Ieri giornata piena. Nel pomeriggio, per un incontro, ho anche fatto un giro in centro città, attorno al Duomo, e dato che questo era per me uno dei pochi “contatti” che potevo avere con le Olimpiadi di Milano Cortina, ho voluto attraversare la piazza.
E ne sono rimasto davvero colpito, c’erano migliaia di persone, moltissime dai tratti asiatici, un certo numero di troupe televisive e le pattuglie della polizia locale che mi ricordavano di non essere all’estero ma nel cuore di Milano. La prima reazione è stata sciocca: “qui l’Ice di Trump non c’è”. Poi ci ho messo la testa e tutta quella varietà di popoli e lingue mi ha evocato la torre di Babele, il grande continuo pericolo dell’uomo: pensare di poter arrivare al cielo grazie ai propri sforzi, sforzi che hanno finito con il rendere soli e divisi quegli uomini che hanno nel cuore il medesimo desiderio.
Il desiderio di arrivare al cielo è reso dalla ricerca dei risultati, dalle vittorie, dei tempi; e tutto è umano, naturale, come lo è la fragile unità degli uomini uniti attorno a un braciere che arde nutrito da quel comune desiderio.
Spetta a noi, di fronte a questa umanità viva e desiderosa, come toccò a san Paolo nell’Aeropago di Atene, di gridare a tutti che “quello che voi adorate senza conoscere io ve lo annunzio” (At 17,23).
Erano tutti in piazza … ma non c’era nessuna fila per entrare in Duomo.
dalla liturgia ambrosiana:
MERCOLEDI’ della IV° domenica dopo l’Epifania
In quel tempo. Gli apostoli si riunirono attorno al Signore Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Vangelo secondo Marco 6,30-34.
Manca un giudizio. Potrebbero dire i detrattori di Gesù. In effetti c’è il racconto come è andata ma non c’è nessuna indicazione di un eventuale valutazione del lavoro svolto.
Come se a Gesù non importasse l’esito; e infatti è così, a lui interessa che i suoi amici crescano nella sequela e nella pienezza della vita. Così li porta a riposare, cioè li porta a mettere al centro non l’attività svolta ma ciò che di essa è rimasto: la ragione per cui sono partiti.
Avere un “capo” così è davvero un grande regalo per tutti.
Secondo: la compassione di Gesù perché vede la gente come “pecore senza pastore”. Anche qui credo valga la pena di andare oltre la prima impressione, Gesù vede quelle persone che l’hanno inseguito e, credo, si debba constatare che quelle persone sono lì proprio perché riconoscono in Cristo il loro pastore. E Gesù si mette con loro perché capisce questo: senza di lui non saprebbero chi inseguire, a chi chiedere.
Lo evidenzio perché anche per noi vale la stessa cosa: cercare Cristo, stargli attaccati è già, in qualche modo, avere un pastore.
Scuola di Comunità 2025/2026
Luigi GIUSSANI,
All’origine della pretesa cristiana
Capitolo secondo
L’ESIGENZA DELLA RIVELAZIONE
2. Di fronte a una inimmaginabile pretesa
Nella libertà e pluriformità dei tentativi e dei messaggi, se c’è un delitto che una religione può compiere è quello di dire «io sono la religione, l’unica strada».
E’ esattamente ciò che pretende il cristianesimo.
Questo è quello che abbiamo imparato a vedere e a conoscere nella persona di Gesù, in quello che chiamiamo incontro. Da principio c’è un fascino cui vorresti dare tutto, ma poi, quando dici sì, Gesù comincia ad essere esigente e a chiederti di essere il solo Signore della vita. “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me”, lo abbiamo sentito chissà quante volte.
Davvero il nostro Dio è un Dio geloso: fa di tutto per conquistarci ma quando cediamo chiede che cediamo proprio per intero.
Tutti gli uomini vorrebbero essere amati come ci ama Cristo ma perché ciò sia esperienza occorre che anche noi amiamo senza riserve.
Quindi il cristianesimo ha questa pretesa non intesa come una pretesa superiorità verso le altre fedi ma declina la sua unicità nel rapporto personale di ciascuno con Dio: non c’è nessuno che ti ami come Gesù e non c’è nessuno da amare come Gesù.
Ne viene che le altre religioni sono ottime strade per Cristo ma non arrivano sino a quel sì, a quella unicità che dona tutto e chiede tutto, come in ogni amore.
Buon mercoledì,
donC

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