Mercoledì 8 luglio 2026

Mi ero dimenticato. Solito.
Ieri a pranzo avevo programmato un incontro con alcuni studenti per preparare la vacanza, ma altri ragazzi avevo ospitato a casa per il loro smart working; avendo una sola casa e soprattutto una sola cucina ho dovuto lasciare gli uni e spostare gli altri.
Così, in studio o in casa, tutti hanno potuto almeno godere dell’aria condizionata, e io ne sono uscito perdonato. Anche se quelli in studio mi sono costati un bel mucchio di caramelle!
Mi domandavo, ieri pomeriggio, quanto tempo impieghiamo a raddrizzare le cose storte, gli errori e gli sbagli. Facile la conclusione cui arrivavo: basterebbe non sbagliare e tutto sarebbe più facile, sereno e ordinato; spesso infatti non abbiamo possibilità di una soluzione semplice … e nemmeno una quantità sufficiente di caramelle da elargire per comprare il perdono degli offesi.
Solo che l’errore nasce sempre dal desiderio bello di un di più: la vita stessa esige che tutto cresca e che tutto sia sempre più grande e quindi la vita stessa implica che si metta in conto la possibilità di sbagliare; come accade a tutti coloro che vogliono provare a costruire la vita, cioè tutti.

Il punto quindi non è il mio errore e la dimenticanza ma la bellezza del voler farci stare troppo in troppo poco tempo. La vita rischia sempre di toglierci la lucidità. E’ vita.


dalla liturgia ambrosiana:

In quel tempo. Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono al Signore Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò in disparte, verso una città chiamata Betsàida. Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Vangelo secondo Luca 9,10-17.

“Voi stessi date loro da mangiare”. Questa frase è sempre stata quella che mi ha colpito di più in questo episodio; non mi colpisce Gesù che fa il suo mestiere e moltiplica il pane, non mi colpisce nemmeno che la sua cura per chi ha davanti lo spinga a preoccuparsi del loro cibo, mi colpiscono sempre queste parole che dice ai suoi amici. Prima si prende cura di loro, e li porta in un luogo dove porter stare tranquilli e poi li “butta” nella mischia delle preoccupazioni per gli altri: “voi stessi date loro da mangiare”.
Il desiderio, il cuore buono, non basta, anzi mette di fronte alla impossibilità di risolvere la situazione e allora si deve cominciare a chiedere. E quando sei in una zona deserta diventerebbe proprio ragionevole dire semplicemente a tutti: andate a cercare del cibo; doverlo invece procurare per tutti in quel posto è impresa quasi impossibile.
Quello che i discepoli offrono è quindi nulla rispetto alla massa di gente che c’è, ma Gesù sa bene che la fede può tutto, e moltiplica il poco che possiamo offrire sino a renderlo sufficiente per tutti.

Non potremo mai risolvere i mali e i bisogni del mondo ma possiamo sempre chiederci che cosa possiamo davvero offrire, perché quello, con la grazia di Cristo ci permetterà di sfamare tutti.
La tua povertà e la Sua grazia fanno il miracolo.
Occorre non avere vergogna del poco che abbiamo e dobbiamo chiedere la libertà di sapercene privare perché il bene degli uomini si compia.


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