Martedì 26 maggio 2026

Non mi sarei accorto di nulla se non avessi allungato una mano per salutare; stavo facendo il gesto del salutare la persona che mi era arrivata in studio e mentre avvicinavo la mano alla sua da una specie di borsa è sbucata fulminea una dentatura minuta ma agguerrita che ha subito iniziato a latrarmi contro. Ebbene sì, la signora aveva in seno un cagnetto davvero piccolo di taglia ma sicuramente gigante come coraggio.
La signora sì è subito scusata con me e si è anche premurata di sgridare il suo fedele guardiano, ma la cosa mi ha fatto pensare: in fondo anch’io corro il rischio di essere feroce con coloro che “minacciano” ciò che è mio mentre dovrei far caso al fatto che tutto è Suo.

I nuovi padroni del mondo pensano proprio come quel cane e come me, quando si scordano che se hanno potuto vedere l’alba di questo nuovo giorno è solo per il regalo fatto loro dal Cielo.
Grazie a Dio abbiamo un Papa che ha il grande pregio di saperci ricordare ciò che conta, la sua prima enciclica ne è una prova.


Qui trovate il testo della Enciclica “Magnifica Humanitas” .


dalla liturgia ambrosiana:

Filippo nacque a Firenze il 21 luglio 1515; dai domenicani di San Marco ebbe la sua prima formazione religiosa. A 18 anni fu mandato a Montecassino da uno zio che aveva un negozio, ma agli affari Filippo preferiva la solitudine e, appena poteva, si recava alla celebre abbazia benedettina per pregare, pur non sentendo la chiamata a farsi monaco. Poco dopo lo troviamo a Roma, dove sarebbe rimasto per oltre sessant’anni.
Frequentò corsi di teologia e filosofia presso l’università della Sapienza e, visitando chiese, catacombe, basiliche, dette inizio a una specie di predicazione ambulante, piena di spirito e di allegria, che conquisterà, in breve, tutta la simpatia dei romani. In particolare il suo fascino straordinario, fatto di buon umore e allegria, ma pieno di spirito evangelico, trascinò i giovani che lo seguirono con entusiasmo. Per loro Filippo mise in atto una delle sue idee più felici: l’Oratorio secolare, vera palestra di carità e santità, dove, oltre alle preghiere, ai canti e ai divertimenti, si organizzava l’assistenza ai poveri e ai malati. Con il suo confessore, nel 1548, fondò la Confraternita della Santissima Trinità, dedicata particolarmente all’assistenza dei pellegrini più poveri, dei carcerati, dei malati negli ospedali e nei lazzaretti; e nel 1551, per incrementare la devozione all’Eucaristia, istituì la pratica delle “Quarant’ore”.
Filippo fu consacrato sacerdote nello stesso anno, il 23 maggio, e, come sacerdote, entrò nella comunità dei cappellani di san Girolamo che esercitavano, tra l’altro, le funzioni di confessori e direttori di coscienza. Apprezzato come padre spirituale, si trovò subito circondato da un nutrito gruppo di discepoli, desiderosi di approfondire la loro spiritualità con preghiere, meditazioni, e l’ascolto dei sermoni di Filippo. Con loro ben presto diede vita alla Congregazione dell’Oratorio, una comunità chiamata così perché nata nell’ambiente oratoriano da lui organizzato.
Per le sue virtù e la sua capacità di curare i corpi e le anime fu amato, ammirato, venerato da papi, prelati e cardinali. Morì dopo una lunga e dolorosa malattia il 26 maggio 1595, assistito dal card. Federico Borromeo. Venne proclamato santo nel 1622 da Gregorio XV.


In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

Vangelo secondo Luca 12,35-38.

Abbiamo conosciuto lo sposo, abbiamo scelto di esserne i servitori, ora dobbiamo vivere aspettando e invocando che accada nuovamente. Attendere non è una cosa brutta, se si attende la persona che riempie la vita, e l’impazienza dell’attendere diviene segno di amore. Questo rende subito pronti all’arrivo dello sposo.
E questo dovrebbe essere quello che accade solitamente.
Ma che lo sposo si metta a servire i suoi servitori è il segno della grande misericordia che il Padre ha per ciascuno.
Nelle nostre giornate sono infiniti i gesti di Gesù che si mette a servirci, anche quando in realtà non lo stavamo coscientemente aspettando.
Ma che cosa significa per noi aspettare? Come le nostre giornate sono attesa?


Siete tutti testimoni che non faccio mai citazioni così lunghe ma in questo caso l’eccezione è dovuta; don Giussani fa un passo che ha del geniale, o meglio, del carismatico nel far notare una cosa che tutti potremmo in realtà dire: Gesù si mette al centro dei rapporti cui apparteniamo.
Nulla di scontato. Noi ci descriviamo come “di”, amici, morosi, coniugi, genitori o figli tutti per dire a quale rapporto apparteniamo mentre in realtà lo stare con Gesù ci mette davanti il fatto che apparteniamo a Colui cui appartengono tutti i rapporti.
Questo significa due cose: che ogni rapporto per essere grande, divino, ha bisogno di riconoscere la sua origine e poi che ogni rapporto ha una dimensione che va molto al si là di quello che percepiamo. In questo senso ogni rapporto è per sempre.


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