La via crucis

Dodicesima stazione
Gesù muore sulla croce

“Quando Gesù ebbe preso l’aceto esclamò:
Tutto è compiuto! Poi, chinato il capo, rese lo spirito”

(Gv 19,30)

In questa formella troviamo delle cose davvero belle: partiamo dal Cristo; non c’è più dolore in questo Crocifisso ma solo una pacata affermazione della pace che viene dall’aver dato tutto, in questa posa viene normalmente identificato il Cristo vittorioso: eretto e composto come un vincitore, a braccia alzate, appena dopo la fatica della gara. Anche il corpo collabora a dire questa cosa: vedete un copro perfettamente in posa e composto, fisicamente bello e perfetto; non c’è più lo spazio per il dolore e lo strazio della passione. Come nella tradizione sotto la croce ci sono solo Maria e Giovanni, anche se in base al testo evangelico non sarebbero stati solo loro; i due amati da Gesù sono in una osa inusuale per il soggetto che osserviamo: hanno un braccio poggiato alla croce e uno lasciato cadere verso le pecore, quasi a formare un cerchio che racchiude tutti i soggetti della formella.
Ma perché quel toccare la croce? Credo possa essere il desiderio di insistere e rendere evidente che la croce è ciò che dà forza di dire il proprio sì al compito che è dato a ciascuno: solo poggiati alla croce, in un rapporto diretto e continuo con quel legno noi abbiamo capacità e forza di vivere la nostra personale salita al calvario delle nostre giornate.
Infine credo sia da notare che Maria e Giovanni non guardano il Cristo ma la terra: il loro guardare Gesù non è solo una nostalgia ma è anche, e soprattutto, un giudizio: guardare Gesù non è farsi ispirare ma un legame che decide di ogni dettaglio della vita.
 
Il nostro scultore, attualmente ancora sconosciuto, pare conoscesse anche le opere d’arte: queste tre pecorelle, in pose molto simili, sono presenti nel mosaico di Cristo buon pastore nel mausoleo di Galla Placidia a Ravenna . Già quell’opera rende evidente il significato evangelico delle pecore, del gregge: sono il popolo di Dio.
Due mi paiono le sottolineature utili per poter godere della bellezza di quest’opera: la croce intesa come il grande ed estremo gesto di cura del pastore che dà la vita per le pecore e, secondo, mentre nel mosaico di Ravenna Cristo accarezza una pecora nella nostra formella è Giovanni che allunga una mano verso una pecora. Quasi a tradurre la frase di Gesù: “donna ecco tuo figlio”, “figlio ecco tua madre” (Gv 19,26-27.), Gesù chiede a Giovanni di guardare a Maria-Chiesa, come al gregge a lui affidato. Ma per farlo deve continuamente guardare a Cristo in croce, non deve guardare il gregge.
Un’ultima nota del tutto opinabile, legata all’incontro casuale con il mosaico di Galla Placidia: il pastore non  è alla guida del gregge, in cammino, ma è fermo, in un caso è in trono, nell’altro è in croce. Un modo alquanto strano per esercitare il mestiere di pastore perché lo sovverte: avere cura delle pecore è semplicemente stare con loro, in mezzo a loro.

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