Venerdì 1 maggio 2026

Oggi festa, anzi memoria.
La liturgia qualche volta è spietata: tutto si ferma per la festa del lavoro e la liturgia ne relativizza l’origine. San Giuseppe pare quasi messo tra parentesi in casa sua.
Ma mi pare anche questa un’occasione: san Giuseppe è modello come sposo e come padre, totalmente al servizio del progetto del Padre, quello vero. Che poi sia anche un modello di lavoratore lo supponiamo ma non abbiamo nessun dato che ce lo confermi, nessuna notizia che ci mostri questa supposta maestria.
Giuseppe è quello che ha preso su di sè prima la Madre e poi il Figlio; questo conta e conterà per sempre. Che poi questo sia stato all’origine anche di un certo modo di lavorare credo sia assolutamente lecito supporlo.

Domandiamo di poter amare quello che facciamo in forza della passione per quello che abbiamo incontrato.



PREGHIERA A SAN GIUSEPPE di Papa Leone XIII
A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione,
ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio,
dopo quello della tua Santissima Sposa.
Per, quel sacro vincolo di carità,
che ti strinse all’Immacolata Vergine Maria,
Madre di Dio,
e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù,
riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno
la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue
e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni.
Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia,
l’eletta prole di Gesù Cristo:
allontana da noi, o Padre amatissimo,
gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo;
assistici propizio dal cielo
in questa lotta contro il potere delle tenebre,
o nostro fortissimo protettore;

e come un tempo salvasti dalla morte
la minacciata vita del pargoletto Gesù,
così ora difendi la santa Chiesa di Dio
dalle ostili insidie e da ogni avversità;
stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio,
affinché, a tuo esempio e mediante il tuo soccorso,
possiamo virtuosamente vivere, piamente morire
e conseguire l’eterna beatitudine in cielo.
AMEN.


dalla liturgia ambrosiana:

In quel tempo. Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora. Molti della folla invece credettero in lui, e dicevano: «Il Cristo, quando verrà, compirà forse segni più grandi di quelli che ha fatto costui?».

Vangelo secondo Giovanni 7,25-31.

Gli abitanti di Gerusalemme sapevano che l’intenzione era quella di uccidere Gesù, segno evidente che l’intenzione era ben nota e che l’intera città sapeva che quello sarebbe capitato.
E questo spinge le persone a mettere davanti a tutto dapprima il dubbio, e poi il rifiuto, a quel Messia di cui si conosceva tutto: la salvezza deve venire in modo eclatante e non attraverso la banalità della vita quotidiana.
Basterebbe, per quel tempo e per noi oggi, che si avesse alla mente quelle parole: “eppure non sono venuto da me stesso”; basterebbe cercare di capire da dove vengono le cose per non cadere nella terribile presunzione di saper spiegare le cose “secondo la nostra misura”.
Per fortuna tutte queste cose sono battute in partenza dall’ultima frase del testo odierno: ci potranno mai essere segni più grandi di quelli che io ho visto? Coloro che si aggregano a Gesù sono coloro che guardano e paragonano. Chiediamo questa sempolicità, per vedere la sua presenza.


Il punto è che Gesù piange anche per noi, per me e per te; credo sia questa la continua scoperta che possa mantenere il rapporto con lui come storia d’amore e credo anche che sia solo per questo che noi ci possiamo promettere una fedeltà sino alla morte: Gesù custodisce nel suo cuore il nostro amore.
Che dono immenso è quello di poter amare oltre noi stessi, per una durata infinita e per un’ampiezza oltre misura, solo perché Gesù custodisce il nostro fragile proposito dentro l’infinito cuore suo.
Tutto ci è donato nello sguardo di Cristo, e tutto possiamo compiere nel suo abbraccio.


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