Giovedì 28 maggio 2026

Dalla finestra sembravano dei religiosi vestiti di vesti bianche, ma i loro turbanti mi dicevano che la vista era stata ingannata, alcuni dei ragazzi della comunità di accoglienza sono usciti ieri, nel primo pomeriggio, con i loro abiti tradizionali, colorati e lunghi sino ai piedi, in testa i loro copricapi e mi hanno detto che andavano a festeggiare una delle due grandi feste islamiche, l’Eid al-Adha, che in italiano è la festa del Sacrificio.
In questa festività si rievoca l’episodio del sacrificio di Abramo riportato nel Corano (con racconto biblico ci sono evidenti differenze).
Una notte Abramo sogna di sacrificare suo figlio Ismaele. Svegliatosi dal sonno Abramo si accinge ad obbedire ma viene fermato dall’angelo Gabriele, inviato da Dio. Vedendo che Abramo stava per sacrificare l’unico figlio per amore per suo, Dio lo autorizza a sostituire il ragazzo con una «generosa immolazione» (sura 37, versetto 107), che gli studiosi musulmani classici identificano con un ariete.
Nel nostro testo sacro è il secondogenito ad essere messo sull’altare per l’offerta; e questo sta a segnare apologetica dei due racconti: il nostro popolo è stato preferito da Dio; con la comune sottolineatura della fede immensa di Abramo, padre dei popoli.

Una festa della fede.
Ma non solo, leggendo qualcosa al volo ho scoperto che la carne dell’animale sacrificato, necessariamente giovane e quindi prezioso, doveva essere divisa in tre parti: una donata ai familiari una ai vicini e una ai poveri.
Considerate cosa poteva essere per un povero, magari in una zona desertica, ricevere in dono della carne pregiata.
Pensavo che questa sottolineatura dell’attenzione ai poveri è proprio preziosa e forse a noi manca.
Mi sono detto che dovrò ricordarmene almeno a Natale.


dalla liturgia ambrosiana:

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me».

Vangelo secondo Giovanni 12,27-32.

La predizione di Gesù è riferita alla Croce. Tutti sono, saranno, attirati dal quello strumento di morte e oppressione e tutti sono, saranno attirati dal fatto che l’amore vero è dare la vita.
Ma dare la vita, rinunciare a sé turba, non è una leggerezza; lo vedo anche in tante coppie che si avvicinano al Matrimonio: è bello l’amore è bello volersi donare ma come è duro il fatto di perdersi per l’altro.
Gesù non affronta il suo turbamento perché deve, o perché è giusto, lo affronta con l’idea che la sua fatica serva a gloria del Padre. E io mi chiedo se mi è mai capitato di agire con questo motivo.
“Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor. 10,31).


Tanta della storia recente è raccontata da queste parole, sia nel mondo che nella Chiesa, che nelle vicende personali che sono quotidianamente sotto i nostri occhi; quando si cerca di non piegarsi a una logica, quando la si rifiuta per comodo si finisce non solo con l’opporsi, qualche volta anche violentemente, ma anche con la il trovare delle giustificazioni che dimostrino la correttezza della propria posizione.
Ma è tutta maschera per non cedere a una misura diversa.


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