Mercoledì 15 luglio 2026

Ieri nel primo pomeriggio aspettavo di “ritirare” la mia mamma al termine di una serie di esami di routine; avevo il compito di riportarla a casa, e per questo ero fuori dal pronto soccorso dell’ospedale e il caldo, con quel sole che avrebbe spento ogni barlume di vitalità in chiunque ne avesse anche solo una virgola.
Arrivato in zona “uscita” mi cerco un posto all’ombra pronto ad aspettare; solo che di fianco a me c’è una signora anziana , in carrozzina cui era legato un cagnetto bianco. E, come classico, quello comincia una serie di guaiti e abbai che sono tanto acuti quanto la sua talgia è piccola. Stridevano le orecchie e dopo un minuto la gente ha iniziato ad andarsene talmente il rumore era fastidioso.
C’è stato anche chi, gentilissima, ha portato un pò d’acqua pensando che la causa di tanto strepito fosse il caldo, ma la bestiola non ha bevuto e ha invece continuato nella sua lamentazione.
Qualcuno allora ha cercato di interagire con l’anziana signora, ma parlava credo una lingua slava, e nessuno è riuscito a capire ciò che ripeteva quasi ossessivamente.
E il fastidio cresceva.

Dopo una decina di minuti di questa scena arriva una signora: “scusate, sono la figlia della signora, il cane è mio e si lamentava perché non lo lascio mai solo e quindi deve essersi spaventato di non vedermi più, d’altra parte dovevo parcheggiare”. Intanto, a conferma di tutto ciò il cane si dimenava in braccio alla nuova venuta come se l’avesse morso una tarantola, tutto una festa.

E’ quasi commovente constatare che nemmeno gli animali sono immuni dal bisogno di essere di qualcuno. Solo che quando noi ci sentiamo soli cominciamo a bestemmiare dicendo che ci ha lasciato soli, non piangiamo mai perché ci manca.


dalla liturgia ambrosiana:

Nacque a Bagnoregio, presso Viterbo, intorno al 1217. Come lui stesso racconta, da bambino fu guarito miracolosamente da una grave malattia per un voto fatto dalla madre a san Francesco.
Entrò nell’ordine francescano venticinquenne, dopo aver fatto gli studi di filosofia all’Università di Parigi, dove compì pure il quinquennio teologico sotto la guida di Alessandro di Hales, suo venerato magister et pater, diventando lui stesso Maestro. Nel 1257 fu eletto ministro generale dell’Ordine e rimane alla sua guida per diciassette anni, fino alla morte, nel periodo difficile del suo grande sviluppo, preservandolo dagli eccessi sia dei fratelli zelanti che dei fratelli rilassati.
Fedele allo spirito di san Francesco, col prestigio della sua autorità e della sua santità mantenne unito l’Ordine che contava già trentamila frati, ne fu il saggio legislatore e il moderatore, insuperato interprete e modello della vita francescana. Nella sua riflessione teologica i metodi della scolastica si incontrano in modo geniale con lo spirito francescano e il suo ardente desiderio di Dio.
Sotto la costante guida delle Scritture, Bonaventura operò una sintesi mirabile tra la nascente teologia speculativa medioevale e la mistica incentrata sull’interiorità, tipica dei cistercensi e dei vittorini. Dopo aver rinunciato all’arcivescovado di York, dovette accettare il cardinalato e il vescovado di Albano; partecipò ai lavori preparatori del concilio ecumenico di Lione per l’unione con i Greci, e poi al concilio stesso. Una settimana dopo la conclusione dell’assise conciliare, morì assistito dallo stesso papa, il 15 luglio 1274. Anche la Chiesa anglicana oggi fa memoria di san Bonaventura.

In quel tempo. Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, il Signore Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Vangelo secondo Luca 9,51-56.

C’è un livello della nostra umanità che rivela il nostro essere animale: quando ci pare di essere rifiutati la reazione è quella di attaccare. Non c’è futuro nella natura per chi è mite, per questo guardiamo alle pecore, per definizione, con una sorta di disprezzo: essere pecore è soccombere.
Ma Gesù non perde un colpo nel suo guardare al cielo: sgrida i suoi discepoli e poi lascia che quei Samaritani si perdano per colpa loro, come non vuole un fuoco così non li converte a forza.
Accogliere anche chi ha un giudizio negativo su di noi è comunque una buona occasione per poter ricordare ciò che davvero desideriamo per la nostra vita. E forse oggi dobbiamo chiedere semplicemente questo: che si possa essere capaci di imparare ad abbracciare anche chi ci giudica male perché pare che non si accolga Gesù.


Commenti

Una risposta a “Mercoledì 15 luglio 2026”

  1. Che bella la foto!
    In un mondo riarso e inospitale c’è un punto di straordinaria bellezza…poesia

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