XI° dopo PENTECOSTE | 9 agosto 2026

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi».

Vangelo secondo Marco (10, 16-20.)

Senza paura di commettere un grosso errore posso dire che il vangelo di oggi mette a tema un’altra caratteristica del discepolo: la missionarietà.
Se la scorsa domenica il vangelo della vedova povera, che mette due monetine nel tesoro del tempio, ci aveva richiamato il fatto che il discepolo è innanzitutto uno che vive la coscienza del rapporto con Gesù come rapporto affettivo, oggi scopriamo che il rapporto del discepolo con il Maestro coincide con il compito dell’annuncio al mondo di quella preferenza.

Vi mando come pecore in mezzo a lupi. “.
La cosa mi ha sempre impressionato, sia nella versione del lupo sia nella versione della pecora: il lupo non è un cacciatore solitario ma un grande collaboratore con il resto del branco per procurarsi il cibo; per dirci che il male sa fare “squadra” per portare le persone via dalla sequela di Cristo. Mentre le pecore sono animali che si possono facilmente colpire quando si riesce a staccarli dal gregge: una pecora isolata è una pecora persa.
Dicevo che questa prima frase mi impressiona perchè racconta che tutto si gioca nella appartenenza: pecora o lupo senza essere con qualcuno non realizzi ciò che speri.

Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe
Il serpente è prudente perché ha solo il morso per difendersi, non ha altre armi e non ha, quando ce l’ha, molto veleno. A noi può anche fare ribrezzo o paura ma in realtà è un animale che normalmente scappa e che attacca solo quando si sente minacciato.
Essere come il serpente è quindi essere attenti ad accorgersi di quando c’è un pericolo, è il grande dono della vigilanza e del discernimento.
La colomba, credo che sia chiaro a tutti, è l’animale simbolo della purezza; è così indifesa che non può fare altro che vivere la sua vita e, se occorre, scappare. E’ il grande compito della fedeltà a ciò che si è ricevuto senza altra preoccupazione che quello.

Il discepolo è quindi uno che vigila e che ha a cuore di vivere solo per quello che ha incontrato.

Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno
Il pericolo vero per il credente non viene dalla “realtà”, viene dagli uomini, ci viene dagli incontri che facciamo la possibilità di essere strappati via dall’incontro che ha spalancato la vita. Sono gli uomini che vogliono cancellare la bellezza del nostro incontro e che vogliono cancellare la felicità dai nostri volti. Ci consegnano perché non vogliono che apparteniamo al mondo e non a colui che ci ha cercato e trovato.

Per dare testimonianza a loro e ai pagani
Resistere a chi vuole il nostro male non è una resistenza, la migliore forma di opposizione al male che altri ci vogliono è la testimonianza al mondo. Se qualcuno si oppone all’abbraccio di Cristo noi dobbiamo amarlo ancora di più, fino alla Croce, come Cristo fa tutti i giorni con noi: lo scordiamo e Lui invece è sempre fedele, non ci scorda nemmeno un istante. finché cederemo davvero a quell’amore infinito.

Ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi
Quest’ultima frase del vangelo è davvero semplice e nello stesso tempo diviene il vero punto di verifica: lo Spirito parla in noi se noi viviamo guardando il Padre, davvero “la bocca parla della pienezza del cuore”.
Non stanchiamoci mai di guardare quel volto per essere sua parola nel mondo.



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