Martedì 2 giugno 2026

Era in chiesa, ma studiava, il computer acceso e gli appunti davanti.
Aveva deciso, senza nemmeno verificare, che le aule studio erano chiuse e che essendo chiuso anche il poli, la chiesa era il luogo giusto dove studiare: aveva spostato tutto da un tavolo in fondo, l’aveva portato a fianco di un ventilatore, aveva acceso la luce e si era accomodato lì, tranquillo a studiare.
Gli ho solo spiegato che, forse, se voleva andare nelle aule di sopra bastava fare la fatica di andarci, che “decidere” che erano chiuse era una cosa che poteva forse essere comoda ma poco vera. Vi immaginate poi una persona che volontariamente si ferma per qualche ora in quella calura?

D’altra parte però c’è chi in chiesa dorme, chi ci sta con il cane, chi la usa come confessionale di questione affettive, chi ci pranza, per non dire di chi, mentre celebro la Messa, manda messaggi, chi mi beve davanti perché alla sete non si comanda … insomma che problema c’è se uno in chiesa ci fa quello che vuole?

Il punto non è il rispetto, una persona non può sapere come comportarsi in un posto che non conosce. E pretenderlo è sciocco senza spiegarlo.
Quello che mi lascia interdetto è l’assenza di domanda: uno pensa una cosa giusta, non si chiede se lo sia.
L’io diviene sempre più il centro del diritto e della morale.

Come aiutarci a cambiare?


dalla liturgia ambrosiana:

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «In verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Vangelo secondo Luca 4,25-30.

Anche gli stranieri possono passarci davanti, se sono veri con sè stessi e con la loro fede. Può anche darci fastidio ma il nostro Dio é fatto così: ama il bene delle persone e cerca sempre di affermarlo.
Il punto è che si sdegnano quelli che dovrebbero gioire per quell’amore gratuito, lo stesso che hanno ricevuto loro; e invece si fanno padroni di un dono ricevuto. Esattamente quello che spesso capita anche a noi: è vero o no che ci adiriamo con il buon Dio quando le cose non vanno come, secondo noi, dovrebbero andare?
La cosa bellissima è che Gesù non si lascia intimidire, passa oltre.

Conosce così bene come siamo fatti che ha la pazienza di non smettere, di non demordere ma sempre di ricominciare, proprio come fa un padre e non un padrone.
Resta che le pagine della scuola di Comunità delle scorse giornate possono essere un buono strumento per riprendere questo episodio evangelico, mi riferisco alla parte finale del paragrafo 2.


La prima cosa che Gesù usa per identificarsi con Dio è la Legge. Per gli ebrei osservanti è il segno evidente della volontà di Dio e quindi identificarsi con l’origine della legge è dirsi origine della vita stessa del popolo ebraico. Immaginate la cosa: uno come tutti che pretendeva di essere l’origine di tutti, della loro stessa società.
Perché possiamo arrivare anche noi a chiederci: “chi sei?” c’è bisogno che riconosciamo che è Lui l’origine della vita stessa che viviamo, quella compagnia che chiamiamo Chiesa viene da Lui.


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