Ci sono diverse cose che vorrei mettere a tema in questo inizio di giornata, mi soffermo però molto brevemente su un paio: del Vescovo e del Papa.
La prima cosa è legata all’omelia di mons. Delpini, ci ha richiamato a tre motivi di lode e a tre attenzioni da avere. Tra le cose cui prestare attenzione per non rendere inutile il dono di don Giussani la seconda era un’attenzione a non
considerare tutto ciò che abbiamo ricevuto come «un giacimento», una miniera di testi e citazioni da utilizzare: «L’opera di Giussani deve essere una sorgente», ha detto Delpini, «una freschezza che continui a fecondare la terra e il cuore e il movimento e tutti coloro che li incontrano».
Quando ho sentito questa cosa un pochino mi sono irrigidito, anche perché non avevo capito bene; per me don Giussani è un giacimento di coscienza e consapevolezza che io voglio imparare per poter, come lui, stare alla realtà guardando Gesù.
Senza quella sorgente, senza quel soffio dello Spirito, io non sarei quello che sono. Per questo ho bisogno di continuare a bere a quella fonte.
Questa mattina sono pure presuntuoso: vorrei saper fare come fa papa Leone con sant’Agostino: è un amico cui guarda sempre.
La seconda cosa è molto veloce: ieri papa Leone è stato alla Sapienza, l’università di Roma, e ha detto delle cose grandi, che dovrò riprendere, ma questa mattina mi voglio fermare a una frase, meglio, a un grido, che mi pare un grido di battaglia dentro la vita: “Io sono desiderio, non un algoritmo”!
Crescita, scienza e conoscenza sono all’inseguimento di cuori indomiti.
dalla liturgia ambrosiana:
Venerdì dopo l’ASCENSIONE
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».
Vangelo secondo Luca 14, 27-31a.
Comunque torna. E la promessa di questo ritorno dobbiamo imparare a custodirla nel cuore come certezza, lui ci lascia ma ci ha promesso di tornare.
Questo significa che non siamo, e non saremo, mai soli.
Ma se ci ha promesso: “torno”; se non ci abbandona a noi stessi, allora significa che rimane, che c’è una presenza, qui e ora che permane nella vita della Chiesa e nostra e che diviene origine di speranza certa per tutti i credenti.
Così resta lo spazio per il principe del mondo: siamo costantemente messi alla prova nel nostro camminare da quello che è lo spirito del mondo, lo spirito di un principe che non è Padre e che vuole solo possedere i nostri cuori e il mondo. Ma sapere che un Padre c’è, e torna, rende certi di non smarrire mai più la strada.
Si potrà essere stanchi o confusi ma mai persi, mai soli.
Scuola di Comunità 2025/2026
Luigi GIUSSANI,
All’origine della pretesa cristiana
Capitolo sesto
LA PEDAGOGIA DI CRISTO NEL RIVELARSI
1. Le linee essenziali della pedagogia rivelativa
a) Il Maestro da seguire
Innanzitutto Gesù chiede che lo si segua. I primi modi con cui Gesù propone se stesso sono così dalla gente comprensibili e accettabili. Contengono una implicazione molto più grande, ma la gente non se ne accorga.
Verissimo, quando si dice sì a Gesù, all’incontro con Lui, c’è la percezione di un cuore pieno, di un’esperienza pienamente corrispondente, poi ci si rende conto, nel tempo, che quello che si era incontrato è molto e molto più di quello che si era scoperto nel primo istante di quella avventura di conoscenza.
Che presunzione quando pensiamo di conoscere ciò che ci è accaduto mentre invece sta ancora crescendo e fruttificando!
Buona giornata,
donC

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