Mercoledì 28 gennaio 2026

Ieri giornata della memoria.
Ma di una memoria particolare: quella dell’opera di Dio nella vita.
Sono passate dal mio studio una mamma con un neonato, una mamma incinta del secondo figlio, un papà giovane molto simpatico e un pò confuso, un quasi laureato, una ragazza in piena sessione d’esami; al telefono ho sentito, dopo mesi, un papà, con un anno e mezzo di matrimonio e un neonato. Ho pranzato con un altro prete e ci siamo aiutati a giudicare la nostra presenza nelle nostre parrocchie.
E quella è stata la memoria vera di cui avevo bisogno.

Quello che è accaduto con la shoah non si può mettere da parte, ma non si può mettere da parte nemmeno il tranquillo cittadino americano che viene ucciso da chi dovrebbe proteggerlo, come non possiamo dimenticare nemmeno i trentamila (pare) uccisi nelle manifestazioni in Iran, mentre io non smetto di pensare a quei genitori che si sono tolti la vita per la vergogna del delitto del figlio. E l’elenco potrebbe continuare a lungo con tutte le brutture che rendono attuale ai più giovani la bruttura della shoah. Perché quel male continua.

A chi non ha memoria storica possiamo insegnare cosa sia il male solo mostrando la grandezza della vita che ci ha preso incontrando Cristo; questa è la sfida vera che abbiamo di fronte: chi ci incontra incontra degli amanti della vita? Il rispetto nasce da un fascino, o dalla paura.


dalla liturgia ambrosiana:

Tommaso dei conti d’Aquino nacque nel castello di Roccasecca, vicino a Napoli, nel 1226. Ricevette la prima formazione nell’Abbazia di Montecassino, dove fu portato dai genitori ancora fanciullo. Approfondì poi gli studi a Napoli, dove ebbe la fortuna di conoscere alcuni scritti di Aristotele, di cui intuì subito il grande valore. A 18 anni, dopo aver superato la fiera opposizione della famiglia, entrò nell’Ordine mendicante dei frati predicatori, attratto dal carisma di san Domenico: “Proclamare la Parola di Dio ardentemente contemplata, solennemente celebrata e scientificamente indagata”.
A Parigi e Colonia si perfezionò nelle discipline filosofiche e teologiche, avendo come maestro Alberto Magno. Divenuto lui stesso, a soli 31 anni, maestro in teologia, nel mezzo della polemica del clero secolare contro i frati mendicanti, si fece difensore della libertà dei religiosi dediti al servizio della Chiesa universale e fu maestro ammirato e sapiente nell’università parigina, poi a Bologna, Roma e Napoli.
Con san Bonaventura è stato il più grande pensatore cristiano del XIII secolo, e ha lasciato in eredità alla Chiesa la sua riflessione teologica in un corpo di opere di grande profondità ed estensione: la Catena aurea , la Summa contra gentiles, la Summa Theologiae che è la sintesi più creativa e originale del suo pensiero. La sua originalità sta soprattutto nel modo in cui ha saputo esprimere la fede della Chiesa nella cultura del tempo, partendo dalla Scrittura e dai Padri della Chiesa e accogliendo la allora recente riscoperta del pensiero aristotelico.
Tommaso non fu soltanto un grande pensatore, ma un uomo di preghiera, un uomo umile e sapiente insieme, che al rigore della sua ricerca seppe unire una tenera devozione al Cristo crocifisso e un dialogo incessante con lui. “Il più dotto dei santi e il più santo dei dotti ” è stato definito. A pochi mesi dalla morte, interruppe improvvisamente di scrivere, lasciando incompiuta la sua Summa. “Paglia è tutto ciò che ho scritto”, disse a chi lo richiamava a portare a termine l’opera. Ormai era solo proteso all’incontro con Dio.
Morì il 7 marzo del 1274, mentre si stava recando al Concilio di Lione, nell’Abbazia di Fossanova. Canonizzato solennemente ad Avignone nel 1323, fu proclamato nel 1567 dottore della Chiesa.
La data della sua commemorazione liturgica fissata al 28 gennaio è quella della traslazione delle sue reliquie alla città di Tolosa.

In quel medesimo giorno, venuta la sera, il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Vangelo secondo Marco 4,35-41.

“Questa volta lo faccio”, è quello che ho pensato rileggendo questo brano del vangelo di Marco, ma cosa? Fermarmi e cercare di capire perchè l’evangelista faccia quella sottolineatura apparentemente strana: “lo presero con sé, così com’era”. E come altrimenti avrebbero dovuto mettere Gesù nella barca? In fondo era stato lui a chiedere che andassero all’altra riva, quindi non c’era nè da convincerlo nè da costringerlo.
Credo che queste parole vadano messe a reagire con ciò che accade subito dopo, al momento della tempesta: prendiamo con noi Gesù, lo mettiamo dentro la nostra vita, ma poi in realtà finisce sempre che ci aspettiamo che lui faccia quello che riteniamo necessario: combattere al nostro fianco contro le onde del male.
Invece lui dorme.
E il nostro amarlo dovrebbe arrivare sino a lasciarlo dormire.

Ma la paura vince e così lo svegliamo perchè faccia quello che ci aspettiamo, come se lui non sapesse di cosa abbiamo bisogno.


Questa seconda osservazione contribuisce con forza a mettere in chiaro ciò che sarà evidenziato nell’esperienza cristiana: la conoscenza e l’amicizia con Cristo hanno sempre bisogno di un luogo dove poter essere custodite e verificate. La possibilità di avere rapporti che rendano evidente la presenza del mistero dentro la vita è questione decisiva per non ridurre tutto a una posizione morale: non si può essere fedeli al rapporto con il mistero solo per un proprio sforzo.
Anche questa seconda osservazione potrà essere usata per verificare la verità di ciò che si vive.


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