Coda alla posta.
Avevo da pagare un bollettino postale e il tabaccaio, straniero e quindi forse inesperto, mi ha detto che potevo pagare solo in posta. Così ho dovuto affrontare il “mostro”: la stanza con gli sportelli e la gente in coda in attesa. Ho scelto il posto più piccolo che conoscevo e mi sono incamminato.
Come prevedevo ho trovato davanti a me un discreto numero di persone, e preso il mio numerino, mi sono trovato, prima un angolo, e poi una sedia, dove attendere il mio turno. E ho cominciato a guardarmi intorno, a vedere i miei compagni d’attesa e gli impiegati agli sportelli: uno spaccato dell’umanità reale.
Nella sala d’attesa c’erano tre categorie di persone: gli anziani, clienti soliti e conosciuti per nome dagli impiegati agli sportelli, personaggi che nel fare le loro operazioni trovavano la libertà di dire cose del tipo: “non capisco perchè sono ancora qua, … sono così stufo di stare solo che vorrei andarmene” e che nella persona che stava lavorando per loro vedevano una sorta di confidente; poi c’erano coloro che erano lì per lavoro: persone che quotidianamente frequentano l’ufficio postale e che parlavano con gli impiegati del peso dell’orologio che avevano al polso, rapporti segnati da una confidenza come tra colleghi: persone con mansioni diverse, di aziende diverse, ma che si sentivano in qualche modo uniti nel lavoro.
E infine c’erano le studentesse, non so perchè ma tutte ragazze, che avevano per lo più pacchi e pacchetti da spedire in giro per il mondo. Loro trattavano gli impiegati con la confidenza del “tu” come ormai si usa.
Vedevo tanta normalità ma anche poca speranza.
Guardavo tutte quelle persone e ricordavo che la mia speranza è che accada a loro quello che ho incontrato io: una compagnia umana così vera da rendere umana tuta la vita. Altrimenti il pericolo è solo quello di tirare avanti, che è regalarsi il grigiore del vivere.
Sono uscito dalla posta con la sensazione che ci dovrebbero essere “missionari” anche negli uffici postali, sarebbe davvero un buon luogo di incontro.
dalla liturgia ambrosiana:
Mercoledì della IV° di QUARESIMA
In quel tempo.
Vangelo secondo Matteo 7,13-20.
Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano! Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete».
Come non fermarsi alla porta stretta? Come guardare alla fatica di un passaggio intravvedendo l’inizio di una cosa grande? Spesso, presi dalla situazione presente, ci manca la prontezza d’animo di considerare ciò che di più ci importa.
Due sono le strade per la porta stretta e per la via angusta: la passione per ciò che si è incontrato e il vedere intorno a noi ciò che accade nella vita di chi intraprende davvero quel cammino.
In fondo Gesù ci chiede di avere un cuore caldo e tanta invidia! Certo un’ invidia buona, quella che ti fa desiderare di essere come quella persona, e che intanto ti mette in cammino.
Nel frattempo Gesù ci suggerisce di non lasciarci irretire da ciò che appare buono, le pecore, perchè quella facilità è sempre attraversata dal tentativo di trovare scorciatoie alla porta stretta e alla via angusta: senza la fatica del sacrificio di sé non c’è storia: sono tutti frutti cattivi.

Scuola di Comunità
IL SENSO RELIGIOSO
Capitolo 12
L’avventura dell’interpretazione
L’avventura della ragione ha un vertice ultimo in cui intuisce l’esistenza della spiegazione esauriente come qualcosa di inattaccabile da sé: mistero.
Non sarebbe ragione se non implicasse l’esistenza di questo quid ultimo.
La cosa che pare davvero evidente è l’insistenza di don Giussani nel dirci che è una ragione intesa rettamente la via certa al mistero. Il mistero è risposta a una ricerca vera e seria, non è il dire “non so”; se mettiamo in conto questa sottolineatura allora abbiamo lo stupore del conoscere e la meraviglia della ragione.
L’uomo che desidera capire si trova nella condizione di scoprire che non si può arrivare alla spiegazione di una realtà che non facciamo noi. Se la realtà è data, abbiamo già detto, ci deve essere qualcuno che ce la dona.
Buon mercoledì,
donC
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