Lunedì 24 novembre 2025

Telecamere con “svista”.
Ieri, come mi accade spesso la domenica, ho portato l’Eucarestia alla mia mamma. E come solito dopo il rito mi sono fermato a chiacchierare con lei un pochino. Nulla di eccezionale e strano.
Ad un certo punto mi ha raccontato una cosa che mi ha fatto sorridere: a motivo di alcune sue cadute, e non volendo nessuno in casa con lei, i miei fratelli hanno saggiamente deciso di piazzarle nell’appartamento un paio di telecamere, e questo in un paio di occasioni ha consentito di intervenire prontamente. Solo che ieri mi diceva che lei, quando vede la macchinetta muoversi, perché qualcuno sta vedendo come vanno le cose, lei, sentendosi osservata, prontamente la stacca dall’alimentazione rendendo lo strumento inutile e “cieco”.
Ho cercato di spiegarle, senza grossi risultati, che così però noi non possiamo aiutarla se ha bisogno, ma la risposta è stata lapidaria: “ma poi la riattacco”. Lì mi sono fermato.

E’ così per tutti noi, accettiamo senza remore di essere guardati ma non vogliamo che qualcuno ci guardi “dentro”; com’è difficile accettare, anche da parte di chi ti ama, che si possano vedere i tuoi gesti, il tuo muoverti.
Spesso anche noi “spegniamo” le telecamere che ci circondano.


dalla liturgia ambrosiana:

In quel tempo. Il Signore Gesù diceva alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie». Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

Vangelo secondo Matteo 11,16-24.

“Guai” è un grido, un dolore che si esprime e che, emergendo, dona visibilità ed evidenza a una delusione cocente; come se uno dovesse dare tutto per un risultato e poi si accorgesse che l’altro nemmeno considera tutta quella attenzione.
Gesù dona tutto, fa tutto per noi, e noi nemmeno ci rendiamo conto che ciò che riceviamo è per un amore, un amore vero, che arriverà sino al dono della vita.
Solo che il “guai” non è semplicemente la premessa di una punizione è, invece il dolore di una separazione, di una divisione, che porta a una vera perdita di rapporto e comunione. E Gesù con queste parole mette in luce che quell’amore donato è stato inutile: gli uomini non se ne sono nemmeno accorti.


Giubileo 2025.
Gesù Cristo nostra speranza.
IV. La Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale

5. Spiritualità pasquale ed ecologia integrale .


Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti.
Stiamo riflettendo, in questo Anno giubilare dedicato alla speranza, sul rapporto fra la Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale, ossia le nostre sfide. Talvolta anche a noi Gesù, il Vivente, vuole chiedere: «Perché piangi? Chi cerchi?». Le sfide, infatti, non si possono affrontare da soli e le lacrime sono un dono di vita quando purificano i nostri occhi e liberano il nostro sguardo.

L’evangelista Giovanni suggerisce alla nostra attenzione un dettaglio che non troviamo negli altri Vangeli: piangendo vicino alla tomba vuota, la Maddalena non riconobbe subito Gesù risorto, ma pensò che fosse il custode del giardino. In effetti, già narrando la sepoltura di Gesù, al tramonto del venerdì santo, il testo era molto preciso: «Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù» (Gv 19,40-41).

Termina così, nella pace del sabato e nella bellezza di un giardino, la drammatica lotta fra tenebre e luce scatenatasi col tradimento, l’arresto, l’abbandono, la condanna, l’umiliazione e l’uccisione del Figlio, che «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Coltivare e custodire il giardino è il compito originario (cfr Gen 2,15) che Gesù ha portato a compimento. La sua ultima parola sulla croce – «È compiuto» (Gv 19,30) – invita ciascuno a ritrovare lo stesso compito, il suo compito. Per questo, «chinato il capo, consegnò lo spirito» (v. 30).

Cari fratelli e sorelle, Maria Maddalena, allora, non sbagliò del tutto, credendo di incontrare il custode del giardino! Doveva, in effetti, riascoltare il proprio nome e comprendere il proprio compito dall’Uomo nuovo, quello che in un altro testo giovanneo dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Papa Francesco, con l’Enciclica Laudato si’, ci ha indicato l’estrema necessità di uno sguardo contemplativo: se non è custode del giardino, l’essere umano ne diventa devastatore. La speranza cristiana, dunque, risponde alle sfide cui oggi l’intera umanità è esposta sostando nel giardino in cui il Crocifisso è stato deposto come un seme, per risorgere e portare molto frutto.

Il Paradiso non è perduto, ma ritrovato. La morte e la risurrezione di Gesù, così, sono fondamento di una spiritualità dell’ecologia integrale, fuori dalla quale le parole della fede restano senza presa sulla realtà e le parole delle scienze rimangono fuori dal cuore. «La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza» (Laudato si’, 111).

Per questo, parliamo di una conversione ecologica, che i cristiani non possono separare da quell’inversione di rotta che seguire Gesù richiede loro. Ne è segno il voltarsi di Maria, in quel mattino di Pasqua: solo di conversione in conversione passiamo da questa valle di lacrime alla Gerusalemme nuova. Tale passaggio, che inizia nel cuore ed è spirituale, modifica la storia, ci impegna pubblicamente, attiva solidarietà che fin d’ora proteggono persone e creature dalle brame dei lupi, nel nome e in forza dell’Agnello Pastore.

Così, i figli e le figlie della Chiesa possono oggi incontrare milioni di giovani e di altri uomini e donne di buona volontà che hanno ascoltato il grido dei poveri e della terra lasciandosene toccare il cuore. Sono molte anche le persone che desiderano, attraverso un più diretto rapporto col creato, una nuova armonia che le porti oltre tante lacerazioni. D’altra parte, ancora «i cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e ai confini del mondo il loro messaggio» (Sal 18,1-4).

Lo Spirito ci dia la capacità di ascoltare la voce di chi non ha voce. Vedremo, allora, ciò che ancora gli occhi non vedono: quel giardino, o Paradiso, cui andiamo incontro soltanto accogliendo e portando a compimento ciascuno il proprio compito.


Commenti

Una risposta a “Lunedì 24 novembre 2025”

  1. Grazie Don Cesare, perché attraverso la proposta delle Catechesi di Papa Leone mi hai permesso di incontrare uno sguardo sulla realtà e sul mistero della redenzione operata da Cristo che trovo di una profondità oserei dire “abissale”!

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