Sabato, giornata richiamo.
Alla mattina ho celebrato il primo matrimonio dell’anno, alla Certosa di Garegnano, erano due amici che hanno appena finito l’università.
A sera ho partecipato alla festa di compleanno di un’amica, in san Pio.
Vedere gente giovane che dice il proprio sì è davvero bello, ti chiede espressamente se c’è ancora la stessa passione, la stessa voglia: tu per chi daresti la vita?
Due ragazzi appena entrati nel mondo degli adulti che vogliono darsi tutto, e una quarantenne, con le sue amiche, che ha detto un sì grande a Gesù nella scelta della verginità, sono un richiamo potente a quanto sia umano quel desiderio innato di dare tutto.
Specie la sera, guardavo quel gruppetto di ragazze e mi stupivo del loro sì, umano e gioioso, un sì che non toglie la voglia di essere belli, di essere donne ammirate e guardate: erano vestite “della festa”, ma che non concede di essere solo quello; che ha una grande voglia di divertirsi ma mai alle spalle di qualcuno, anzi includendo tutti, dai bambini ai più grandi della compagnia.
Così, approfittando del fatto per me che la torta non era una priorità, ho chiesto a una delle ragazze che conoscevo dai tempi di san Marco, quando era una ragazzina, che mi raccontasse come è stato che ha preso quella strada. E lei mi ha raccontato di un desiderio che è cresciuto come un seme dentro lei, fino a essere pianta con cui dover fare i conti. Proprio bello.
Per questo ieri mattina mi sono inalberato, quando “per sbaglio” mi è stato detto di un ragazzo che è in crisi perchè finita l’università non ha ipotesi di forma per la sua vita. Non è la forma ciò a cui si dice sì, è a Cristo, e la forma potrebbe anche essere quella che non ti piace, ma dici sì a quel volto che ti ha preso e quello solo ti mette in pace.
Altrimenti al mondo ci sono quelli fortunati e quelli no. Ma il buon Dio non sa nemmeno che esista, per noi, una serie A e una serie B, esisti tu, e Lui che ti aspetta.
dalla liturgia ambrosiana:
PRESENTAZIONE di Gesù
La liturgia commemora oggi un episodio dell’infanzia di Gesù, nel quale si manifesta luminosamente il senso e la destinazione della sua vita: la sua presentazione al Tempio. Maria, 40 giorni dopo la nascita del suo primogenito, portò il bambino al Tempio per offrirlo al Signore e riscattarlo, secondo la legge di Mosè, mediante l’offerta richiesta ai poveri: il sacrificio di due tortore o due colombe (Lc 2,22-38).
Questo adempimento della legge prelude e annuncia l’offerta di Gesù al Padre nel sacrificio della croce, e la comunione personale di Maria alla passione del figlio, come profetizzato da Simeone: “Una spada ti trafiggerà l’anima”. Il Redentore è offerto per le mani della Madre che si associa alla consacrazione del Figlio, preannunciando la sua futura collaborazione all’opera sacrificale della croce.
La festa di oggi, ricordata per la prima volta nel racconto della pellegrina Eteria, era definita a Gerusalemme “santo incontro del Signore ” (Ipapante): incontro e manifestazione al popolo di questo Bambino che attualizza il disegno divino, la salvezza messianica, poiché è “salvezza per tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele” (Lc 2,30-32). Dalla parola di Simeone trae origine il rito della benedizione dei ceri e della processione, di cui si ha testimonianza già nel secolo X.
Si tratta di un uso probabilmente proveniente dalla liturgia di Gerusalemme, come si può dedurre dai suggestivi canti processionali, ancora in uso nei monasteri. In questa festa la Chiesa va incontro, come Simeone ed Anna, al Signore che viene incontro a lei, e riconosce la sua missione di salvezza: celebrare il dono offerto a tutti gli uomini nella Eucaristia, segno che anticipa l’incontro escatologico definitivo.
In quel tempo. Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio «una coppia di tortore o due giovani colombi», come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
Vangelo secondo Marco 2,22-40.
“Luce per rivelarti alle genti”.
Per questo oggi è la festa della luce.
Spesso viene usata l’immagine della luce per parlare della rivelazione di Cristo, e ne parla anche lui stesso. E la luce non è solo qualcosa di evidente e importante per la conoscenza della realtà e delle cose, la luce è indispensabile per la vita. Senza Cristo non si vive.
E questa luce è salvezza “davanti a tutti i popoli”, quindi una reale possibilità per tutti gli uomini e le donne. Da questo nasce la missione, da questo viene il modo di stare nel mondo: aiutando i nostri fratelli uomini a vedere la luce dentro cui stanno immersi.
Ma per noi è così? Cristo è la nostra luce? La nostra vita è annuncio?
Catechesi del mercoledì
di papa Leone
I Documenti del Concilio Vaticano II.
Costituzione dogmatica Dei Verbum.
3. Un solo sacro deposito. Il rapporto tra Scrittura e Tradizione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Proseguendo nella lettura della Costituzione conciliare Dei Verbum sulla divina Rivelazione, oggi riflettiamo sul rapporto tra la Sacra Scrittura e la Tradizione. Possiamo prendere come sfondo due scene evangeliche. Nella prima, che si svolge nel Cenacolo, Gesù, nel suo grande discorso-testamento rivolto ai discepoli, afferma: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. […] Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 14,25-26; 16,13).
La seconda scena ci conduce, invece, sulle colline della Galilea. Gesù risorto si mostra ai discepoli, che sono sorpresi e dubbiosi, e dà loro una consegna: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). In entrambe queste scene è evidente il nesso intimo tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli.
È ciò che il Concilio Vaticano II afferma ricorrendo a un’immagine suggestiva: «La sacra Scrittura e la sacra Tradizione sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine» (Dei Verbum, 9). La Tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr n. 113) rimanda, a questo proposito, a un motto dei Padri della Chiesa: «La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali», cioè nel testo sacro.
Sulla scia delle parole di Cristo che abbiamo sopra citato, il Concilio afferma che «la Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo» (DV, 8). Questo avviene con la comprensione piena mediante «la riflessione e lo studio dei credenti», attraverso l’esperienza che nasce da «una più profonda intelligenza delle cose spirituali» e, soprattutto, con la predicazione dei successori degli apostoli che hanno ricevuto «un carisma sicuro di verità». In sintesi, «la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede» (ibid.).
Famosa è, al riguardo, l’espressione di San Gregorio Magno: «La Sacra Scrittura cresce con coloro che la leggono». [1] E già Sant’Agostino aveva affermato che «uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Scrittura e uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tanti santi». [2] La Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia.
Suggestivo, in questa linea, è quanto proponeva il santo Dottore della Chiesa John Henry Newman, nella sua opera dal titolo Lo sviluppo della dottrina cristiana. Egli affermava che il cristianesimo, sia come esperienza comunitaria, sia come dottrina, è una realtà dinamica, nel modo indicato da Gesù stesso con le parabole del seme (cfr Mc 4,26-29): una realtà viva che si sviluppa grazie a una forza vitale interiore. [3]
L’apostolo Paolo, esorta più volte il suo discepolo e collaboratore Timoteo: «O Timoteo, custodisci il deposito che ti è stato affidato» (1Tm 6,20; cfr 2Tm 1,12.14). La Costituzione dogmatica Dei Verbum riecheggia questo testo paolino là dove dice: «La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa», interpretato dal «magistero vivo della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo» (n. 10). “Deposito” è un termine che, nella sua matrice originaria, è di natura giuridica e impone al depositario il dovere di conservare il contenuto, che in questo caso è la fede, e di trasmetterlo intatto.
Il “deposito” della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza.
In conclusione, carissimi, ascoltiamo ancora la Dei Verbum,che esalta l’intreccio tra la Sacra Scrittura e la Tradizione: esse – afferma – sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime (cfr n. 10).
Buona settimana,
donC

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