Venerdì 12 giugno 2026

Ste’ rotonde.
Ero in auto dentro una rotonda e non andavo piano, tutto preso dalla foga dell’essermi appena liberato di un’auto guidata da un bradipo, ed ecco comparire un fratello di Kimi Antonelli, nato almeno cinquant’anni prima, che entra nella stessa rotonda senza fermarsi e senza preoccuparsi che io ero lì prima di lui. Se non freno e non gli cedo il passo avremmo fatto un bel botto.
Fin qui nulla di straordinario, solo prontezza di riflessi, quello che invece mi ha sorpreso è che non ho avuto nemmeno la forza di reagire: nè un colpo di clacson, nè un colpo di abbaglianti, nè una serie di improperi di varia foggia. Reazioni zero.
Schiacciato dalla prepotenza automobilistica.

Ci basta continuare sulla nostra strada e della giustizia non ci preoccupiamo poi molto, anche se abbiamo ragione; ormai cediamo alla tentazione di non immischiarci, e così lasciamo che i prepotenti si prendano tutto.
Chissà chi oggi darebbe la vita per la libertà?

Tra poco celebrerò la Messa nella festa del Cuore di Gesù.
Lui continua a dare tutto di sè perché io possa continuare a girare libero.


dalla liturgia ambrosiana:

La solennità del Sacro Cuore di Gesù cade il venerdì dopo la seconda Domenica dopo Pentecoste.
La devozione al Sacro Cuore è apparentemente tardiva nella storia della Chiesa, in quanto non si configura come tale che alla fine del XVII secolo, in seguito alle rivelazioni di santa Margherita Maria Alacoque, religiosa della Visitazione e al movimento che ne seguì. Ma le sue radici sono molto più antiche. I Padri della Chiesa, principalmente in Occidente, sviluppano il tema della Chiesa come la nuova Eva che nasce dal costato di Cristo, vedendo nel sangue e nell’acqua che escono dalla ferita aperta dalla lancia del soldato l’annuncio del battesimo e dell’eucaristia. I mistici poi del XII secolo passarono dalla contemplazione delle piaghe di Gesù a quella del suo Cuore divino: tutto l’amore di Dio ha fatto battere il cuore di un uomo-Dio, quello di Gesù.
San Bernardo scrive: “Il segreto del suo cuore appare a nudo nelle piaghe del suo corpo; si vede allo scoperto il mistero dell’infinita bontà”. Nel XIII secolo, secondo la sensibilità dell’epoca, coltivano l’esperienza dell’umanità di Gesù alcune espressioni della mistica femminile come santa Metilde e santa Geltrude, monache cistercensi di Helfta.
La devozione poi si diffonde tra i figli di san Francesco e gli altri ordini religiosi, fino ai primi gesuiti e passa nel culto pubblico in diversi luoghi della Francia, finché nel 1856 la festa è estesa alla Chiesa universale.

In quel tempo il Signore Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e “troverete ristoro per la vostra vita”. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Vangelo secondo Matteo 11,25-30.

Per amare il cuore di Cristo occorre essere semplici; se uno comincia a chiedere ragioni “per essere convinto” allora, forse, ci siamo staccati dal cuore e ci siamo appiccicati alla “testa”.
Questo come premessa alla festa di oggi e anche alle parole di Cristo che subito seguono, quello che si aggiunge è poi che la conoscenza non accade per il fatto di essere piccoli, ma accade se in aggiunta c’è anche la volontà di Gesù di metterci a parte della sua stessa conoscenza, quindi se c’è un rapporto con Lui. E il rapporto non nasce per quelli, privilegiati, che lo meritano ma per gli “stanchi e oppressi”; vivono una relazione con Cristo coloro che sono stanchi perché gli stanchi cercano costantemente altro, il riposo, rispetto a ciò che hanno davanti. L’altra categoria che vive una preferenza e una conoscenza è quella degli oppressi, coloro che non cercano scavando dentro sè ma coloro che sentono il peso della realtà.
Quindi coloro che sono “piccoli” non sono comunque preferiti per la loro condizione ma per il compito cui sono chiamati, e che spesso noi “scordiamo”: portare il suo giogo.
Perché per essere segno di Cristo nel mondo significa essere un pò come Lui e un pò meno come te stesso. Quello è il giogo, dolce e leggero.


Chi è quell’uomo se ne sa più di quelli “che ne sanno”? Questa domanda nasce in cuore anche a chi Gesù non lo aveva seguito né conosciuto prima: la sua conoscenza delle Scritture genera immediatamente una domanda sulla sua origine.
E’ in fondo quello che diciamo quando ci capita di constatare che Lui conosce noi meglio di noi stessi. Il punto resta sempre identico: cedere a chi si mostra “Signore”.


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