“Il popolo cammina al passo del più lento”,
Ieri pomeriggio, durante una testimonianza sulla famiglia chi interveniva ha detto questa frase. Che forse consideriamo ovvia.
Eppure, se la prendessimo sul serio, sarebbe una rivoluzione. In tutti gli ambiti della vita.
Sarebbe un sovvertire completamente tutto.
Che cosa sarebbe una città se fosse costruita sui più fragili? Cosa sarebbe un’università che fissasse gli esami e i corsi partendo da chi fa più fatica nello studio?
Pensando a quella frase mi sono chiesto se c’è almeno un posto dove sia così. E la sola risposta che ho trovato è che solo tra fratelli ci si può trattare così.
E Gesù ci ha voluti fratelli. Nella Chiesa siamo fratelli, prima di ogni altra specificazione.
Tra fratelli si cammina insieme perché si é fratelli e non perché questo o quello ha bisogno.
Mi sono accorto quindi che in quella frase mettiamo sempre l’accento su “più lento” mentre ci sarebbe da scoprire commossi che prima di tutto siamo “popolo”.
dalla liturgia ambrosiana:
Lunedì della III° domenica dopo l’Epifania
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva a quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».
Vangelo secondo Marco 4,10b. 24-25.
Nonostante la brevità del brano direi che ci sono almeno due sottolineature e una conclusione nel testo evangelico di oggi.
“Fate attenzione a quello che ascoltate”, l’invito è a rendersi conto che ciò che si ascolta è ciò che si impara, altrimenti si finisce sempre con l’imparare da sé stessi, da ciò che si conosce già. Ascoltare è quindi una posizione del cuore prima che un problema di attenzione: vivere i rapporti, le situazioni, tesi a percepire che c’è Altro e che di quell’Altro abbiamo bisogno estremo.
Seconda sottolineatura: “con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi”, e qui la questione è ancora più radicale perchè se la prima metteva in luce un passo di metodo, la seconda indicazione contiene in realtà un giudizio: come misurare gli altri in modo corretto? Credo che la sola via sia quella di misurare come siamo stati, come siamo, misurati: l’esperienza della misericordia di Dio alla nostra vita diviene così il compito di una coscienza che si fa sguardo e metodo.
La conclusione è quindi “a chi ha, sarà dato”. Solitamente leggiamo queste parole in chiave economica: se hai, avrai di più; io credo piuttosto che sia un tema di consapevolezza: se ciò che desidero è l’amicizia con Cristo allora più applico il suo sguardo più mi addentro in quel rapporto, più lo conosco e più divento Lui.
Direi che questa lettura “regge” per la premessa che Marco fa alle parole di Gesù: quelli che gli sono intorno sono lì per seguirlo, per imitarlo.
Leggiamo il testo della catechesi del mercoledì
di papa Leone
I Documenti del Concilio Vaticano II.
Costituzione dogmatica Dei Verbum.
2. Gesù Cristo rivelatore del Padre

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Proseguiamo le catechesi sulla Costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II, sulla divina Rivelazione. Abbiamo visto che Dio si rivela in un dialogo di alleanza, nel quale si rivolge a noi come ad amici. Si tratta dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide una storia e chiama alla comunione nella reciprocità. Il compimento di questa rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso si dona a noi, rendendosi presente, e noi ci scopriamo conosciuti nella nostra verità più profonda. È ciò che è accaduto in Gesù Cristo. Dice il Documento che l’intima verità sia di Dio che della salvezza dell’uomo risplende a noi in Cristo, che è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione (cfr DV, 2).
Gesù ci rivela il Padre coinvolgendoci nella propria relazione con Lui. Nel Figlio inviato da Dio Padre «gli uomini […] possono presentarsi al Padre nello Spirito Santo e sono fatti partecipi della natura divina» (ibid.). Giungiamo dunque alla piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in virtù dell’azione dello Spirito. Lo attesta ad esempio l’evangelista Luca quando ci racconta la preghiera di giubilo del Signore: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”» (Lc 10,21-22).
Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti (cfr Gal 4,9; 1Cor 13,13). Infatti, in Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine del Verbo. Questo «Verbo eterno illumina tutti gli uomini» (DV, 4) svelando la loro verità nello sguardo del Padre: «Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,4.6.8), dice Gesù; e aggiunge che «il Padre conosce le nostre necessità (cfr Mt 6,32). Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre mentre ci scopriamo conosciuti da Lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena. Scrive San Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, […] perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà! Padre!”» (Gal 4,4-6).
Infine, Gesù Cristo è rivelatore del Padre con la propria umanità. Proprio perché è il Verbo incarnato che abita tra gli uomini, Gesù ci rivela di Dio con la propria vera e integra umanità: «Perciò egli – dice il Concilio –, vedendo il quale si vede il Padre (cfr Gv 14,9), con tutta la sua presenza e manifestazione, con le parole e le opere, con i segni e i miracoli, e soprattutto con la sua morte e gloriosa risurrezione dai morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, completa, compiendola, la rivelazione» (DV, 4). Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua umanità integrale: la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. È l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre (cfr Gv 1,18).
A salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi. Perciò, per onorare la grandezza dell’Incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali. Se Gesù ha un corpo reale, la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di attraversarlo. Gesù stesso ci invita a condividere il suo sguardo sulla realtà: «Guardate gli uccelli del cielo – dice –: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?» (Mt 6,26).
Fratelli e sorelle, seguendo fino in fondo il cammino di Gesù, giungiamo alla certezza che nulla ci potrà separare dall’amore di Dio: «Se Dio è per noi – scrive ancora San Paolo –, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, […] non ci donerà forse ogni cosa insieme a Lui?» (Rm 8,31-32). Grazie a Gesù, il cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con fiducia a Lui.
Buona settimana,
donC

Lascia un commento