La via crucis

Terza stazione
Gesù cade la prima volta

“Guardai attorno e nessuno che mi aiutasse
attesi ansioso e nessuno che mi sostenesse”

(Is 63,5)

Anche questa scena è composta di tre elementi a cui si aggiunge “l’animale” che, in questo caso, sono due aquile (almeno credo). Il contesto è quello della salita al Calvario: unico elemento di sfondo. D’ora in poi sarà quasi sempre così, tanto che i personaggi appariranno camminare leggermente in salita, segno di un procedere faticoso.

Al centro si trova sempre il Cristo e la croce. Credo che questo dettaglio sia importante: è come se la figura umana di Gesù avesse nel legno della croce non uno strumento di tortura e morte, ma un completamento di sé: da ora in poi non si può vedere e immaginare Gesù senza la croce. D’altra parte la figura di Cristo è spettacolare, perché la sua posizione di caduta sembra più mettersi in ginocchio  piuttosto che un lasciarsi sopraffare dal peso e dal dolore, il suo atteggiamento e il panneggio delle vesti sono determinati da una compostezza che stona con l’immagine che noi abbiamo del cadere.

Dei due personaggi che stanno vicini al Cristo quello alla nostra destra sembra un operaio degli anni cinquanta in calzoncini e canottiera; credo sia un modo per rappresentare i soldati, quelli che devono essere lì per lavoro e che cercano anche di sostenere Gesù, ma senza convinzione reale, “danno una mano” ma quello che importa è finire più velocemente possibile. La posizione del corpo di questo “lavoratore” dice una sorta di estraneità da ciò che sta accadendo attorno a lui.

Più netta e carica di movimento è invece la figura che sta alla sinistra: un uomo a cavalcioni della croce che fornisce anche maggior peso alla stessa provocando così ancora più difficoltà al Cristo che già fa tanta fatica. Un uomo che, se osservate con attenzione, ha davvero poco di umano: il suo volto è segnato dal ghigno di un pazzo o di un posseduto; il cadere spesso è solo un modo per essere trascinati verso il basso.

Fatta la descrizione della scena veniamo quindi ai nostri animali. Posti in alto a destra, quasi fuori dalla scena, mi hanno dato del filo da torcere perché li credevo collegati con il Demonio, infatti le aquile sono molto citate nella Bibbia e sono accostate a significati sia positivi che negativi, inoltre il fatto che siano in coppia non è particolare da trascurare. Anche questi animali fanno riferimento a Gesù, come mi ha ricordato una citazione del libro di Isaia (40,31):

Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.

Questo spiegherebbe come mai Cristo cade e nemmeno gli si sposta il vestito, non ha segni di sofferenza alcuna, né sul volto né sul corpo.

La seconda cosa che mi ha fatto protendere a leggere l’immagine come riferita a Cristo è quella posizione così al limite della scena: l’aquila è il segno dell’altezza di Dio che sceglie di abbassarsi fino al livello di noi uomini, quindi la caduta di Cristo è il punto più basso di questo “scendere” verso gli uomini. Se utilizzassimo un linguaggio teologico, diremmo che la caduta è la totale e definitiva chénosi di Dio. D’altra parte l’aquila, grazie alla sua vista acutissima, vede da altezze incredibili anche i più piccoli movimenti sulla terra: potrebbe essere allora che le aquile in questione indichino la custodia di Dio Padre, che vede tutta la sofferenza del Figlio, ma questo non spiegherebbe la coppia…

Come vedete è difficile dare una spiegazione certa e univoca, ma credo sia una delle cose belle dell’arte del novecento: mettere ciascuno alla prova misurandosi con ciò che si sta guardando; cosa racconta al cuore ciò che gli occhi vedono?

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