Man mano che il caldo avanza, man mano che la stanchezza di un anno si fa largo, mentre le notti si fanno afose, il pericolo è quello di trascinarsi, di attendere rassegnati quei pochi giorni dove finalmente potremo fare quello che riteniamo più vero e bello per noi. Magari con qualche amico.
Mi è venuto in mente questo poco fa, mentre mi trascinavo, sonnolento e sudaticcio, dal letto al bagno. E ho esclamato a me stesso: “che tristezza”!
E’ triste vivere senza attendere davvero
Scoraggiato e perplesso ho detto l’Angelus e bevuto il mio primo caffè.
Per alzarsi pimpanti occorre solo un’attesa, ma essere “tesi a” significa, in primis, sapersi bisognosi.
E quando siamo stati così?
Quando alzarsi la mattina è lieto? Quando fin dai primi passi siamo carichi di speranza e promessa?
Sono pensieri di prima mattina, ma mi viene da dire che solo gli innamorati cominciano le giornate con il sorriso nel cuore, hanno in mente un volto e quel volto, una Presenza, rende desiderabile e curioso l’inizio.
Forse dovremmo davvero iniziare le giornate recuperando la coscienza dell’Amore della vita.
dalla liturgia ambrosiana:
LUNEDI’ della II° domenica dopo PENTECOSTE
In quel tempo. Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, il Signore Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano.
Vangelo secondo Luca 5,1-6.
Le parole che dice sono il contenuto del messaggio di Gesù, ma il miracolo che ne segue è ciò che ci resta e ci colpisce, come ha colpito l’evangelista. Quello che conta non è ciò che pensiamo noi ma il fatto che le parole non sono persuasive come un fatto che accade; per il fatto accaduto le persone hanno iniziato a seguirlo, e con il tempo hanno iniziato a capire anche le parole che ascoltavano.
Questo spiega la titubanza di Pietro, che sentiva quell’uomo corrispondente al suo cuore ma non capiva perché, e nello stesso tempo rende gigante la sua fede perché è proprio il puro fidarsi di una intuizione.
Catechesi del mercoledì
di papa Leone
I Documenti del Concilio Vaticano II.
III. Costituzione dogmatica Sacrosanctum Concilium.
3. Il rito, il segno , il simbolo

Diverse persone mi hanno fatto notare che le udienze del mercoledì, che vi sto proponendo, non sono immediate e semplici. Per questo ho pensato che continueremo per il tempo che serve a chiudere questo documento del Concilio, poi metterò al posto del testo del mercoledì quello dell’angelus della domenica.
Cari fratelli e sorelle,
proseguendo le catechesi sulla Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (SC), vogliamo soffermarci a riflettere su alcuni elementi costitutivi della sacra liturgia, quali il rito, il segno e il simbolo.
Il Concilio Vaticano II, facendo tesoro del prezioso lavoro del Movimento liturgico, ci ha aiutato a riscoprire una verità molto viva nella coscienza della Chiesa antica e nell’insegnamento dei Padri. I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale, un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge. Proprio per questo il Concilio invita a comprendere il Mysterium fidei che si attua nella liturgia attraverso i riti e le preghiere (cfr SC, 48).
Il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori (cfr ibid.) rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi – corpo, mente e cuore –, in obbedienza al comando del Signore. Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede.
Il rito ci coinvolge in una sequenza di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità. La sua logica, però, non è quella di imbrigliare la libertà in schemi. Al contrario, con la sobrietà solenne dei suoi ritmi, il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale. Scopriamo così un’altra dimensione dell’agire, non guidata da calcoli produttivi, e un’altra esperienza del tempo e dello spazio. Nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo.
La grammatica del rito è intessuta dei segni e dei simboli propri della liturgia. In essa, come afferma il Concilio, «la santificazione dell’uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi» (SC, 7). Il Catechismo della Chiesa Cattolica approfondisce il valore di questi segni, ricordando che «il loro significato nell’opera della creazione e nella cultura umana, si precisa negli eventi dell’Antica Alleanza e si rivela pienamente nella persona e nell’opera di Cristo» (n. 1145). Emblematico è il segno dell’acqua: dalle origini della creazione al diluvio, dal passaggio del Mar Rosso al Giordano, fino all’acqua che sgorga dal costato di Cristo e diventa segno sacramentale dell’immersione nella sua morte e risurrezione.
“Segno” e “simbolo” sono termini che spesso vengono usati come sinonimi. In realtà, un segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un’idea, ma a un intero sistema di significati e di valori. Così, ad esempio, quando siamo aspersi con l’acqua benedetta si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il Battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo. In secondo luogo, i simboli hanno essenzialmente un carattere pratico, essendo anzitutto azioni: più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento. Soprattutto, i simboli hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali.
Nella Lettera Apostolica Desiderio desideravi, Papa Francesco, facendo propria un’affermazione di Romano Guardini, individuava «il primo compito del lavoro di formazione liturgica: l’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli» (n. 44). Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia. L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo (cfr 1Ts 5,23).
Buona giornata,
donC

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