Giovedì 5 febbraio 2026

Sono giorni incredibilmente intensi, posso davvero dire che, almeno in queste ultime settimane, il peccato del tempo sprecato non mi riguarda: tutte le sere vado a dormire grato per ciò che mi è stato donato e anche un pochino triste per tutto ciò che non ho avuto il tempo e la capacità di fare; ma questo è poi ciò che dà la scossa la mattina per ripartire con mille desideri e propositi.
Fino a ieri sera.
Era prevista una cena a casa mia con i ragazzi che fanno da segretari alla vita delle varie comunità, solo che c’erano tutti, e quindi a tavola eravamo in 22 e la tavolata era davvero completa.
Durante la cena si è chiacchierato, ma anche mangiato, bevuto e scherzato, del senso e della bellezza dell’essere a servizio, di quanto spendersi sia un modo per volere il bene per sé; perché nella fatica della sessione d’esami avere una responsabilità permette più facilmente di fare memoria di ciò che conta davvero.
Terminata la cena io avrei dovuto, come sempre, lasciare la casa per scendere a sistemare in oratorio ma praticamente nessuno ha accennato ad andarsene, così mi sono trovato bloccato in casa a giocare a Jenga.
E pensavo, giocando, che è un sacco di tempo che non facevo una cosa di questo tipo, tanto semplice quando bella. E poi non sono stato io a far cadere la torre.

Distrarsi non sempre è un venir meno a ciò che “si deve”; distrarsi è anche uscire dalla propria bolla e provare a vedere che basta un nulla per voler più bene a quelli che hai di fianco. E non solo non perdi tempo ma ti diverti pure.


dalla liturgia ambrosiana:

Il culto di questa santa fu molto esteso nell’antichità, ma le notizie che abbiamo di lei sono pochissime. Si dice che Agata nacque a Catania (ma anche Palermo vanta una simile gloria), da una famiglia nobile e ricca. La sua bellezza attirò l’attenzione del console della città, Quintino, che la chiese in sposa. Agata si rifiutò perché consacrata con voto di verginità al Signore. Il giovane respinto, dopo aver messo in moto inutilmente tutte le sue risorse per convincere Agata a sposarlo, fino ad affidarla a una donna depravata e maestra di intrighi amorosi, la denunciò come cristiana.
Duramente torturata, Agata restò ferma nel suo proposito anche quando le furono amputate le mammelle. Gettata in carcere, venne miracolosamente risanata. Morì il 5 febbraio 251, in seguito a nuovi e barbari supplizi, sotto gli occhi dei carnefici ammirati ed edificati per il suo eroismo.
Agata è venerata come protettrice di Catania, poiché, nel primo anniversario della sua morte, con il velo che copriva il suo sarcofago, usato dai catanesi come scudo contro l’eruzione dell’Etna, salvò la città che stava per essere sommersa dalla lava infuocata. Il culto di Agata si è diffuso molto presto dalla Sicilia a Roma e al resto d’Italia. Il suo nome, nel VI secolo, è stato inserito nei canoni romano, ambrosiano e ravennate. Sant’Agata è ancora invocata contro le eruzioni dell’Etna ed è considerata protettrice contro gli incendi.

In quel tempo. Molti videro partire il Signore Gesù e gli apostoli e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

Vangelo secondo Marco 6,33-44.

Il brano di oggi riprende l’ultima parte di quello di ieri perché nella logica del discorso si sarebbe dovuto tenere tutto unito: decidendo di trarne due brani occorreva non perdere il contesto di riferimento.
Questo però aiuta anche noi, il nostro leggere quotidianamente la Parola di Dio: non interessa il miracolo ma il fatto che è originato dalla compassione di Gesù: “erano come pecore senza pastore”. Gesù è tutto definito da ciò che vive: sente compassione e allora interviene, non gli importa come quella moltiplicazione sarà recepita, Lui mostra a quella folla che non è sola, che c’è Qualcuno che pensa a loro.
Ma quell’andare incontro a quelle povere pecore disperse non può essere un fatto gratuito, il pastore non ama le pecore senza ragione, una relazione è sempre un reciproco dare e avere: il pastore ha cura delle pecore perchè gli danno lana e latte.
E Gesù che cosa si aspetta dalle sue pecorelle?
Che diano quello che hanno, come le pecore vere, quei cinque pani e due pesci sono quello che i discepoli si portano addosso, come le pecore la loro lana, e quello possono offrire.
Noi, io e te, che cosa ci portiamo addosso?
Forse solo la tristezza delle nostre fatiche, forse la noia per la nostra piccola umanità, oppure la pienezza di una vita che ci è data. Qualunque sia ciò che ci portiamo addosso sarà sempre qualcosa che ci è donato.
Quindi oggi doppia gratitudine!


Credo che chiunque si possa sentire in imbarazzo a dire ad altri: “la mia fede è quella vera” eppure non mi pare di riscontrare lo stesso imbarazzo quando due innamorati si guardano dicendo che il loro amore è la cosa più grande che esista. E la cosa curiosa è che nemmeno chi ascolta si sente offeso dalle parole che dicono coloro che si amano, parole che del resto sono vere.
finchè la pretesa è lasciata al proprio ambito, “per me”, sembra che non dia problema mentre è fastidiosa quando diviene la pretesa di una verità per tutti.
Ma allora come mai, quando ne siamo coscienti, la nostra tensione è perché Cristo sia conosciuto da tutti?
Quando la pretesa diviene offerta all’altro allora diviene elemento edificatore di socialità e vita.


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