Ieri sera in una telefonata un prete mi diceva: “se stiamo dentro il popolo è il popolo che ci porta”. Sembrerebbe non essere così, se parto dal fatto che per la buona parte delle mie giornate mi sento rivolgere la domanda opposta: “dove vado?” come se fossi io a dover indicare la strada a coloro che incontro, ma non è affatto così.
Credo che la cosa stia invece in una forma di equilibrio che slava tutto: “io ho bisogno di appartenere al gregge per poter indicare al gregge quel è il suo ovile. E’ la cara immagine di papa Francesco che chiedeva ai preti di portare l’odore del gregge. Perchè solo chi ha l’odore del gregge può essere degno di fiducia e di stima.
Lo dico per le immagini di ieri, per le parole di questi giorni. Mi riferisco alla morte del cardinal Ruini, un uomo così appassionato di Cristo e della Chiesa da desiderare che in tutto potesse esserci una possibilità di agire secondo la fede. si è occupato di ogni aspetto della vita umana ma restando sempre uno innamorato di Cristo.
Per lui, e lo chiedo non solo per me ma anche per ciascuno dei lettori di queste righe, tutto era dentro la passione per Gesù. Che quella passione prenda tutta la nostra vita.
Per poter vivere tutto.
dalla liturgia ambrosiana:
Santi GERVASO e PROTASO
Di Protaso e Gervaso, antichi martiri della Chiesa di Milano, Ambrogio (lo racconta nella sua Lettera 77a alla sorella Marcellina) trovò le spoglie mortali presso la piccola chiesa cimiteriale dedicata ai santi Nabore e Felice (zona cimiteriale di Porta Vercellina).
Venerdì 19 giugno dell’anno 386, consacrando il tempio che ora porta il suo nome, il santo vescovo depose le preziose reliquie sotto l’altare, in un loculo che aveva fatto predisporre per la propria sepoltura. In quell’occasione, l’esaltazione dei martiri – di cui fu testimone Agostino – contribuì a confortare la comunità cattolica di Milano, duramente provata dall’opposizione degli ariani.
La traslazione delle reliquie di questi martiri, fatta da Ambrogio a scopo liturgico a esempio di analoga prassi nelle Chiese d’Oriente, ebbe influsso notevole in tutta la Chiesa d’Occidente, nella storia del culto dei santi e delle loro reliquie. La data del rinvenimento dei loro corpi entrò ben presto nei più importanti calendari e sacramentari, e sorsero leggendarie narrazioni della loro passione. I due martiri ricevettero molte raffigurazioni nell’arte cristiana antica.
I corpi dei due testimoni di Cristo, insieme con quello di Ambrogio, rimasero per molti secoli nascosti agli occhi di tutti, fino all’8 agosto 1871, quando riscoperti, poterono di nuovo essere posti in onore nella cripta della basilica ambrosiana, dove sono circondati da grande venerazione.
In quel tempo. Il Signore Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze. Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri! Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio».
Vangelo secondo Luca 12,1b-8.
L’ipocrisia non è il punto di arrivo ma è il lievito del male; per voi sarà una sottolineatura ovvia ma per me è sempre più importante. Quante energie ci perdiamo nel pensare che l’ipocrisia sia il frutto mentre è l’origine di tutta la miseria che c’è in noi: a fronte di tutto ciò che acconsentiamo, a fronte di tutto ciò che taciamo , la vita prende una piega piuttosto che un’altra, e si finisce con il dover vivere con la maschera che l’ipocrisia ci ha donato.
Questo vale in modo chiarissimo nel rapporto con Gesù: ogni nostro sì non detto o detto senza chiarezza è il primo passo per una negazione. Anche se la mascheriamo in mille gentilissimi modi.
Ma Gesù non si ferma a dire male del nostro male, come sempre ci riabbraccia prima ancora che ci pentiamo: ci insegna di chi dobbiamo davvero avere paura: non degli altri ma solo del padre.
E questo venirci incontro rende ancora più doloroso il nostro non essere noi stessi: vorremmo altro ma siamo sempre fermi agli altri, alla pura delle conseguenze, alla fatica del lasciare tutto per la verità della vita.
Stupenda la chiusa di questo branetto: “cinque passeri non si vendono per un soldo?”; noi valiamo certamente più di quello che pensiamo. Anche avendo coscienza di tutti i nostri limiti.
Scuola di Comunità 2025/2026
Luigi GIUSSANI,
All’origine della pretesa cristiana
Capitolo settimo
LA DICHIARAZIONE ESPLICITA
3. La dichiarazione conclusiva
Davanti alla provocazione sulla testimonianza che era venuto a dare, Gesù non poté più tacere. Allora tutto il consiglio grida alla bestemmia e proclama Gesù reo di morte.
Fino a un certo punto avrebbero potuto sopportare la pretesa, se solo si fosse limitato a dirsi Figlio, forse gli sarebbe anche andata bene, ma è quella identificazione che i membri del Sinedrio non possono accettare, non può essere che quell’uomo sia Dio, si faccia Dio.
E lo facciamo anche noi, tutte le volte che diciamo: “sino a qui sì, poi basta, poi non si riesce più a stare a un Dio che vuole il male per me e per chi ho vicino”.
Buon venerdì,
donC

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