Una premessa…

Nel 1942 quest’opera fu presentata a una mostra e vi fu una lunga discussione perché venisse accettata tra le opere da esporre, era troppo apparentemente contraria alla immagine comune della passione. In realtà era solo una lettura diversa. Spicca il nudo roseo della donna che pare aggrapparsi a Gesù, è la Maddalena che restituisce al Cristo l’abbraccio amoroso che ha ricevuto, coprendo con il colore della purezza il corpo di Cristo morto. Il crocifisso di spalle è rosso, il colore dell’inferno, perché è la rappresentazione del ladrone che insultava Gesù, pur avendolo di fronte; l’altro crocifisso, il buon ladrone, è invece quasi uguale alla carnagione di Cristo, vero uomo. E se quasi tutti volti sono semi coperti o nascosti, compreso quello di Gesù, è perché l’autore vuole metterci di fronte al dramma e non alle persone e lo fa anche con quel tavolino che inizia fuori della scena e ha il compito di dirci: “guarda cosa sta accadendo!”. Quindi una scena diversa dal solito; siamo di fronte a un avvenimento che nella misura in cui viene fatto oggetto della riflessione apre la strada a sottolineature, magari discutibili, ma capaci di mostrare un passo.
Questo è quello che mi auguro da questo lavoro.
donC
1. Da dove viene? Chi l’ha pensata?

La risposta viene da una ovvia considerazione: tutto inizia con il desiderio di celebrare al meglio la Pasqua. A noi pare evidente che la festa principale dei cristiani, la Pasqua, sia preceduta da un tempo di preparazione, come del resto ci accade per ogni evento importante della vita e del nostro anno. Ma in principio non fu affatto così scontato, nei primi tre secoli della Chiesa la celebrazione della Pasqua era preceduta solo da due giorni di digiuno in vista della grande celebrazione notturna. Tutto ciò non era affatto dovuto a leggerezza, era, piuttosto, il tempo delle grandi persecuzioni, un tempo in cui si doveva essere disponibili anche a dare la vita per la propria fede. I credenti quindi dovevano avere una coscienza e un rigore nel loro dire sì a Gesù che rendevano ridondante ogni altro richiamo alla grandezza della fede in Cristo. Piuttosto è da notare che da subito venne celebrata solennemente la Pentecoste, la vita nuova donata e compiuta dalla Pasqua. Come volendo evidenziare che il mistero della morte e Risurrezione di Gesù erano “spiegati” dal dono della vita nello Spirito. Con l’editto di Costantino del 313 ( … ricordi? Proprio a Milano, in quella data, la religione cristiana viene proclamata “Religio licita”) vivere la fede diviene cosa più semplice e quindi si cominciò a prendere sul serio la preparazione delle varie feste. Quindi dalla fine del IV secolo abbiamo testimonianze di un tempo di preparazione alla Pasqua, ma questo tempo assume la sua forma lentamente, basti sapere che solo nel X secolo si comincia ad avere testimonianza del rito della imposizione delle ceneri. Ma perché tutto ciò ci interessa?
Innanzitutto per farci notare che nella liturgia non c’è nulla di statico e definitivo: la liturgia viene dalla vita e dalla coscienza anche abbiamo; unita sempre alla consapevolezza del bisogno di essere aiutati nella fedeltà al nostro sì. Da queste scarne righe una prima conclusione: per i cristiani dei primi secoli l’avvenimento della fede era continua e costante decisione per l’incontro fatto, per la bellezza e la grandezza di Cristo che dona la vita a me e per me. Per noi è così? Vivere la quaresima è la scusa per ridestare interesse alla Pasqua o è la possibilità di andare al fondo dell’Amore che ci ha preso? Don Giussani a Lourdes nel 1992 diceva: «Io sono la via, la verità (la risurrezione) e la vita (Gv 14,6); noi siamo in compagnia per gridare al mondo questo messaggio; questo è il nostro compito supremo».
La quaresima non è quindi né un’aggiunta, né una sospensione, è il centro della nostra fede e quindi della nostra vita.
Sull’opera che vedete: La prima immagine che ho scelto per introdurci a cosa sia la Quaresima è un’opera che amo moltissimo, e che quindi ripropongo ciclicamente, è il capolavoro di quello che negli Usa è considerato uno dei maggiori artisti del secolo scorso; era un tipo un pò strano, figlio di un illustratore, passò la sua vita nel suo piccolo paesino del Maine riproducendo persone e fatti di quell’angolo di mondo. Cristina Olson era una vicina di casa di Andrew e, realmente impossibilitata a camminare, divenne soggetto dell’opera quando a lui capitò di vederla strisciare a quel modo nella terra. Invece dell’amica però le fattezze sono quelle della moglie del pittore. Perché mi affascina e cosa c’entra con la Quaresima? Tendere a casa, trascinarsi verso il luogo del riposo e degli affetti è la fatica che ciascuno di noi sarebbe chiamato a fare dalla propria natura, che non è malata ma tesa da un cuore sempre colmo di desiderio di dare tutto. Che bello tutto questo! C’è la casa, c’è il desiderio, c’è il “percorso”, c’è anche il tuo limite brutale, manca solo la fatica di trascinare sé stessi alla meta. Ed è evidente che la commozione di chi guarda la scena produce una compagnia disposta a sostenere nella fatica.
2. Perché Quaresima?

Da dove viene la scelta del tempo e della sua durata? Da sempre nella Bibbia il numero 40 coincide con un tempo di preparazione e di compimento: i quarant’anni nel deserto delle tribù che arriveranno alla terra promessa come popolo; i quaranta giorni del diluvio universale, che spazzò via il mondo vecchio e peccatore e diede inizio a una nuova epoca; anche Mosè rimase sul monte di Dio quaranta giorni prima di ricevere la legge; infine, ma potremmo aggiungere ancora qualche esempio, mi piace ricordare che il gigante Golia imperversò sugli ebrei per quaranta giorni prima di essere affrontato e sconfitto da Davide; c’è però un episodio che ci connette immediatamente con Cristo: lo racconta con estrema sintesi il vangelo di Marco: “E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano ”. (Mc 1,12-13).
A queste poche righe faccio alcune osservazioni esegetiche: Gesù è appena stato battezzato nel Giordano e viene condotto nel deserto, poi inizierà la sua vita pubblica; quindi il tempo del deserto è necessario se si vuole vivere la missione e la Pasqua come Gesù.
Secondo: Gesù è “sospinto”, la traduzione del verbo è addolcita, in realtà sarebbe un’immagine come di forza, Gesù è stato trascinato nel deserto, forse a lui non era nemmeno venuto in mente. Questo ci dice che facciamo la Quaresima non perché la vogliamo noi ma perché è un tempo dove siamo “trascinati” dalla Chiesa e dallo Spirito. Fidandoci di questa proposta siamo certi di compiere la volontà del Padre. Essere condotti è l’atteggiamento vero del discepolo. Lo dico perché la prima cosa che ci si chiede di fronte al tempo della Quaresima è che cosa si possa, o si debba fare, trasformando questi quaranta giorni nel tempo del nostro “fare” mentre Gesù non fa nulla, vive la tentazione, che per noi è la vita quotidiana, e sta con le “bestie selvatiche”, con quelli che gli sono dati. E chi sta nel mondo cercando di dire di sì a Cristo è “servito” dagli angeli.
Sull’opera che vedete: L’episodio biblico della torre di babele credo racconti bene ciò che c’è in gioco rispetto alla Quaresima.
Innanzitutto l’unità di tutti nel desiderio di arrivare al cielo, di arrivare all’infinito, desiderio che mette tutti in moto per una costruzione comune, l’apparenza è quella del bene e della conoscenza, ma la realtà è che l’uomo da solo non può, e non riesce ad arrivare a Dio. Ci può tendere, ma senza mai arrivare, e allora è Dio che “stoppa” il lavoro. Per arrivare a Dio occorre decidere di seguire Lui. La Quaresima è semplicemente questo.
3. Che cosa si fa in Quaresima?
A Questo punto dobbiamo entrare in merito al tempo quaresimale; che cosa lo caratterizza, che cosa lo definisce? Direi che sono tre le parole che ci aiutano come atteggiamenti di fondo, tre modi di vivere questo tempo che possono poi essere tradotti in altrettanti “gesti”. Attenzione però a non essere troppo meccanici, seguire una persona come Gesù è seguire una libertà, che può sempre chiedere e indicare anche altro.
Molto importante, di anno in anno, il messaggio che il santo padre, il Papa, invia a tutta la Chiesa, attraverso quel breve testo c’è indicata una sottolineatura precisa per quell’anno. Qui trovi il testo del Messaggio di papa Leone per la Quaresima 2026.
Nella logica della sequela di Cristo, dicevamo, sono tre gli atteggiamenti che caratterizzano la vita del discepolo: l’ascolto della parola di Dio, quindi la conversione come il gesto con cui si incomincia a vivere come Cristo stesso, e, infine, la riconciliazione intesa come uno sguardo nuovo alla vita intera, una nuova capacità di rapporto con la realtà.


1. Ascolto della Parola di Dio – Preghiera
Se lo scopo di questo tempo è quello di prepararci alla Pasqua, via per scoprire sempre più l’amore che ci ha redenti e la grandezza infinita del sì a Dio contenuto nel Battesimo allora l’ascolto attento della parola di Dio è lo strumento per una conoscenza sempre più viva della Sua persona, del suo amore e della sua volontà di bene. A questo tempo di deserto, immagine che accompagna il tempo quaresimale, consegue la preghiera come il primo passo di chi ha una minima coscienza della verità del proprio desiderio.
Scoprirsi amanti di Dio e appassionati ricercatori della sua opera d’amore dentro la nostra vita ci porta come immediata conseguenza alla preghiera in tutte le sue forme: da quella liturgica a quella della liturgia delle ore al rosario alla adorazione al puro e semplice “parlare” con Gesù.
Che utilità ha il “ri-petere” le solite preghiere?
Un testo di don Giussani ci può essere d’aiuto: «Quello che il bambino di due anni chiama “mamma” sarà indicato con la stessa parola quando avrà cinquant’anni, ma la stessa parola, non un’altra parola sarà profondamente diversa, profondamente più compresa, profondamente più amata, profondamente più giudicata … ma uno l’ha ripetuta per tutta la vita. E così è il metodo con cui noi andiamo a Dio, ci intendiamo con Cristo».
Sull’opera che vedete: L’autore di questa scultura la definiva, umilmente, come la cosa meno peggio che avesse fatto; in realtà ben presto divenne il manifesto dell’arte barocca. Se vi capitasse di passare a vederla vi accorgerete subito che è costruita come una scena teatrale, su cui non mi dilungo. La ragione per cui ve la metto davanti è perché rapprenda fisicamente che cosa si da intendere con il termine preghiera: qui si vede bene che il dialogo con il buon Dio diviene un gesto d’amore, con forti elementi fisici e, passatemela, erotici. La preghiera frutto del dialogo e della conoscenza delle Scritture porta a un amore che trova nell’estasi, nel godimento, il suo vertice. E in questa composizione basti vedere il volto di santa Teresa, l’abbandono del suo corpo, il volto dell’angelo che la “trafigge”.
Leggendo quest’opera siamo ben lontani dell’idea della preghiera come ripetizione di formule: è il rapporto con la persona amata. E credo che in qualche modo, tanto o poco a tutti sia capitato di uscire lieti da un momento di preghiera.

2. Conversione – Elemosina
Dalla leggenda dei tre compagni, dove si narra la conversione di San Francesco:
Mentre un giorno stava pregando fervidamente il Signore, gli fu risposto: “Francesco, se vuoi conoscere la mia volontà, devi disprezzare e odiare tutto quello che amavi mondanamente e desideravi possedere. Quando avrai cominciato a fare così, ti parrà insopportabile e amaro quanto per l’innanzi ti era attraente e dolce; e dalle cose che una volta aborrivi, attingerai grande dolcezza e immensa soavità”.
Felice di queste parole e divenuto forte nel Signore, Francesco, mentre un giorno cavalcava nei paraggi di Assisi, incontrò sulla strada un lebbroso. E poiché di solito aveva grande orrore dei lebbrosi, fece violenza a se stesso, smontò da cavallo e offrì al lebbroso un denaro, baciandogli la mano. E ricevendone un bacio di pace, risalì a cavallo e seguitò il suo cammino. Da quel giorno cominciò progressivamente a non fare più alcun conto di se stesso, fino a giungere alla perfetta vittoria su di sé, con la grazia di Dio. Trascorsi pochi giorni, prese con sé molto denaro e si recò all’ospizio dei lebbrosi; li riunì tutti insieme e distribuì a ciascuno l’elemosina, baciandogli la mano. Nel ritorno, ciò che prima gli riusciva amaro, vedere cioè e toccare dei lebbrosi, gli si trasformò veramente in dolcezza.
Confidava lui stesso che guardare i lebbrosi gli era talmente increscioso, che non solo si rifiutava di vederli, ma anche di avvicinarsi alle loro abitazioni. E se a volte gli capitava di passare accanto alle loro dimore o di vederne qualcuno, sebbene la compassione lo stimolasse a far loro l’elemosina per mezzo di qualche altra persona, lui però voltava sempre la faccia dall’altra parte e si turava le narici con le proprie mani. Ma per grazia di Dio diventò compagno e amico dei lebbrosi così che, come afferma nel suo Testamento, stava in mezzo a loro e li serviva umilmente.
Come potete vedere la conversione e l’elemosina coincidono; non c’è possibilità che si possa essere discepoli di Cristo senza imitare la sua inclinazione per aiutare coloro che sono nel bisogno.
Ridurre l’elemosina a un puro gesto di buona volontà è quindi un modo gentile per eliminare l’imitazione di Cristo dal senso di questa inclinazione che è in tutti gli uomini.
Sull’opera che vedete: Qualcuno avrà passato il tempo a chiedersi come mai questo quadro, che nella storia dell’arte è considerato un manifesto politico, a favore del risorgimento, e simbolo dell’arte romantica; credo che la ragione di questa scelta cada tutta sulla pagina della vita di san Francesco che abbiamo letto: il bacio è il segno della conversione, l’istante in cui ti rendi conto che la vita ha senso perché c’è qualcosa per cui vale la pena spenderla. L’uomo del quadro è uno pronto a lottare, la cappa e il pugnale lo dimostrano, ed è questo che rende più vero e appassionato il bacio.
Il punto è rendere la nostra elemosina un vero e pieno gesto d’amore, come fece san Francesco: baciava il lebbroso ma vedeva Gesù. E ne provò estremo godimento.

3. Riconciliazione – Digiuno
C’è un punto evidente da cui deve prendere le mosse il nostro terzo passo per definire il tempo della Quaresima, e san Paolo con la seconda lettera ai Corinzi ci aiuta non poco: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (2 Cor 5,20-21).
Il tempo della Quaresima è un tempo di riconciliazione con Dio e con gli uomini; riconciliazione che Gesù ci ha donato con il dono di sé.
In questo il collegamento con il digiuno è diretto: è un modo per dare la vita affinché riaccada la Comunione con Dio.
Negli scorsi mesi accogliere l’invito del patriarca Pizzaballa per la situazione di Gaza aveva questo stesso richiamo, era la stessa dinamica: “Il dolore e lo sgomento per quanto sta accadendo sono grandi. Ancora una volta ci ritroviamo nel mezzo di una crisi politica e militare. Siamo stati improvvisamente catapultati in un mare di violenza inaudita. L’odio, che purtroppo già sperimentiamo da troppo tempo, aumenterà ancora di più, e la spirale di violenza che ne consegue e creerà altra distruzione. Tutto sembra parlare di morte. Ma in questo momento di dolore e di sgomento, non vogliamo restare inermi. E non possiamo lasciare che la morte e i suoi pungiglioni (1Cor 15,55) siano la sola parola da udire. Per questo sentiamo il bisogno di pregare, di rivolgere il nostro cuore a Dio Padre. Solo cosi potremo attingere la forza e la serenità di vivere questo tempo, rivolgendoci a Lui, nella preghiera di intercessione, di implorazione, e anche di grido. A nome di tutti gli Ordinari di Terra Santa, invito tutte le parrocchie e comunità religiose ad una giornata di digiuno e di preghiera per la pace e la riconciliazione. […] È questo il modo in cui ci ritroviamo tutti riuniti, nonostante tutto, e incontraci nella preghiera corale, per consegnare a Dio Padre la nostra sete di pace, di giustizia e di riconciliazione”.
Sull’opera che vedete: Si tratta di una delle opere d’arte più belle, l’uso dei colori è non solo molto vivace ma anche molto vivo: spesso il pittore usa una sostanza, la biacca, che ha la capacità di care corpo ai colori, amalgamandoli, come l’uso del bianco non saprebbe dare.
Anche in questo caso si tratta di un’opera di più di tre metri di altezza che mi colpisce sempre perché le persone sono come attratte e avvinte dal corpo esangue di Gesù mentre quel dare la vita genera un nuovo popolo. Così andrebbe intesa la Quaresima come tempo di riconciliazione e digiuno.

4. Conclusione… e fregatura
Qualcuno si starà chiedendo: “Quindi che cosa bisogna fare per vivere questo tempo di Quaresima”?
La risposta, ahimè, non può essere fornita a tavolino; in questo mi ha sempre colpito la posizione della Chiesa sulle questioni di forma, faccio un esempio: se cercate che cosa dice la Chiesa sull’essere credente scoprirete che la risposta è messa al contrario: il cristiano è colui che fa la comunione e si confessa almeno una volta l’anno. Il resto é un di più, lasciato alla libertà e sensibilità di ogni singola persona.
Così ecco dove sta la fregatura: siamo chiamati ciascuno a decidere cosa e come fare in base al desiderio che abbiamo di conoscere e seguire Gesù, se sarà l’ennesima lotta per dimostrare a noi e a tutti il nostro valore allora… buona inutile fatica.
Sull’opera che vedete: Si tratta di un crocifisso di grandi dimensioni, di due metri e mezzo di altezza, per intenderci, e per oltre tre anni si è lavorato al suo restauro, dal 2023 è tornato al suo posto dentro la pinacoteca di Siena. Il resto dell’opera è piuttosto segnata dal tempo ma quel volto è davvero spettacolare, basterebbe quel volto, credo, a far venire voglia di mettersi in cammino.
L’autore è capace di farci vedere la morte di Cristo attraverso quel volto segnato ma in pace; è il volto di uno abbandonato a un Altro.
Ultima sottolineatura, curiosa: l’affetto per Cristo era così evidente che una croce come quella, che sarebbe stata certamente appesa in alto, al di sopra della gente, era abbellita da quelle gocce di sangue ottenute attraverso la pittura in due fasi, prima un colore derivato dal cinabro, colore ricercato ma tutto sommato comune, poi il tutto era stato ripreso da un rosso di Hermes, un pigmento rarissimo e molto più costoso dell’oro. Segno di una considerazione del Cristo notevole.