Giusto per capire che cosa leggerete: sono parole del cappellano del carcere di Padova, è la predica che don Marco Pozza ha fatto al funerale di Alex Zanardi.
Mi ha colpito per la sua profonda umanità e per la capacità di rimettere tutto dentro davanti a Gesù.
«È l’Autogrill che più adoro: Montefeltro Ovest, A14, Bologna-Taranto. Ha un’architettura di cortesia, rosso Ferrari, è un condensatore di relax, di relazioni. Lo percepisci al volo, a 130 km/h: è l’invito a fermarsi un attimo. Di quell’attimo, accaduto dieci anni fa, ricordo i minimi dettagli: un Bufalino, tre rustichelle, due Coca Zero, tre bottiglie d’acqua. C’è Alex, io, due ragazzi (del carcere): siamo di ritorno da un incontro pubblico. Quando mi siedo, gli stanno raccontando la loro storiaccia: entrambi hanno le mani sporcate di sangue, purtroppo.
Tanti anni di galera alle spalle: me li sono portati con me, volevo sentissero dalla viva voce di Alex la storia di Alex. Lui li ascolta come pochi, forse, li avevano ascoltati: non si distrae, immobile, memorizza tutto nel suo sguardo felino. Finito, si alza, una mano nella stampella, l’altra nella loro: «Ragazzi – disse con quella cadenza che lo rendeva avvincente -: avete fatto un gran bel casino, porcavacca. Però: tanto di cappello per come state scavandovi dentro. Continuate a chiedervi il perchè di quel gestaccio». Lui li abbracciò, loro lo baciarono. Poi, seduti, fece loro una domanda: «Posso chiedervi solo una cosa?» Braccia allargate, era un assenso. «Se poteste tornare indietro?» Giurarono di non volerlo rifare. «Vedete, ragazzi – disse -. Certe volte bastano cinque secondi in più per fare la differenza. E’ un esercizio che non sempre ci riesce (me lo confermate), ma quei cinque secondi sono fondamentali. Sono dappertutto questi cinque secondi: negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro. E’ l’idea di provare a vedere se si può fare qualcosa d’altro rispetto a quello che stai per fare. Se, per caso, quei cinque secondi ti faranno portare a casa l’orso, diventeranno una specie di droga della quale non potrete più fare a meno. Cercateli ovunque questi secondi! Solo questo mi sento di dirvi dopo il vostro racconto».
Le rustichelle erano fredde, i cuori bollivano. Quando li abbiam lasciati davanti al carcere, Alex mi fece ripetizione perchè non scordassi quella Lectio Magistralis in Autogrill: «A maggior ragione oggi, mi convinco che il problema non è se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Il problema è se hai sete o no. Guardami, don: se posso fare qualcosa per questi due ragazzi e non me lo dici, non è amicizia.Troppo facile applaudire i vincitori, ricordatelo!»
Il mio Alex è tutto qui. Lascio a voi le medaglie, il rombo dei motori, l’odore della benzina. Le luci dei podi, il luccichìo dei cimeli, il fruscio degli applausi. Mi tengo strettissimo l’uomo, con la sua avvincente umanità. Nessuno, più di san Paolo, l’atleta di Dio, poteva fare sintesi migliore di questa vita percorsa a mille all’ora, anche in carrozzina: «Ogni atleta è temperante in tutto. Ma io corro non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perchè non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stessos qualificato» (1Cor 9,19-27). Ha corso tantissimo Alex, ma non l’ha mai fatto come un pugile che batte l’aria: ha corso come chi ha in testa una mèta: «La potenza è nulla senza il controllo» recitava una pubblicità della Pirelli, anni Novanta, del secolo scorso. La potenza di un sorriso abbagliante, di un’anima cristallina, di un uomo cresciuto senza smarrire il bambino ch’è stato. Senza perder il sapore delle lacrime: perchè se la vita ti strappa tua sorella sulla strada, devi avere radici profondissime per scegliere e (ri)scegliere la strada e l’asfalto come scenografia della tua esistenza. Per poi convincere il mondo che l’accaduto, qualunque esso sia, resta la più grande opportunità che la vita offre per rimettere a posto le cose. Radici-salvavita nelle quali è impresso il sorriso di mamma Anna, di Daniela e Nicolò che gli hanno impedito di vivere come di chi pettina le bambole: in ogni sua corsa, (rin)corsa o viaggio c’era sempre la sua Itaca ad aspettarlo. E’ dai tempi di Omero che Ulisse combatte, sprofonda, alza il pollice. Penelope, nell’intertempo, resta: tesse, attende, medita.
Nessun podio o medaglia per lei, manco quando lo meriterebbe perchè la sofferenza è brutta, selvaggia, spietata ma lei sceglie di restare. Di regolare la sua velocità al passo del più lento. Adesso, leggendo a ritroso, gradisco di più il libretto che un giorno Alex mi regalò: Il gabbiano Jonathan Livingston. Ebbe l’accortezza, animo fine, di farmi trovare sottolineata una frase. Parlava, ovvio, di velocità: «Raggiungerai il Paradiso quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa mille miglia all’ora, né un milione di miglia, neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perchè qualsiasi numero è un limite, ma la perfezione non ha limiti. Figlio mio, velocità perfetta vuol dire solo esserci, essere là». Esserci, perchè, seppur in maniera diversa, in ogni cosa c’è sempre del bene, del male: vivere è trovare quel po’ di bene e farlo diventare il tuo punto d’appoggio per sollevare la terra.
Non gli ori di Londra, nemmeno la prestazione “monstre” delle Hawaii vale il guadagno d’avere conosciuto un uomo che, perdonatemi, sapeva maneggiare ilcongiuntivo tanto quanto la centralina dei suoi bolidi. Quando parlava, avvertivi l’orgoglio d’esser figlio di una lingua, l’italiano, che, unica, ha il congiuntivo nella sua grammatica. L’indicativo lo sanno usare tutti, è il modo della certezza, della sicurezza: “Questa è la narrazione giusta!” Il congiuntivo è più una porta aperta: “E se questa non fosse (congiuntivo) l’unica interpretazione possibile?” Tutti che sanno tutto, sono rimasti in pochi a sapere chiedere. Alex, per chi ha saputo far tesoro della sua amicizia, serbava la curiosità di chi sapeva chiedere. Se la sua storia fosse stata una casa, mai avrebbe giurato di sapere cosa c’era in fondo al corridoio, oltre la siepe: questo è vivere all’indicativo. Lui, uomo del congiuntivo, viveva come se tutto fosse un appuntamento al buio, un’improvvisata, la mente spalancata. Non gli importava di sapere come finiva il corridoio di casa, voleva frequentare l’infinito. Mai detto: “Ciao mamma, sono arrivato uno!” Ha sempre ribadito che, per lui, il congiuntivo è uno stile di vita: «Fosse tutto bello, sai che noia tremenda» era la sua filosofia spicciola. Piace poco il congiuntivo: siam un popolo di notizie sicure, nessun dubbio, le domande ci causano prurito. Il forse spaventa. Poi, però, beccavi in tv o per strada Zanardi e non riuscivi a staccare l’attenzione dal suo modo di riflettere, di gustarsi la vita, di abitare il limite. Chi ama l’indicativo, oggi rimpiange l’atleta ch’è stato. Chi osa il congiuntivo, oggi ringrazia l’uomo. Anch’io – chiedo scusa della parzialità – ringrazio una persona. Dico grazie al dottor Costa, il guru della clinica mobile. Gli dico grazie perchè, da uomo di scienza, in questi giorni ha osato parlare di anima parlando di Alex: «Con la sua amicizia ha ridisegnato i contorni della mia anima, sia di medico che di uomo» ha detto l’altra sera. La ringrazio per aver sintetizzato col genio che le riconosco, che l’atleta, senza l’uomo, è nulla. E’ potenza senza controllo.
Nessuno dica: “Vabbè: ma lui era Zanardi” Il Vangelo userebbe la frusta. Alex, come tutti, ha avuto dei talenti. Non importa quanti: «A uno diede cinque talenti, a un altro due, ad un altro uno». Il perchè di un trattamento diverso? «A ciascuno secondo le sue capacità» (cfr Mt 25,14-30). La differenza non la farà il numero, ma una legge dello sport che Mennea così: «Ho ricevuto dei talenti in dono. Io, però, non mi sono addormentato sopra, ma li ho fatti fruttare». Questa è la pagina del Vangelosecondo Alex, una questione di talenti, di dormite o di sveglia. Perchè anche con in dono soltanto un talento, se saprai leggere come nessun altro la traiettoria del Cavatappi, zona Laguna Seca, mostrerai al mondo che «non esiste nessuna curva dove non si possa superare» (A. Senna). Me lo immagino il mio Dio: «(Vieni) Alex buono e fedele, prendi parte alla mia gioia». Perchè ero in carcere e tu, in Autogrill, sei stato ad ascoltarmi. Ero infermo e non solo sei venuto a trovarmi: mi hai addirittura regalato una handbike perche mi rialzassi. Dispiace per sorellaccia morte: pensava di averlo vinto, finalmente. Non ha fatto bene i conti neanche stavolta, accipicchia. Si è presa il corpo, ma l’anima (grazie dottore!) le è proprio sfuggita. In corsia di sorpasso, è andata ad infilarsi dritta nelle storie dei ragazzi/e di Obiettivo3. La beffa? Che l’Alex, anche da morto, continui a parlare di obiettivi.
Della serie: “Però: Zanardi da Castel Maggiore”.
dalla liturgia ambrosiana:
MERCOLEDI’ della V° settimana di PASQUA
In quel tempo. Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
Vangelo secondo Giovanni 12,20-28.
Che bella la domanda dei Greci a Filippo!
“Vogliamo vedere Gesù”. Come sarebbe bello che fosse la domanda dei nostri rapporti, il metro delle nostre amicizie. Il criterio ultimo delle domande che agitano la vita.
“Vogliamo vedere Gesù”. Basterebbe questo per riempire le giornate, per dare sapore alle fatiche, per far ripartire le cose.
“Vogliamo vedere Gesù”. A chi vuole la pace basterebbe avere questa domanda per cominciare a fare dei passi indietro, per cercare il bene del mondo, per vivere la gioia del perdono.
“Vogliamo vedere Gesù”. Noi non lo diciamo, per la presunzione di averlo già visto. Ma era ieri, non oggi.
Scuola di Comunità 2025/2026
Luigi GIUSSANI,
All’origine della pretesa cristiana
Capitolo quinto
UNA PROFONDITA’ DI CERTEZZA
2. il sorgere di una domanda e l’irrompere di una certezza
Così Il silenzio era grande. E Gesù stesso prende l’iniziativa di romperlo: “Volete andarvene anche voi?”. Ed è qui che Pietro con la sua veemenza sbotta nella frase che riassume tutta la loro esperienza di certezza: “Signore, anche noi non comprendiamo quello che dici, ma se andiamo via da te, da chi andiamo? Tu solo hai parole che spiegano, che danno senso alla vita”.
Potrebbe sembrare che la convivenza non dia una certezza di tipo scientifico mentre invece la certezza dello “stare” sia anzitutto di tipo morale: se vado via di qui chi mi dona la ragione della vita? Ma occorre sempre avere presente il fatto che la certezza è sempre certezza, che sia matematica o morale. Credere a Gesù, conoscerlo, non è una scelta di idee, una posizione teorica e velleitaria è sempre frutto di una conoscenza, concreta e reale.
Imparare a stare con Gesù è quindi decisivo per poter imparare a stare dentro la verità della vita: solo Lui dona il senso al nostro esistere. Rifiutare di stare con Lui è vivere con la presunzione di poter conoscere da soli la verità del nostro cuore.
Buona giornata,
donC

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