei un modo di perdere il suo tempo senza fare nulla. In effetti credo che il grande pericolo di questo tipo di residenze sia quello del tempo vuoto, come una sorta di quieta attesa di ciò che dovrà accadere. E quello che si attende non è una cosa che si desidera.
Sono tornato con la sensazione addosso che il problema del tempo è davvero la grande questione della nostra vita: sin da piccoli il problema è riempirlo, e anche quando si è efficienti il problema è che il tempo ce lo riempiono e il poco tempo libero spesso è pieno di nulla, quando poi si diventa in qualche modo improduttivi per la società allora si torna padroni del tempo ma non si sa bene che farne, così uno continua a lavorare un altro si dedica agli hobby e un altro a qualche strana passione che possa riempire il tempo.
Così il grande pericolo della vita, di tutti, sempre, è quello di fare flanella, di ciondolare, accontentandoci di vivere. Certo, non in maniera così becera come l’ho scritta, ma certamente guardandoci bene dal vivere all’altezza del nostro cuore, lasciandoci vivere.

Ora per me vorrei solo questo: poter vivere all’altezza di ciò che ho visto, all’altezza di quello che ho incontrato. Che io non mi stacchi mai da quella mano che mi ha preso.


dalla liturgia ambrosiana:

La memoria di Agnese (dal greco agné, cioè casta) è attestata dal calendario romano più antico, del 354, e dagli antichi sacramentari romani. Inoltre si hanno su di lei numerose testimonianze di grandi Padri, come Ambrogio (che ne descrisse la passione e compose un inno in suo onore), Prudenzio, Girolamo e Agostino. Secondo la tradizione latina, Agnese sarebbe stata una giovinetta martirizzata sulla via Nomentana per la sua testimonianza eroica, dopo vari tormenti. È stata considerata una delle più illustri martiri della Chiesa, meritando di essere iscritta nel Canone romano, la principale preghiera eucaristica della Chiesa. È anche nota per una tradizione che continua ai nostri giorni, collegata al conferimento del pallio, da parte del Papa, ai metropoliti.
I canonici di S. Giovanni in Laterano, che servono la basilica di S. Agnese, benedicono ogni anno due bianchi agnelli nel giorno natalizio della santa; con la loro lana vengono confezionati i pallii, che il Papa dona agli arcivescovi per indicare che anch’essi, come Agnese, devono essere pronti a dare la vita per la Chiesa, sposa di Cristo.

In quel tempo. Giunsero la madre e i fratelli del Signore Gesù e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Vangelo secondo Marco 3,31-35.

Se fossi stato parente di Gesù anch’io ne sarei stato orgoglioso, e anch’io sarei andato a cercarlo per dire a tutti che era mio parente. Chi non cercherebbe, orgogliosamente, di mostrare la propria parentela con Cristo, se umanamente ne avessimo una? Eppure noi siamo molto più che fratelli di sangue di Gesù, la nostra fraternità con lui è frutto dell’essere figli del Padre.
E allora perché non ne siamo così fieri? Perché non ci mostriamo orgogliosi della nostra parentela con Cristo?
Il punto di partenza è che facciamo fatica a commuoverci per Cristo, quindi facciamo fatica a pensare di raccontare per prima cosa di questa amicizia; ci sono amici che ormai lavorano da anni e che non hanno ancora avuto la libertà di dire “di chi sono”. Non che questo sia da fare o non fare per principio, ma credo che sia indicativo.
Ecco quindi il punto discriminante, quell’ultima frase di Gesù: fratelli e sorelle suoi sono quelli che fanno la volontà del Padre.
Ma noi ci muoviamo nelle giornate secondo una volontà non nostra?


Evidentemente noi parteggiamo per la quarta ipotesi, non solo perché è la più “pigra” ma soprattutto perché, delle quattro, è la più ragionevole. Il rapporto con il mistero può svelarsi sempre più passando attraverso la verifica di ciò che ci ha educato: se una via ci ha aperto la strada al mistero perchè non continuare in quella strada? Se poi non fosse all’altezza del nostro cuore avremmo sempre la possibilità di provare a scandagliare altre vie, magari percorrendo quelle che ci paiono colmare le lacune della nostra tradizione.
Chi cerca un senso ultimo non avrà dalla sola intelligenza le prove necessarie per dire che la propria tradizione religiosa è quella vera.
Fino a prova contraria …


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