Agosto 2026
L’occasione delle vacanze estive mi ha costretto a riprendere più e più volte il senso della preghiera che conclude le nostre giornate, ho provato a stendere i pensieri che ne sono scaturiti nella speranza che possano essere utili.
Memoráre, piíssima Virgo María,
a sǽculo non esse auditum,
quémquam ad tua curréntem præsìdia, tua implorántem auxìlia,
tua peténtem suffrágia, esse derelíctum.
Ego tali animátus confidéntia,
ad te, Virgo Vìrginum, Màter, curro,
ad te vénio, còram te gémens peccàtor assisto.
Noli, Màter Verbi, verba mea despícere; sed áudi propìtia et exáudi.
Ricordati, piissima Vergine Maria,
che non si é mai udito
che alcuno sia ricorso alla tua protezione,
abbia implorato il tuo aiuto, abbia cercato il tuo soccorso e sia stato abbandonato.
Animato da tale confidenza,
a te ricorro, Madre, Vergine delle Vergini,
da te vengo, dinanzi a te mi prostro, gemendo peccatore.
Non volere, Madre di Dio, disprezzare le mie parole, ma ascolta benevola ed esaudisci.
Da sempre, nell’esperienza cristiana che ho fatto, sin da ragazzino, sono stato abituato a concludere le giornate con una preghiera comune, detta insieme, come un ultimo richiamo a ciò che conta davvero nella vita. E questa preghiera è stata da sempre la recita del Memorare.
Poteva essere che avevi giocato, poteva essere la fine di una serata di canti, poteva essere una cena ma la conclusione è stata sempre quella: una domanda a Colei che ha portato in sé il Mistero perché possa accadere nella mia vita quello che è accaduto nella sua.
Ma perché non dire altre preghiere, magari anche più “della Chiesa”, come la Compieta?
Certo è possibile sostituire il Memorare con la Compieta, che nella liturgia delle ore Compieta é la preghiera che chiude la giornata. Il punto, almeno per me, è che spesso la giornata si chiude molto tempo dopo la recita comune del Memorare, se dicessi la Compieta al termine di una serata mi resterebbe così il compito di chiudere nella preghiera la giornata. Spesso capita che ci siano altre cose prima del riposo e quindi resterebbe “scoperto” l’ultimo gesto della giornata, un gesto importante per la nostra autocoscienza. Per questo il Memorare lo considero come un gesto che chiude quello per cui si è insieme ma non chiude affatto la giornata.
Ma perché allora non sostituiamo il Memorare con altri testi della tradizione? In fondo non è solo il Memorare che si rivolge a Maria e non è solo il Memorare che ha quello sguardo confidente. In effetti nella tradizione della Chiesa ci sono sempre state delle preghiere a Maria ( conosciute come “antifone maggiori”) recitate alla fine della Compieta, e che suddividevano il tempo accompagnando e sottolineando il cammino della liturgia. Ti riporto solo i “titoli” e non i testi delle preghiere, per comodità:
Alma Redemptoris Mater – Santa Madre del Redentore, antifona recitata dall’inizio dell’Avvento fino alla Presentazione di Gesù al Tempio (2 febbraio)
Ave Regina Coelorum – Ave, Regina dei cieli, antifona recitata dal 2 febbraio fino al Mercoledì della Settimana Santa
Regina Coeli – Regina del cielo, antifona recitata dal Sabato Santo e per tutto il tempo di Pasqua. Da notare che il Giovedì e il Venerdì santo non erano previste antifone dedicate a Colei che stava sotto la Croce, tutto invece era rivolto a Cristo.
Salve Regina – Salve, Regina che veniva recitata per tutto il tempo chiamato ordinario, cioè dalla Pentecoste all’inizio dell’avvento.
Se dobbiamo quindi cimentarci in una risposta alla domanda: perché il Memorare?, credo che si debba ipotizzare la risposta più semplice: don Giussani parlava a laici, spesso ragazzi e ragazze, che non erano per nulla educati da un punto di vista ecclesiastico e che quindi avevano bisogno di cose dirette e semplici; mettere nelle loro mani un calendario liturgico credo sarebbe stato un ostacolo più che un aiuto. Un gesto semplice e ripetuto mette chiunque nella condizione di impararlo e comprenderlo.
L’origine del Memorare.
Per lungo tempo, e in buona fede, si è pensato e detto che questa invocazione sia stata scritta da san Bernardo, il sito stesso di Radio Maria riporta la preghiera attribuendola al monaco cistercense perché pare che nei suoi testi siano rintracciabili alcuni richiami al testo, di cui però non c’è traccia; ma se si ha la pazienza di mettere a confronto le parole che si dicono con la cultura e la Fede del tempo di san Bernardo ci si rende conto che la cosa è semplicemente impossibile.
Più probabilmente l’idea di attribuire la preghiera a san Bernardo nasce dal travisare il nome del primo divulgatore che consociamo: nel 1500 un sacerdote francese, padre Claude Bernard; che, conosciuto come il “povero prete”, distribuiva un’immagine della Vergine con la preghiera del Memorare a coloro che accompagnava alla pena capitale, raccontando che anche lui era stato in pericolo di vita e che la visione della Vergine lo aveva richiamato alla vera vita. Su quelle immagini la preghiera era presentata come “la preghiera del padre Bernard” da qui, forse, l’equivoco.
Però nemmeno padre Bernardo è possibile che sia il compositore del testo che conosciamo.
Le parole che recitiamo quando diciamo il Memorare in realtà sono state formalizzate solo nel XIX secolo e ad esse fu connessa un’indulgenza da papa Pio XI nel 1846.
Definito quindi che non sappiamo bene quale sia l’origine del testo che preghiamo ci resta un’ultima cosa da sottolineare nelle “storia” di questa preghiera: la potete trovare tra le preghiere del cristiano poste in appendice al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica: un riconoscimento ufficiale di un testo ritenuto ormai utile a chiunque e in ogni parte del mondo per poter vivere al meglio l’esperienza della fede.
Santa Teresa di Calcutta, una grande fan.
Se è vero che molti santi sono stati affezionati utilizzatori della nostra preghiera dobbiamo però dare un posto di rilievo a santa Madre Teresa di Calcutta. Ne ha parlato spesso come della sua “novena d’emergenza” o “novena volante”: di fronte a bisogni immediati o particolarmente gravi era solita recitare nove volte a fila la preghiera a cui, e qui sta la simpatia e la confidenza dei santi veri, aggiungeva una decima volta come ringraziamento per la grazia ricevuta.
Da qui ci viene una prima grande sottolineatura della ragione che ci spinge a pregare con le parole del Memorare: si provoca a Maria a portare a Gesù quello che necessitiamo.
Guardiamo ora letteralmente il testo:
1. “Ricordati, piissima Vergine Maria, che non si é mai udito che alcuno”.
“Ricordati”. Evidentemente l’incipit della nostra preghiera, quel “ricordati”, non viene dal pensiero che Maria si possa scordare di qualcosa, perché allora la nostra preghiera inizia così? La ragione è la stessa per cui la preghiera delle ore inizia sempre con l’invocazione “O Dio vieni a salvarmi”: c’è innanzitutto la coscienza di un bisogno che io ho, insieme alla certezza del fatto che mi rivolgo a chi può ascoltare e accogliere.
Il bisogno grande o piccolo che mi agita il cuore ha sempre trovato nella compagnia di Dio un grande aiuto; la storia della Sua compagnia a me mi spinge a cercare nuovamente aiuto.
“Che alcuno”. Cioè la preghiera invoca la grazia per uno qualsiasi, anche per uno non “dei nostri”, perché la Grazia di Dio, l’attenzione della Madre non dimentica nessuna delle sue creature. Essere ascoltati non è frutto di una familiarità, è piuttosto frutto di una condizione comune a tutti: essere stati voluti.
2. “sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, abbia cercato il tuo soccorso e sia stato abbandonato”.
Tre termini per tre concetti:
la protezione la chiedi nel pericolo,
l’aiuto lo cerchi nella fatica e nella debolezza,
il soccorso è quando sei così provato da non poterti muovere.
Tre situazioni di bisogno, diverse tra loro ma che mettono in luce che il protagonista è sempre un uomo che cerca di costruire, di fare, e non riesce.
Il miracolo accade dentro questa chiarezza: non viene meno l’uomo ma è colmato il suo limite. Il miracolo in questo senso “compie” l’uomo.
“E sia stato abbandonato” questo è il vero miracolo quindi, che nessuno resti solo e che il buon Dio a chiunque possa fare compagnia dentro la vita che c’è.
3. “Animato da tale confidenza, a te ricorro, Madre, Vergine delle Vergini,”
Qui c’è una svolta, il soggetto della preghiera non è più un uomo indistinto, qui l’orante sono “io”, questo cambio accade perché quel che mi urge in cuore, il mio bisogno mi spinge a rompere gli argini della formalità e a mettermi in gioco davvero.
“Confidenza”. Non sono solo spinto a mettermi in gioco dal mio bisogno concreto ma dalla confidenza e così diviene importante chiarire cosa sia la confidenza che viene citata; per non dire parole a caso, parole che poi sono anche molto belle e vere. La parola ci viene dal latino ed è il gesto di fidarsi non a caso ma di qualcuno di ben specifico reso dal prefisso “con”; una confidenza che è una sorta di intimità: “siamo in confidenza”. Io e Maria siamo così amici che quell’amicizia mi anima, mi muove mentre la fatica, il dolore e il peccato tendono a scandalizzare e a lasciare immobili, atterriti dalla nostra umanità.
“A te ricorro”. Il confidare non è statico è un correre incontro, è un muoversi subito perché il confidare é già desiderio di essere salvato, di essere cambiato, di essere perdonato. Quando poi un rapporto è vero e arde nel cuore allora diviene evidente che nella fatica si corre a quel porto sicuro.
“Madre Vergine delle Vergini”. Questo modo di chiamare Maria riprende un modo normale “Virgo Virginum” e lo arricchisce dell’apparente paradossale “Mater”: la Vergine è madre delle vergini. Perché queste parole per invocare Maria? Semplicemente perché sono le parole del mio amore a lei: amo la Madre del Figlio di Dio perché lei è l’esempio di quella bellezza che scoppia nella vita di chi mette Cristo davanti a tutto, questo è essere Vergini. E solo parole così posso dire al meglio quanto grande sia la mia confidenza in Maria.
4. “Da te vengo, dinanzi a te mi prostro, gemendo peccatore”.
Qui c’è descritto tutto il modo più bello di stare davanti a Maria: vengo, mi prostro e gemo. La dinamica della preghiera, di ogni preghiera vera è tutta in questi tre passaggi.
Nella traduzione usuale coram praticamente viene reso da quel “dinanzi” mentre la questione mi pare sia quella di chi sta gemente alla presenza di un altro: sto davanti a Maria gemendo come un peccatore perché mi rendo conto che sono lontano da colei cui sto davanti: la mia fragile fede non asseconda il mio desiderio e, come ci insegna san Paolo, faccio ciò che non voglio (Rm ,17).
In questo pezzetto della preghiera il mio bisogno concreto, la causa immediata della preghiera non è più a tema, ciò che prevale è il mio affetto dolorante per Maria, che vorrei come Madre e da cui invece sembro allontanarmi.
Corro a Maria perchè di lei mi fido ma sono sempre un peccatore.
5. “Non volere, Madre di Dio, disprezzare le mie parole, ma ascolta benevola ed esaudisci”.
Non è affatto casuale nel latino la ripetizione del termine parola, Verba verbi. E credo sarebbe più corretto anche in italiano rimettere al centro quel gioco: “madre della Parola, Verbo, non disprezzare le mie parole”. Dico questo perché mi pare di intuire che in questo modo si è tolta la distanza tra le mie povere parole, che dicono me, e la parola che è Gesù. Perché prima di essere santo o peccatore sono Figlio, e per questo oso mettere le mie domande ai piedi di Maria e per lei ai piedi di Gesù.
Tanto è vero che il verbo latino “despicere” viene tradotto con “disprezzare”, mentre la traduzione letterale dovrebbe darci l’idea del gesto di guardare verso il basso, come di chi ascolta povere cose, scemenze. Da tutto questo esce una frase che potrebbe essere così: “non guardare dall’alto verso il basso le mie parole, tu che sei madre della Parola.”
La confidenza è la chiave di questo grande testo di preghiera, forse, senza queste parole non ricorderemmo, al termine della giornata, la domanda che avremmo dovuto custodire nel cuore dentro le faccende della vita.
Ecco allora la bellissima utilità della preghiera: farci recuperare la consapevolezza vera di noi.
Buon Memorare,
donC