Martedì 3 febbraio 2026

San Biagio.
All’epoca di Liscate, tredici anni fa, questo periodo era divertente: il 17 gennaio, per sant’Antonio, giravo a benedire le stalle, il pomeriggio di quel giorno facevo sul piazzale della chiesa la benedizione degli animali da “compagnia, anche se non mancavano mai i pesci o un asinello che arrivava da chissà dove, e dopo la preghiera la “parrocchia” offriva la merenda a tutti gli animali presenti, la sera c’era il grande falò che non so se portava via l’inverno ma che certo dava la cenere per concimare i campi.
Poi arrivava la candelora e con lei san Biagio e la benedizione della gola e il pezzetto del panettone benedetto. Era un’epoca di gesti e il tempo era scandito dalla liturgia.
Nel mio supermercato è da Natale che sono spariti i panettoni. E nessuno più ci ricorda di festeggiare san Biagio, protettore della gola. Oggi, per quasi tutti, sarà un giorno come ieri.

Eppure mi interessa sapere che la benedizione della gola è come per ricordarci che un figlio chiede al proprio padre anche le cose più sciocche, di liberarlo dai fastidi, di accompagnarlo nelle stanze buie, come di rimboccargli le coperte.

Solo a un padre, a una madre, puoi chiedere di guarirti il mal di gola, di rimboccarti le coperte, allora, solo allora sei certo di non essere solo.


dalla liturgia ambrosiana:

Le notizie storiche di san Biagio sono molto scarse. Si sa che era di origine armena e fu eletto vescovo di Sebaste. Infierendo la persecuzione di Licinio, Biagio ritenne prudente lasciare la città e rifugiarsi in una grotta nascosta nella boscaglia, ma l’andirivieni delle persone che lo cercavano rese ben presto noto a tutti il suo nascondiglio. Condotto in città, per ordine del governatore Agricola, fu imprigionato, ma anche nella prigione riceveva e sanava molti ammalati. Un giorno si recò da lui una madre il cui figlio stava morendo soffocato, per aver ingoiato una spina di pesce: Biagio lo benedisse e lo risanò immediatamente.
La buona mamma, per ringraziarlo, gli offrì una candela per illuminare di notte la cella e un po’ di cibo. Da qui nacque la tradizione di benedire, con due ceri incrociati, la gola dei fedeli nel giorno della sua festa. Questo episodio valse a san Biagio la qualifica di protettore di tutti i mali della gola. Si racconta pure del suo amore per gli animali, che anche loro per le sue mani erano curati e guariti. Per questo è venerato come patrono dei veterinari. Il culto di san Biagio si è diffuso particolarmente in Armenia, ma la fama di questo santo ha raggiunto anche l’occidente, entrando nella tradizione e nella pietà popolare. Il suo martirio avvenne nel 320 durante la persecuzione di Diocleziano.

In quel tempo. Il Signore Gesù partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Vangelo secondo Marco 6,1-6a.

“Si meravigliava della loro incredulità”. Questo mi colpisce sempre, Gesù non mette in conto che non gli si creda, è così certo dell’evidenza che non pensa possibile dire di no a chi ama davvero. Eppure è quello che succede: per non accogliere ciò che è fuori misura, ciò che non corrisponde immediatamente si finisce con il negare.
Accade spesso di vedere questa strana modalità di risposta.

Attenzione a una sottolineatura che credo necessaria: il rifiuto è generato dai discorsi di Gesù, non dai miracoli. E questo porta a non fare miracoli. Perchè i miracoli sono la forma pratica delle parole che Gesù dice, ma se non si crede alle parole allora non si crederà nemmeno ai gesti. E lui non ne fa se non quelli che nascono in lui da una tenerezza verso chi soffre.


Quest’ultima osservazione ci porta a fare i conti con il fatto che la tradizione ebraica introduce un nuovo elemento nel rapporto con il mistero: la rivelazione. Dio si lega all’uomo e cerca in tutti i modi di far sì che l’uomo possa ricambiare l’amore per cui è stato creato.
Questo genera una storia di rivelazione e non solo un momento rivelativo.
La storia e non un singolo evento sono lo svelarsi del mistero.
Teniamolo presente, anche per noi in qualche modo dovrà essere così, come lo è delle precedenti osservazioni: se la nostra fede non comprende una continuità non potremo credere: o accade ora o non è vero.


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