Quello che vedete in apertura è un particolare di un’opera di Francesco Hayez, Crocifisso con la Maddalena, esposto per la prima volta a Brera nel 1827, e ora visitabile al Museo Diocesano di Milano.
Quello che mi colpisce e mi commuove è proprio quel particolare, quella Maria Maddalena che sta ai piedi di Gesù, un Gesù morto, che apparentemente non può darle più nulla ma che in quella staticità offre vita e movimento a lei che è pur viva. Un morto che dà la vita, in cambio di un affetto sincero e di quello stare appoggiata, abbarbicata, alla croce, le due condizioni per essere “ri-creati”.
Mentre le gocce del sangue di Cristo arrivano a colorare di passione il mantello di Maria, perchè stando con Gesù la sua passione, la sua vita, diviene nostra, la tunica bianca e sfolgorante della Maddalena è richiamo alla trasfigurazione, a quell’alba di novità che segna la linea dell’orizzonte; che grazia potersi accorgere che quella luce nel buio c’è per segnare la fine che in realtà è puro inizio.
Dobbiamo proprio pregare perchè lo stare attaccato della Maddalena sia anche per noi il gesto che “strappa” a Gesù quel sangue che inizia la vita nuova.
Anche oggi due stazioni della via Crucis.
Buona giornata.


Quinta stazione
Gesù è aiutato dal Cireneo
“Or mentre lo conducevano al patibolo, presero un certo
Simone di Cirene e gli posero addosso la Croce”
(Lc 23,26).
Anche in questo caso la centralità dell’impianto è data da Cristo. Un Cristo che però ha “smesso” la croce e sembra quasi dolersi per chi se ne è fatto carico, quelle mani stanno ad indicare un gesto di dolore e partecipazione mentre lo sguardo di Cristo (!) sembra essere rivolto più che a Simone di Cirene alla terra, come se fosse in una sorta di dolorosa soggezione per avere affermato che “non sono venuto a portare pace sulla terra … chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.” (Mt 10,34-38). Attenzione questo non significa pentimento in Gesù ma solo dolore, perché prospettare dolore e fatica a chi si ama è sempre doloroso; a chi amiamo vorremmo evitare ogni fatica.
Il punto è che Simone di Cirene porta la croce come se portasse un gioiello prezioso di cui andare fieri, non ci sono in lui ombra di fatica e nemmeno di sforzo, perché sta guardando Cristo con uno sguardo diretto e senza alcun timore reverenziale. Oso spingermi più in là affermando che anche la struttura fisica del cireneo messa così in risalto dall’autore è come un segno dell’uomo nuovo che nasce dal rapporto con Cristo, dal guardare a lui. La cosa che rimane curiosa è che si intravvede una sorta di mantello attraverso cui afferra la croce, come se non volesse toccarla direttamente perché quella è la croce del suo maestro e signore.
Simone è quindi il simbolo di colui che è chiamato a camminare con Cristo e non semplicemente colui che porta la croce perché Gesù è stanco.
Ma come dare ragione del personaggio “piantato” e statico con la vanga a terra? Comincio a farmi l’idea che il terzo personaggio sia la cifra di chi dice no: “Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. … Il primo gli disse “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo, ti prego di scusarmi” (Lc 14,16-18). Quell’uomo è quello che, a differenza del cireneo, rifiuta l’invito a condividere la vita di Cristo. Lo sguardo è rivolto altrove ma le mani sembrano quasi raccontare di un rammarico che inizia ad affiorare.
Il nostro animale di oggi è un asinello, non un mulo per via della taglia ridotta, e per le orecchie grandi; un animale che nella Bibbia ha un sacco di citazioni; cercando di essere coerente con quanto ho capito di questa formella mi piace pensare che l’asinello sia una sorta di cavalcatura per il cireneo: come Gesù entra nella vita degli uomini su un asino così il cireneo entra nella compagnia di Gesù attraverso un asino: chi porta la croce di Cristo ne condivide il destino di gloria.
“Esulta grandemente, o figlia di Sion, manda grida di gioia, o figlia di Gerusalemme; ecco, il tuo re viene a te; egli è giusto e vittorioso, umile, in groppa a un asino, sopra un puledro, il piccolo dell’asina”. (Zac 9,9).
Altra interpretazione più semplice e lineare potrebbe essere quella della mansuetudine dell’asino che china il capo e porta la soma che gli è imposta: il cireneo passerà alla storia per quel suo sì. Leggendo così la formella però perderemmo la spiegazione della fierezza di Simone.

Sesta stazione
La veronica asciuga il volto di Gesù
“In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose
a uno dei più piccoli, l’avete fatta a me ”
(Mt 25,40).
Anche qui lo schema compositivo è quello già visto: Cristo al centro e poi la figura di chi sta con Gesù, in questo caso la Veronica, e di chi invece decide di non guardare a Cristo, in questo caso i soldati. Evidentemente l’animale del caso è il cavallo.
Troviamo, a questo punto della salita al Calvario, un Gesù che è curvo sotto la croce cui sembra abbarbicarsi, in questo senso potremmo riprendere il senso dell’immagine mettendo a tema una notazione: è Gesù che sostiene la croce oppure è la croce, la sua missione, che lo spinge sostenendolo?
Da notare che i capelli di Gesù sono lasciati cadere perpendicolarmente al terreno mentre nella immagine precedenti, la quarta stazione, c’erano alcune ciocche che davano il senso del cammino, come un procedere verso il Destino che qui invece si stoppa. Il dolore e la fatica hanno bisogno sempre di una sosta, di un momento di incontro in cui sia possibile recuperare il senso di tutto ciò.
La Veronica piuttosto è una donna matura, credo lo si possa dedurre dalla silhouette, perché Cristo, come ogni sofferente ha bisogno non solo di una presenza amica che gli deterga il sudore ma piuttosto di una madre che lo abbracci. Da notare che il lino per il volto è più un telo sindonico che un fazzoletto, come siamo abituati a vedere: pare infatti che nei primi secoli la sindone fosse tenuta piegata in modo tale che il solo volto fosse visibile, questo diede origine a quelle icone dove si dipinge solo il volto di Cristo, le cosiddette icone “non dipinte da mano d’uomo”. Questo ci dice che il nostro artista probabilmente aveva anche una certa conoscenza della storia della Sacra Sindone.
Dietro la scena Gesù- Veronica compaiono due soldati a cavallo, con i cavalli che si muovono in due direzioni opposte, segno di una irrequietezza e agitazione che però non si giustificano nella scena se non per farci contrapporre la tenerezza di una madre alla forza del potere.
Quando i rapporti non sono di tenerezza e di compagnia allora divengono per forza di cose rapporti di forza.
Nella Bibbia il cavallo è segno non solo di forza ma anche di potere. Credo che parlando di cavalli a tutti viene subito in mente la citazione di Esodo (14,22-29): gli Ebrei attraversano il mar Rosso indenni mentre carri e cavalli egiziani vengono sommersi dalle acque. “ha gettato in mare cavallo e cavaliere” sono le prime parole del canto di Mosè (Es 15). D’altra parte la forza di chi confida in sé è allo stesso tempo anche la sua debolezza. Per questo i cavalieri della formella sono agitati: confidare in sé non dà pace.
Qui essendo gli animali vicino a Gesù credo che commentino il fatto che Gesù confida un in Altro, che qui ha anche il volto della Veronica, mentre chi rifiuta il Cristo può solo confidare in sé.
Buon venerdì,
donC
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