Ieri pomeriggio sono stato a portare l’unzione degli infermi a un signore, poi ho confessato un pò di gente e alle 19 ho celebrato la Messa. Cose che faccio quasi ogni domenica: ho risposto a dei bisogni.
Così come il giorno prima ho cercato di rispondere ai bisogni, concreti, di Egata che viveva con me; e ho incontrato un sacco di persone che avevano domande e questioni, bisogni, da provare a guardare.
Come del resto tutti i giorni e tutte le ore della giornata, di qualsiasi giornata, cerco di rispondere ai miei bisogni, bisogni di tutti i tipi.
La vita, le giornate, sono bisogni da risolvere, domande cui rispondere.
Come quel signore che, nella fatica della fine, respirava come cercando l’aria.
La vita è tutta costruita nella risposta ai nostri bisogni.
Sta a noi decidere a quali bisogni dare la precedenza, a quali bisogni cercare risposta.
Rapportarsi ai bisogni è rapportarsi al destino.
Tu con quali bisogni inizi la tua settimana?
Perchè il bisogno che ti trovi addosso come primo dice il rapporto che hai, o che non hai, con il Mistero.
dalla liturgia ambrosiana:
LUNEDI’ della IV° settimana di QUARESIMA
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Vangelo secondo Matteo 7,1-5.
C’è una grande questione in gioco: il rapporto con l’altro è sempre frutto del rapporto che abbiamo con noi stessi; se ciò che viviamo è coscienza della realtà e del fatto che siamo creature, allora saremo aperti alla scoperta del nostro limite e disponibili al limite dell’altro. Ma se non facciamo la scoperta continua dell’amore che ci fa essere, allora sarà ben difficile essere coscienti della trave che abbiamo dentro gli occhi.
Brutalizzarci continuamente per essere all’altezza dei nostri obiettivi ci porta a una continua pretesa: che anche gli altri facciano la stessa fatica e che, sopratutto, abbiano i nostri stessi stili di vita. Così, se anche avessimo solo della pagliuzza diverrebbe trave.
Catechesi del mercoledì
di papa Leone
I Documenti del Concilio Vaticano II.
II. Costituzione dogmatica Lumen gentium.
3. La Chiesa, popolo di Dio

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Proseguendo nella riflessione sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium (LG) oggi ci soffermiamo sul secondo capitolo, dedicato al Popolo di Dio.
Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare (cfr Gen 22,17-18). Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità (cfr Is 2,1-5).
Il Concilio afferma che «tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo» ( LG, 9). È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo [1] e che è esso stesso corpo di Cristo; [2] non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra. Suo principio unificatore non è una lingua, una cultura, un’etnia, ma la fede in Cristo: la Chiesa è pertanto – secondo una splendida espressione del Concilio – «l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù» ( LG, 9).
Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità.
Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti. Se vi appartengono i credenti in Cristo, il Concilio ci ricorda che «tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme i suoi figli, che si erano dispersi» (LG, 13). Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti (cfr LG, 17), perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo. Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. È così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle (cfr LG, 13).
In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. Così l’ha descritta un grande teologo: «Arca unica della Salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane. Unica sala del Banchetto, le vivande che distribuisce sono attinte da tutta la creazione. Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche – ed è la stessa cosa – la veste di Giuseppe, dai molti colori». [3]
È un grande segno di speranza – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli.
[1] Cfr J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1992, 97.
[2] Cfr Y. M.-J. Congar, Un popolo messianico, Brescia 1976, 75.
[3] Cfr H. de Lubac, Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma, Milano 1992, 222.
Buona settimana,
donC

Lascia un commento