Venerdì 8 Maggio 2026

Portiamoci avanti.
Domenica è la festa della mamma.
Domani non pubblicherò nulla, come solito, domenica invece solo l’omelia, quindi usiamo lo spazio di oggi per le mamme, al plurale.
Perché c’è una mamma che mi ha portato in grembo e mi ha generato, una mamma che mi ha “strappato” dalle braccia di mia madre e mi ha insegnato a stare con gli altri bimbi, una mamma che mi ha insegnato a scrivere e a “far di conto”, una mamma che mi ha accompagnato a scoprire la mia strada, una mamma che mi ha mostrato cosa voglia dire amare, una mamma che mi ha fatto vedere cosa significhi andarsene guardando a Gesù.
Ho scritto “una mamma”, ma spesso sono più di una le mamme che mi hanno ripetuto e insegnato la stessa cosa, perché sono cocciuto e tante volte non capisco bene cosa mi si dice; quindi ci sono tante mamme, con diversi gradi di importanza e di autorità nella vita.
Senza ciascuna di esse non sarei quello che sono, nel senso che è certo che sarei una versione peggiore dell’io che sono ora.

La grande qualità che la Natura dona alle donne è che danno la vita, non solo nel senso che generano, ma nel senso pieno del donare, dell’imitare l’amore di Cristo. E per questo vale la pena di dire grazie!

Se poi volete vedere il modello della Mamma e dei papà guardate a Colei che ha detto sì. E per questo ho scelto l’immagine d’apertura.

Auguri, anche se in anticipo!


dalla liturgia ambrosiana:

Le notizie più antiche su san Vittore ci vengono da sant’Ambrogio che lo ricorda assieme ai martiri Nabore e Felice. Soldati, di origine nord-africana, erano venuti a Milano per servire nell’esercito dell’imperatore Massimiano, e qui si erano convertiti al cristianesimo. Nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano, l’imperatore decise l’epurazione dell’esercito. I tre soldati, che avevano disertato per non obbedire a Diocleziano, furono catturati e condannati alla decapitazione. La sentenza venne eseguita a Lodi. Dopo l’editto di Costantino, i corpi dei tre martiri vennero trasportati trionfalmente a Milano.
Tanta fu la devozione di sant’Ambrogio per san Vittore che alla morte del fratello Satiro volle seppellirlo presso il sepolcro del martire. Un’altra fonte, ma di dubbio valore storico, sono gli Atti che risalgono al secolo VIII, in cui si tramandano i particolari leggendari del martirio di Vittore: trascinato dapprima nell’ippodromo del Circo, posto nei pressi di Porta Ticinese, al suo rifiuto di sacrificare agli dei, fu flagellato e poi condotto nel carcere nei pressi di Porta Romana dove subì atroci torture. Dal carcere riuscì a fuggire nascondendosi in una stalla nei pressi di Porta Vercellina, dove fu scoperto, condotto in una vicina selva di olmi e decapitato. Il vescovo san Materno dopo sette giorni trovò il corpo vigilato da due fiere e gli diede degna sepoltura vicino al luogo in cui aveva subìto il martirio.
Le peregrinazioni ricordate negli Atti sarebbero state inventate per giustificare le numerose chiese antiche di Milano dedicate a san Vittore. Varese onora il martire Vittore come suo patrono.

In quel tempo. Il Signore Gesù esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

Vangelo secondo Giovanni 12,44-50.

Quando incontro una persona spettacolare mi fermo estasiato a guardarla, vorrei imitarla, mi piacerebbe essere e diventare anche solo un pochino come lei, vorrei conoscerla di più.
Ma non mi viene da chiedere: “chi l’ha mandata?”.
Gesù è impressionante perché ci spinge sempre a cercare la ragione delle cose, anche la ragione della Sua persona.
Chiediamo di poterci appassionare alla persona del Padre, perché se non dovesse accadere è segno del fatto che in fondo ci basta quello che abbiamo, mentre noi vogliamo tutto.


Riprendendo il testo mi ha molto colpito la sottolineatura “tempo” che fa don Giussani; anche per essere certi di Gesù occorre un tempo. Spesso invece si ritiene che l’istante dell’incontro esaurisca la conoscenza mentre si tratta solo di un seme messo nella terra della consapevolezza: c’è già tutto ciò che potrà essere ma ha bisogno di uno sviluppo e di una crescita che rende sempre più solida la conoscenza e la convinzione.
Ma pare che concederci tempo, e concederlo agli altri, sia cosa poco usuale, il tutto e subito pervade anche il nostro rapporto con Cristo.
Occorre domandare che possiamo imparare l’arte della pazienza nello “stare”.
Come dice il testo: si rivela ai poveri di Spirito, coloro che aspettano.


Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *