Lunedì 19 gennaio 2026

Silenzio.
Ieri sera mi sono messo a disegnare e per concentrarmi meglio su ciò che stavo facendo avevo anche le orecchie “piene”, più che delle cuffiette, della canzone presentata a Sanremo da Simone Cristicchi: Abbi cura di me. E’ stata una domenica tosta; ero stanco e avevo bisogno di un po’ di ossigeno e quel mendicare melodico era come un poter respirare tranquillo: dopo una giornata piena mi serviva davvero un momento di “vuoto”, dove potermi semplicemente gustare quella canzone, con quei brandelli di vita e di verità. 
Poi, mentre cercavo di riprodurre il disegno di un’icona con volto di Cristo, mi è tornato alla mente un branetto della preghiera che precede la consacrazione, quello che avete ascoltato ieri: «Tu per alleviarci le fatiche della vita ci hai confortato con l’esuberanza dei tuoi doni e per richiamarci alla felicità primitiva ci hai mandato dal cielo Gesù Cristo tuo Figlio e Signore nostro». La prima parte è già un richiamo: stupenda è la definizione data ai mille mille doni che riceviamo ogni istante, sono esuberanti, ma la seconda parte è davvero una cosa nuova, che io non avevo mai considerato in questi termini: Gesù è stato mandato per richiamarci alla felicità primitiva.
Allora ho capito che le parole di Cristicchi non sono una vuota nostalgia, sono la memoria di quello che ho goduto, per essere lieto e grato anche nella stanchezza.


dalla liturgia ambrosiana:

In quel tempo. Il Signore Gesù con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui. Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Vangelo secondo Marco 3,7-12.

Il ritiro di Gesù non è per riprendersi, per riposare, il ritiro di Gesù, “presso” il mare è perché desidera rimettere al Suo centro il rapporto con il Padre, quel rapporto che lo fa essere. Per questo “deve” il “ritirarci” deve essere assolutamente desiderabile anche per noi. Se siamo amici di Gesù come non desiderare dei momenti per stare con lui?
Ma la cosa non dura: quella “grande folla” lo cerca e lo assale perché risolva i problemi quotidiani, perché elimini la fatica e il male; come spesso accade, di Gesù c’è bisogno perché la vita è dura, è come un salvagente che si cerca per non andare a fondo, ma che arrivati a riva, alla quiete, non serve più.
E anche per i gli spiriti impuri dobbiamo notare la stessa situazione: c’è un rispetto e un riconoscimento, ma solo nella ricerca della propria tranquillità, gridano il loro conoscere Gesù ma non per seguirlo.
E noi perchè, per cosa, stiamo con Gesù?



I Documenti del Concilio Vaticano II.

Costituzione dogmatica Dei Verbum.
1. Dio parla agli uomini come ad amici

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Abbiamo avviato il ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II. Oggi iniziamo ad approfondire la Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina Rivelazione. Si tratta di uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare e, per introdurci, può esserci d’aiuto richiamare le parole di Gesù: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Questo è un punto fondamentale della fede cristiana, che la Dei Verbum ci ricorda: Gesù Cristo trasforma radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio, d’ora innanzi sarà una relazione di amicizia. Perciò, l’unica condizione della nuova alleanza è l’amore.

Sant’Agostino, nel commentare questo passaggio del Quarto Vangelo, insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci amici di Dio nel suo Figlio (Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 86). Infatti, un antico motto recitava: “Amicitia aut pares invenit, aut facit”, “l’amicizia o nasce tra pari, o rende tali”. Noi non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio.

Per questo, come possiamo vedere in tutta la Scrittura, nell’Alleanza c’è un primo momento di distanza, in quanto il patto tra Dio e l’uomo rimane sempre asimmetrico: Dio è Dio e noi siamo creature; ma, con la venuta del Figlio nella carne umana, l’Alleanza si apre al suo fine ultimo: in Gesù, Dio ci rende figli e ci chiama a diventare simili a Lui nella nostra pur fragile umanità. La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva (cfr Gen 3,5), ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo.

Le parole del Signore Gesù che abbiamo ricordato – “vi ho chiamato amici” – sono riprese proprio nella Costituzione Dei Verbum, che afferma: «Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile (cfr Col 1,15; 1Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2). Il Dio della Genesi già si intratteneva con i progenitori, dialogando con loro (cfr Dei Verbum, 3); e quando con il peccato questo dialogo si interrompe, il Creatore non smette di cercare l’incontro con le sue creature e di stabilire di volta in volta un’alleanza con loro. Nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l’Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere.

La Costituzione Dei Verbum ci ricorda anche questo: Dio ci parla. È importante cogliere la differenza tra la parola e la chiacchiera: quest’ultima si ferma alla superficie e non realizza una comunione fra le persone, mentre nelle relazioni autentiche, la parola non serve solo a scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo. La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui.

In tale prospettiva, la prima attitudine da coltivare è l’ascolto, perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi.

Di qui la necessità della preghiera, nella quale siamo chiamati a vivere e a coltivare l’amicizia con il Signore. Questo si realizza in primo luogo nella preghiera liturgica e comunitaria, dove non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci per mezzo della Chiesa; inoltre, si compie nell’orazione personale, che avviene nell’interiorità del cuore e della mente. Non può mancare, nella giornata e nella settimana del cristiano, il tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e alla riflessione. Solo quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui.

La nostra esperienza ci dice che le amicizie possono finire per un qualche gesto eclatante di rottura, oppure per una serie di disattenzioni quotidiane, che sfaldano il rapporto fino a perderlo. Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l’amicizia con Dio è la nostra salvezza.


Commenti

Una risposta a “Lunedì 19 gennaio 2026”

  1. “Allora ho capito che le parole di Cristicchi non sono una vuota nostalgia, sono la memoria di quello che ho goduto, per essere lieto e grato anche nella stanchezza.”

    Per questo alzo il volto stanco e incontro il Suo
    e quello di chi mi sta accanto.

    Quanta luce.

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