Venerdì 30 gennaio 2026

Il buon Dio è un gran burlone.
Ieri mattina presto ho scritto del desiderio di un giornale che riportasse la grandezza e la bellezza della vita; ma poi la realtà è sempre molto complessa, molto più dei nostri poveri pensieri.
Fino a quando sono sceso in studio e ho incontrato quella persona non avevo ancora parlato con nessuno, anzi, avevo anche evitato di rispondere a una telefonata, perché stavo pregando, e così quella è stata la prima persona che ho ascoltato, la prima che mi ha rivolto la parola. Ed è partito tutto di getto, un getto freddo direttamente in faccia: “la scorsa settimana ho cercato di togliermi la vita”. Come vedere il positivo? Come vedere la bellezza che il cuore brama? Come poter dire a quella persona che Dio è amore?

Innanzitutto mi ha colpito la grandezza del decidere di raccontarsi, è la scelta di non essere più solo di fronte a sè, è l’idea che il peso che porti lo affidi anche a qualcuno che non sei solo tu. E’ già un modo per chiedere aiuto, compagnia.
Secondo: quella confessione mi ha generato una simpatia e una tenerezza che non credevo si potessero avere a quell’ora del mattino, quelle parole le ho portate dentro per tutta la giornata e spesso ho offerto le mie misere fatiche perché quella persona possa trovare pace.
Infine il dono di quell’incontro mi ha spalancato la giornata davanti: come non domandarsi “che cosa ci faccio io di questa mia vita?” E come non attardarsi, ancora un momento, a dire grazie a Dio per quell’incontro.


dalla liturgia ambrosiana:

In quel tempo. Essendo il Signore Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Vangelo secondo Marco 5,21-24a. 35-43.

Anche a noi, magari in una “botta” di realismo, forse sarebbe accaduto di lasciar perdere: quella bimba ormai è morta e non ha senso alcuno continuare a chiedere. Ma è Gesù che insiste; dove l’uomo si ferma per logica, Dio continua per amore. E’ questo il miracolo che dovremmo guardare commossi, perché questo è ciò che ci accade tutti i giorni.

“Non temere, soltanto abbi fede”, dove la fede prende la forma di un vero e proprio “stammi attaccato”. E anche qui, che contraddizione con la fede intesa come un nostro atto di ragione. Fede è riconoscere che la salvezza della vita è Cristo e che ciò che è chiesto e sempre e solo quel: “vieni e seguimi”.

“E disse di darle da mangiare”, Gesù ha voluto che quella morticina si alzasse, ri-sorgesse; ma poi mostra a tutti che la vita va custodita, che c’è bisogno di un aver cura di sé che nemmeno il miracolo toglie come compito.
Gesù ci dona la vita, a noi il compito e la responsabilità di custodirla.


Questa osservazione ha dell’ovvio. Chi racconta della divinità presuppone sempre di essere il solo tramite di quello svelarsi.
Il punto è che capita anche a noi: quanto spesso ci capita di avere in mente che a noi, meglio, che a me, è dato di avere la chiave della vera religiosità; quello che io credo e che io professo è tutto ciò che si dovrebbe credere e professare, gli altri sono tutti un passetto indietro.
Credo che uno dei vantaggi introdotti dal magistero di papa Francesco sia proprio quello della sinodalità: nessuno può considerarsi come l’unico tramite della conoscenza di Cristo, occorre essere insieme perchè il volto di Cristo si sveli.


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