Appunti per una riflessione
La Messa/ uno
premessa
Occorre una prefazione, semplice e chiara, sul perché di questo lavoro sulla Messa: innanzitutto è un mio bisogno ricorrente; tornare su ciò che più normalmente faccio è il modo più semplice per non rendere abitudine il gesto più grande della storia. In secondo luogo mi è sempre più chiaro che la celebrazione è un gesto della Chiesa, quindi con tempi, forme e sottolineature che hanno la pretesa di essere per tutti e per ciascuno mentre sempre più spesso vedo che la partecipazione, e le modalità con cui avviene, la riducono a un gesto personale o, che è peggio, privato. Basta vedere come ci disponiamo in chiesa: ciascuno occupa il posto che vuole in base a sé, non certo all’essere insieme, all’essere comunità che celebra.
Quanta confusione c’è tra rito e devozione!
Il pericolo grande di questa riduzione del rito a celebrazione personale mi pare poi evidente nel venir meno della coscienza della Chiesa come corpo mistico di Gesù che cammina nella storia; se io vivo in autonomia il mio rapporto con Gesù ben presto l’osservanza dei precetti e l’appartenenza stessa non saranno più necessari e comunque soggetti alla mia disponibilità.
Infine voglio mettere per iscritto quel poco che so perché mi accorgo sempre più spesso che la mancanza di rapporto tra vita e liturgia è data dalla non conoscenza di ciò che la liturgia dice e fa, del fatto che è la liturgia è la prima incarnazione della fede. La liturgia è la più alta ed efficace catechesi perché non è parole è un gesto.
Se volete compiere con me questo cammino fatto essenzialmente di “istruzioni per l’uso” e non di grandi concetti teologici vi suggerisco di cominciare dalla recita di questa preghiera che ormai da qualche anno è pubblicata dal calendario liturgico della diocesi di Milano: si tratta in realtà del saluto all’altare dell’antica liturgia siriaca, quindi andrebbe recitata questa preghiera alla fine della Messa, prima di uscire dalla chiesa. Vi chiedo di partire da questa preghiera perché credo che la prima cosa da domandare è un affetto verso il gesto che più di ogni altro può segnare la vita.
Rimani in pace o altare santo e divino del Signore:
non so se tornerò o non ritornerò a te.
Mi conceda il Signore di rivederti
nella celeste assemblea dei santi.
E su questo patto (del Signore)
Io ripongo la mia fiducia.
Rimani in pace altare santo
e propiziatorio,
e il corpo santo
e il sangue del perdono
che da te ho assunto
siano per me espiazione dei delitti
e remissione dei peccati
e per sempre motivo di fiducia
davanti al terribile trono di Dio.
Rimani in pace altare santo
e mensa di vita
e implora per me misericordia
dal Signore nostro Gesù Cristo,
perché da questo momento
e per sempre possa conservare
il tuo ricordo.
Amen
Appunti per una riflessione
La Messa/ due
introduzione
Se non ricordo male san Filippo Neri aveva scritto sull’architrave della porta che dalla sacrestia andava all’altare della Chiesa:
“come se fosse la prima, come se fosse l’ultima, come se fosse l’unica”.
Mi ha sempre colpito questa frase perché mi ricorda ciò che la Messa dovrebbe essere, e spesso non è: la misura della vita.
Celebrare la Messa con l’intensità e la coscienza di chi la celebra come la prima, l’ultima e l’unica, è ultimamente il desiderio che dovremmo avere ad ogni Messa e che inevitabilmente andrebbe a coprire il tempo tra l’una e l’altra delle nostre celebrazioni.
Per questo la Messa è così importante: è un modo di guardare alla vita tutta; e non un momento tra le varie cose che fanno la vita.
Che cosa è la Messa?
Potremmo dire tante cose, importanti e vere, su ciò che la Messa è, però io vorrei che avessimo il tempo per riflettere su ciascuna delle parole del Concilio Vaticano II che il Catechismo della Chiesa Cattolica (al n° 1323) usa per spiegare cos’è la Messa: « Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui veniva tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della gloria futura ». (Sacrosanctum Concilium, 47). E vi posso garantire che non ho mai trovato parole così precise e commosse per spiegare cos’è la Messa. Basterebbe portarle nel cuore.
Ma come accade che la Messa diventi il gesto più importante di tutti?
A me è accaduto tutto “partecipando”.
Da principio ci andavo, come tutti, per indicazione della mamma; poi per incontrarmi con gli amici dell’oratorio, poi, aiutato, incominciai a capire che c’era un legame tra ciò che facevo in chiesa e il resto della vita, ora riconosco che la vita è piena solo se assomiglia alla Messa.
Quindi è solo vedendo ripetersi quel gesto di Gesù che ho incominciato a capirlo come un gesto per me.
Perché è la memoria (il ri-accadere) del gesto più importante della storia: Gesù che per amore a me dona la sua vita attraverso la morte e risurrezione.
Il gesto della celebrazione diviene così il paradigma di tutte le altre azioni che compiamo nella giornata; ogni momento della giornata dovrebbe essere, certo in misura ridotta, come il gesto di Gesù che muore e risorge.
Così si capisce che dire che Gesù “è tutto” non è una forzatura ma l’espressione della piena consapevolezza della natura umana: immagine e somiglianza di Dio.
Non possiamo concludere questa breve introduzione che dicendo una cosa molto semplice: se la Messa è la forma che dovrebbe avere ogni gesto della vita allora è davvero conveniente conoscere il significato delle parti della Messa per conoscere un poco di più come dovrebbe essere la nostra vita, quella di tutti i giorni.
PER PREPARARSI A PARTECIPARE ALLA MESSA
È importante una premessa a queste note che magari sembreranno infantili: andiamo a Messa come partecipi di qualcosa che Gesù fa: non siamo né spettatori né protagonisti; partecipiamo.
L’idea stessa di partecipazione è decisiva per introdurre la Messa: prima ancora di incominciare sappiamo già di cosa si tratta e mettiamo lo stesso impegno in tutta la celebrazione. Nei primi secoli della chiesa coloro che non erano battezzati potevano restare alla Messa fino alla lettura del Vangelo, poi uscivano perché non erano ancora coscienti del Mistero di Gesù anche se erano credenti e pure grandi.
1. Da quando ti alzi prova subito a ricordare che la Domenica è del Signore (dominus è signore in latino). Riconoscere qual è la cosa più importante mi aiuta a mettere in ordine le cose nella giornata.
2. Nel fare la colazione tieni conto degli orari.
La richiesta del digiuno di un’ora prima della Comunione è un modo serio per prepararsi ad un incontro.
Così pure tieni conto che vai a un incontro dove Gesù ti dice che ti ama e ti “regala” la sua vita: essere comodo nei vestiti o trascurato nella cura di sé spesso indica che alla Messa partecipiamo senza avere in mente di cosa si tratta. Resta pur vero che poi Gesù ci prende come siamo e che “l’abito non fa il monaco”, però aiuta.
3. Arrivare in Chiesa qualche minuto prima può essere importante.
Spesso, senza una adeguata pausa, la nostra testa continua a restare fissata ai problemi quotidiani, a ciò che abbiamo fatto o a ciò che dobbiamo fare, impedendoci così di vivere il Mistero grande che abbiamo davanti agli occhi.
Appena entri in chiesa segnati con l’acqua benedetta.
Fare il segno della Croce, dopo aver intinto la mano nell’acqua, è il primo gesto che compi entrando, dev’essere perciò molto importante. Ma cosa significa?
Di solito ci facciamo il segno della Croce per dire che quello che compiamo è nostro desiderio che sia “nel nome del Padre …”; ma perché a questo gesto si aggiunge l’acqua benedetta sulla persona?
L’acqua è il ricordo del Battesimo e insieme un segno di purificazione: dobbiamo entrare in chiesa come figli ma anche sapendo di essere fragili peccatori che si dimenticano di chi li ha voluti e li ama.
Poi, rivolto verso il tabernacolo, fai la genuflessione.
Entrato nella casa di Dio e della Comunità lo sguardo deve subito essere rivolto verso il posto più importante: il luogo dove c’è fisicamente Gesù presente. La genuflessione però non è solo un segno di sottomissione a Gesù presente, certo nell’antichità era un modo per salutare chi era riconosciuto più grande ma è altrettanto vero che alla genuflessione del “minore” era subito connessa la benedizione del “maggiore”.
Fare la genuflessione allora è un modo semplice per dire a Gesù che lo riconosciamo Signore della nostra vita ma anche che ci aspettiamo la Sua compagnia benedicente.
Raggiungi poi il tuo posto nelle panche.
Anche nel fare ciò occorre essere attenti: tieni conto che nelle chiese come nelle case i posti, anche se soliti, non sono fissi: può esserci un ospite o una ricorrenza per cui è necessario spostarsi (questo può essere un aiuto a entrare domandandosi che festa è). Stai sempre attento invece ad occupare i posti disponibili più avanti: sia perché ci sono meno distrazioni e così aiutano pregare sia perché è una carità verso coloro che arrivano in ritardo: se devono venire loro davanti rischiano di dare distrazione a tutti.
Assumi la posizione del corpo che più ti è congeniale per iniziare il dialogo con Gesù: in ginocchio (quella che andrebbe assunta) significa che il primo tuo pensiero è che sei commosso di fronte alla presenza di Gesù oppure che hai già ben chiaro un “dono” da supplicare.
Puoi anche stare in piedi; è la posizione dell’ascolto e del dialogo: se ciò che ti sta a cuore è farti aiutare da Gesù a capire cosa vuole da te oppure se ciò che ti preme è semplicemente dirGli: eccomi sono qua, allora la posizione in piedi è più indicata.
Certamente più comoda ma anche più pigra è la posizione di coloro che appena entrano in chiesa si mettono seduti (e magari leggono qua e la per ingannare l’attesa): rischia di essere la manifestazione di coloro che credono che dalla Messa ci si debba aspettare qualcosa senza doversi mettere in gioco, solo che se riduci la Messa ad uno spettacolo davvero prima o poi ti annoi.
E quando sei al tuo posto e la Messa non è ancora iniziata che cosa fai?
In primo luogo di a te stesso perché sei lì.
Dai un’intenzione alla tua Messa.
Per un incontro così importante ci devono essere argomenti validi e per te importanti, non preoccuparti di pensare le cose giuste, piuttosto racconta a Gesù ciò che hai nel cuore: che sia una domanda di aiuto, un grazie per un dono o la preghiera per ricevere il perdono poco cambia, Gesù vuole incontrarsi con te, con il tuo cuore, con le cose che ti fanno vivere.
Poi mettiti nella condizione sapere dove sei e di ciò che deve accadere: non è sempre chiaro che la Messa è il ripetersi ora del gesto di Gesù che da la vita per noi. Se ripensi a quante volte hai vissuto come se Lui non ci fosse non puoi non stupirti del fatto che Lui continui ad amarti senza stancarsi.
Infine inizia a pregare.
“Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia.” (s.Teresa di Gesù Bambino, citata in catechismo della Chiesa Cattolica al n°2558).
Data questa definizione di preghiera è facile spiegare che quindi siamo di fronte non tanto a delle parole da dire ma a delle parole e degli sguardi che devono esprimere il “grido” del cuore.
Allora puoi iniziare a leggere i testi della Messa, se entrando hai preso con te il foglietto. Questo è un primo modo per iniziare a lasciare emergere quello che Gesù ci dice oggi.
Oppure puoi guardare.
La chiesa è piena di segni che possono aiutare la preghiera, se li usi correttamente e non per far fuggire la mente: contando le piastrelle o guardando come sono fatte le facce dei santi …
L’altare considerando che su quella mensa si compie il dono più grande e il gesto d’amore più vero. Questo ti impegna a domandarti quando in questa settimana hai visto offrirsi a te l’Amore. E ti costringe a tenere lo sguardo fisso su ciò che sta per accadervi.
L’ambone è il luogo dove si proclama la Parola di Dio, che è la strada per seguire Gesù imparando da Lui che cosa fare in ogni istante della vita. Chiedere di saper ascoltare davvero e di costruire la vita su quella Parola non è sempre facile, “chi non lascia campi o case per me non è degno di me” oppure “perdonate non sette volte ma fino a settanta volte sette” ricordi?
Il tabernacolo che non è solo il luogo dove è contenuto Gesù nel Pane eucaristico, ma è il simbolo di ciò che ogni cristiano è chiamato a diventare accostandosi all’Eucarestia: tabernacolo vivente. Luogo dove Gesù è presente e vivo. E questo è da desiderare ma pensa anche a quale responsabilità che ci assumiamo:
Il crocifisso che sta sull’altare è il segno più facile da guardare, mi permetto solo di riportare un brano che ha citato il Papa parlando di sant’Antonio da Padova: “Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi nella croce come in uno specchio. Lì potrai conoscere quanto mortali furono le tue ferite, che nessuna medicina avrebbe potuto sanare, se non quella del sangue del Figlio di Dio. Se guarderai bene, potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità umana e il tuo valore… In nessun altro luogo l’uomo può meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio della croce”
(Sermones Dominicales et Festivi III, pp. 213-214).
In conclusione
Non è difficile constatare che per partecipare alla Messa non è sufficiente esserci, occorre parteciparvi; e partecipare significa stare lì sapendo che anche tu sei parte di ciò che avviene: ecco spiegato il senso dell’affermazione per cui tutti i battezzati sono sacerdoti e tutti, presieduti dal prete, celebrano la Messa.
Questo significa innanzitutto una preparazione consapevolezza del gesto che si deve compiere che non è affatto scontata. Per una mamma fare sempre le stesse cose in casa potrebbe essere frustrante se non fosse che in quel modo lei sa di mostrare il suo amore ai familiari.
Concludiamo quindi dicendo che la qualità delle nostre Messe non viene dal lettore, dalla predica o dai canti ma innanzitutto dal modo con cui ci prepariamo a viverle. Iniziare distratti o annoiati è solo la premessa di un cosa astratta e staccata dalla vita.
Un Nota Bene
Abbiamo mostrato un modo possibile per preparare la Messa ma tanti altri sono quelli possibili e corrispondono al cuore di ciascuno di noi, ne elenco alcuni:
Per preparare la celebrazione, sino a non molto tempo fa, e in certe chiese ancora oggi, c’è l’usanza di dire il santo Rosario prima della Messa, potrebbe sembrare strano ma mi piace ricordare che il Papa Paolo VI, nella Esortazione Apostolica Marialis cultus, dice che “la meditazione dei misteri del rosario, rendendo familiari alla mente e al cuore dei fedeli i misteri del Cristo, può costituire un’ottimapreparazione alla celebrazione di essi nell’azione liturgica e divenirne poi eco prolungata” (n. 48).
Le persone più anziane ricorderanno che prima della Messa andavano recitate delle preghiere, talvolta erano dei salmi (come Gesù stesso ne aveva recitati prima dell’ultima cena), altre volte erano testi dei santi più conosciuti e amati nella storia della Chiesa.
Salmo 83
Oh, quanto sono amabili le tue dimore, SIGNORE degli eserciti!
L’anima mia langue e vien meno, sospirando i cortili del SIGNORE;
il mio cuore e la mia carne mandano grida di gioia al Dio vivente.
Anche il passero si trova una casa e la rondine un nido dove posare i suoi piccini…
I tuoi altari, o SIGNORE degli eserciti, Re mio, Dio mio!…
Beati quelli che abitano nella tua casa e ti lodano sempre!
Beati quelli che trovano in te la loro forza, che hanno a cuore le vie del Santuario!
Quando attraversano la valle di Baca essi la trasformano in luogo di fonti
e la pioggia d’autunno la ricopre di benedizioni.
Lungo il cammino aumenta la loro forza e compaiono infine davanti a Dio in Sion.
O SIGNORE, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera; porgi orecchio, o Dio di Giacobbe!
Vedi, o Dio, nostro scudo, guarda il volto del tuo unto!
Un giorno nei tuoi cortili val più che mille altrove.
Io preferirei stare sulla soglia della casa del mio Dio, che abitare nelle tende degli empi.
Perché Dio, il SIGNORE, è sole e scudo; il SIGNORE concederà grazia e gloria.
Egli non rifiuterà di far del bene a quelli che camminano rettamente.
O SIGNORE degli eserciti, beato l’uomo che confida in te!
La Messa/ tre
Riti di INTRODUZIONE
Alle 10 in punto il chierichetto suona la campanella posta appena fuori della sacrestia, perché?
Ci eravamo lasciati la volta scorsa dicendo che possono essere vari i modi per prepararsi alla S.Messa, ciascuno può avere il suo ma quel suono fa scattare tutti insieme come dei centometristi che si scaldano per la gara senza guardarsi gli uni con gli altri; poi c’è lo sparo … che è il momento che raccoglie tutti e li mette insieme.
La campanella della sacrestia è importantissima perché ci “mette insieme”, fa di tanti individui un popolo. Lo Spirito Santo è colui che ci ha riunito insieme che ci ha personalmente convocati e che nella Messa da forma al nostro stare insieme.
Il suono della campanella non è quindi un semplice avviso d’inizio ma è il modo per dirci che mentre Gesù dona a noi il suo Corpo e il suo Sangue, prende forma la Chiesa.
Siamo chiamati alla Messa partecipando della Chiesa, ma la Chiesa prende coscienza e consistenza dalla Messa.
Si inizia poi il Canto d’Ingresso.
Dopo il momento in cui siamo chiamati dal suono della campanella, il gesto di alzarci e metterci a cantare tutti insieme è il segno che noi aderiamo a quella chiamata e prendiamo il nostro posto nel corpo organico della Chiesa. Con il suono della campanella siamo convocati in unità, con il canto d’ingresso la Chiesa diviene “sposa” di Cristo che attende l’incontro con il suo Sposo nel segno del Sacramento.
Per questo il canto che inizia la celebrazione deve rispondere a requisiti importanti e chiari: deve essere l’inno di gioia che precede un incontro importantissimo perché esprime lo stato d’animo della Sposa che attende lo Sposo; il canto d’ingresso è poi scelto sulla base della liturgia del giorno: perché è come un vestito, va adattato all’occasione e serve a mostrare in quale conto si tiene quella circostanza.
Durante il canto fa l’ingresso il sacerdote con i ministranti (= coloro che, ragazzi o adulti, aiutano il ministro). Per capire come mai all’ingresso del sacerdote tutto il popolo di Dio si alza in piedi è sufficiente porsi una domanda: come accade che la Sposa (la Chiesa, popolo di Dio) si unisce con il suo Sposo (Cristo)?
Il Concilio Vaticano II nel documento Lumen Gentium (n°28) dice: i sacerdoti “Esercitano il loro sacro ministero soprattutto nel culto eucaristico o sinassi, dove, agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero, uniscono le preghiere dei fedeli al sacrificio del loro capo e nel sacrificio della messa rendono presente e applicano fino alla venuta del Signore (cfr. 1 Cor 11,26), l’unico sacrificio del Nuovo Testamento, quello cioè di Cristo, il quale una volta per tutte offrì se stesso al Padre quale vittima immacolata (cfr. Eb 9,11-28)”.
Così avviene l’unione di Cristo con la Chiesa: il sacerdote agisce in persona Christi; senza questa immedesimazione non ci sarebbe modo di mettere in rapporto la Comunità cristiana e Gesù; nella celebrazione Eucaristica il sacerdote porta alla comunità la presenza viva di Gesù e il cuore della Chiesa a Cristo, infatti raccoglie e da voce alle preghiere del popolo di Dio, parlando in persona ecclesiae.
Ecco perché all’ingresso del sacerdote ci si alza in piedi e alla fine della Messa si esce solo dopo che lui è uscito: senza l’opera del sacerdote la sposa non potrebbe unirsi al suo sposo e lo sposo non potrebbe donarsi alla sposa.
Lo scopo della solenne processione all’inizio della Messa è semplicemente quello di “salire” all’ altare. In realtà l’area che il sacerdote e i ministranti raggiungono è quella del presbiterio, cioè il luogo degli anziani (nel senso dei saggi), che è poi l’area dove concretamente si svolgono tutte le parti dell’Eucaristia.
L’altare è un luogo (altus=alto) elevato e simbolicamente posto tra cielo e terra per congiungerli. Questo spiega come mai le chiese in collina e in montagna sono sempre sulle cime. E spiega anche perché sopra l’altare è costruita spesso la cupola del tiburio.
L’altare in una Chiesa è simbolo della fisicità di Cristo presente (per questo è chiesto che l’altare sia fatto in modo da non poter essere spostato. E per questo viene incensato: è il luogo dove Gesù immola sé stesso offrendosi come “sacrificio di soave odore” dice san Paolo scrivendo agli Efesini (5,2).
Le tovaglie che lo ricoprono sono invece il segno del banchetto eucaristico: un pranzo dove Dio e l’uomo sono commensali; è questa la vera immagine della Misericordia di Dio: creatore e creatura seduti insieme.
Sull’altare vi sono poi delle candele che ci ricordano che la presenza di Gesù è “luce delle genti” (Lc2,32), come la colonna di fuoco che nell’Antico Testamento guidava il popolo d’Israele nel cammino, notturno non tanto per l’oscurità quanto piuttosto per la necessità di riconoscere che il destino era nelle mani di Dio.
Sulla mensa vi sono poi anche dei fiori che mostrano la gioia e la festa del banchetto eucaristico. Mentre non vi sono mai piante sull’altare perché uno solo è il Vivente.
All’interno dell’altare sono invece conservate le reliquie dei santi patroni della chiesa e di alcuni altri santi e martiri; lo scopo è quello di ricordare a ciascuno di noi che c’è una unità grande tra il destino di Dio e quello dell’uomo, destino che viene dalla condivisione della medesima mensa.
Essendo quindi l’altare il luogo dell’incontro tra l’uomo e Gesù, si capisce come mai anticamente quel luogo era chiamato santuario, il posto santo della presenza e dell’incontro; per questo il sacerdote arrivato all’altare lo bacia.
Il bacio dell’altare
Arrivati all’altare, il sacerdote e i ministranti, si inchinano poi il sacerdote si avvicina e lo bacia.
Questo gesto è il modo di riconoscere che è caro quel luogo consacrato dalla presenza di Gesù e della Chiesa celeste (i Santi e i Martiri le cui reliquie sono dentro l’altare); quel bacio è anche un modo per aderire a ciò che sta per accadere sopra la mensa eucaristica. Ecco spiegato anche perché è previsto che il sacerdote baciando l’altare vi ponga sopra le mani: per la consacrazione che ha ricevuto può rendere presenza fisica quella di Gesù.
Ma soprattutto il bacio dell’altare è un segno di adorazione. Il termine adorare deriva dal latino ad os che significa “portare alla bocca”: per mandare un bacio a chi si vuol bene, o per baciare l’orlo del mantello del personaggio famoso, …… adorare è un gesto di rispetto che però contiene insieme tenerezza e delicatezza. Ricordiamo che anche il Venerdì santo il momento dell’adorazione della croce culmina con il bacio.
Poi il sacerdote incensa l’altare.
Colui che porta il turibolo con l’incenso si chiama “turiferario”, e, come questo accade basta spiegare il significato del termine per capire il perché dell’incenso bruciato sia intorno che sopra l’altare; il termine latino “thus” viene dal greco “thyos” che ha per significato sia profumo che vittima: l’offerta dell’incenso è quindi un vero e proprio sacrificio.
Il gesto di incensare l’altare significa allora che la Chiesa, prima ancora di iniziare il rito del sacramento è già consapevole di ciò che accadrà sull’altare e per questo si dispone ad iniziare la santa Messa in un atteggiamento di adorazione e di preghiera. Qui sarebbe anche utile ricordare la vicenda di Abramo e del sacrificio di Isacco: dovrebbe sacrificare la cosa più cara ma Dio la sostituisce con un ariete immaginate che cosa avrà provato Abramo mentre costruiva quell’altare e poi dopo il sacrificio dell’ariete.
In CONCLUSIONE possiamo osservare che la prima parte della celebrazione non è affatto accessoria ma ci chiede di avere da subito chiaro che si tratta di adorare, cioè che si comincia solo con la consapevolezza che stiamo per ricevere un dono davvero grande. Per questo a Messa occorre starci da subito, l’introduzione non è qualcosa che prepara ma è la condizione per ricevere con gioia il dono di Gesù.
Per questo ha ragione il proverbio: “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Anche se è l’opera di un Altro.
Segno della Croce
Così come noi lo facciamo, è l’evoluzione di un gesto che i cristiani hanno sempre compiuto su cose e persone e che hanno sempre vissuto come segno di appartenenza.
Ma qual è il senso di questo gesto?
La liturgia del venerdì santo presenta la Croce come strumento di vittoria, il vangelo di Giovanni tende addirittura a mostrare la Croce come il trono di Cristo-re cui tutti sono attirati. Così questo strumento di morte diviene fondamento della liturgia; lo sguardo “pasquale” della Croce mette in secondo piano la drammaticità del dolore per far risaltare quell’amore che non cessa mai di salvarci.
Praticamente il gesto del segnarsi con il segno della Croce ha il duplice scopo di ricordarci di essere stati redenti ma anche che la salvezza, la Croce stessa, non ci sarebbe senza che Gesù sia parte della trinità, la fonte dell’amore.
Così il segno della Croce riassume l’intero mistero della nostra salvezza: la Trinità e l’Incarnazione che salvano l’uomo. Sulla Croce, infatti, si è manifestato in maniera suprema l’amore delle tre divine Persone per noi ed è per mezzo della Croce che possiamo entrare nel mistero di Dio, Trinità d’amore.
Per questo occorre fare bene il segno di Croce: è già una professione di fede viva.
Il saluto
“Il signore sia con voi “è la formula più comune del saluto di inizio ed è anche la più antica (inizio del III secolo). E la risposta ad essa legata “e con il tuo spirito”se non è contemporanea al saluto stesso, è di poco più recente. Questo è davvero il più bell’augurio che si possa fare a un cristiano e che Dio stesso poneva come sigillo a tutti coloro che chiamava per un compito( “Io sono con te “è ripetuto a Mosè,Giosuè,i Giudici,Davide,i profeti e fino a Maria che è salutata cosi dall’angelo (Lc 1,28)
Cosi alle parole si accompagna un gesto (allargare le braccia) che significa il dono della presenza divina
La risposta dei fedeli è un vero e proprio atto di fede nella capacità del ministro, infatti “e con il tuo spirito” indica il dono dello spirito ricevuto nel momento dell’Ordinazione; è come se l’assemblea dicesse: crediamo che tu puoi fare questo dono alla Comunità.
Un Nota Bene . Quando chi presiede la celebrazione è un Vescovo il saluto iniziale è diverso, al posto di “il Signore sia con voi” dice “la Pace sia con voi”.
È nelle culture orientali l’augurio normale per dirsi che la speranza è che tutto sia bello e vada bene, perché la pienezza dell’esistenza viene da Dio. Mentre la precarietà umana mette in pericolo il desiderio di Dio.
Ma soprattutto “la Pace sia con voi” è il saluto che Gesù risorto rivolge agli apostoli chiusi nel cenacolo prima di inviarli nel mondo. E non sono i Vescovi i successori degli apostoli oggi
L’atto penitenziale
Se i primi atti della Messa, segno di Croce e saluto, sono un proclamazione di fede, si capisce come mai, subito dopo, ci sia il riconoscimento della propria umanità come peccatrice.
Questa prima osservazione è molto importante: la coscienza del nostro peccato è sempre successiva alla coscienza dell’amore di Dio. La premessa che il sacerdote fa all’atto penitenziale ci dice una questione decisiva: “fratelli per celebrare degnamente i santi Misteri, riconosciamo i nostri peccati”. Per poter vivere la grandezza del Mistero eucaristico, e la sua efficacia in noi, occorre la coscienza di averne bisogno.
All’invito del celebrante segue un momento di silenzio. Perché?
Non si tratta certo di un tempo dove compiere un esame della vita alla ricerca dei peccati; sia perché chiederebbe molto più tempo sia perché questo momento non è una Confessione, dove si devono elencare con precisione i peccati commessi; piuttosto si tratta di riconoscere ciò che ci caratterizza: il nostro poco amore all’amore grande di Gesù.
La brevità del momento di silenzio è quindi voluta perché adesso si deve solo richiamare alla memoria un “dolore” che dovrebbe essere sempre presente in noi, quello della sproporzione.
Segue quindi, normalmente il “confesso a Dio onnipotente …”, momento in cui il sacerdote e i fedeli riconoscono di essere peccatori secondo un ordine che va dall’interno all’esterno della persona e secondo una gravità che non pone al vertice le opere ma le omissioni; cosa interessante per noi che spesso ci troviamo a dire di non aver fatto niente: il male più grande a noi e agli altri lo facciamo quando l’egoismo ci porta a non voler vedere e agire secondo il bene nostro e degli altri.
Commovente mi risulta anche l’aggregarsi della preghiera a Dio e ai fratelli: siamo tutti peccatori ma insieme possiamo accompagnarci nella via della santità, un dono di Dio che diviene reale nella compagnia con i miei fratelli.
La confessione dei peccati nella Messa non termina con l’assoluzione che significa letteralmente scioglimento, infatti solo il Sacramento della Confessione porta alla certezza dello scioglimento dei peccati; nell’atto penitenziale della Messa il sacerdote termina con un’affermazione che è domanda e speranza … “Dio abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati …”.
Al posto del “Confesso…” si possono usare dei versetti di origine biblica oppure delle invocazioni che però hanno sempre la caratteristica di una domanda di perdono a cui non è utile unire la lode (che è già espressa nel segno della Croce e nel saluto iniziale).
Il gloria
Lo si conosceva, una volta, come “inno angelico” perché il suo inizio è preso dal brano evangelico (Lc 2, 13-14) dove si narra degli angeli che sopra la grotta di Betlemme cantavano Gloria a Dio … e il suo uso è attestato dal VI secolo inizialmente solo nella Messa di Natale.
La struttura è quella di una lode alla Trinità che viene così descritta come un aspetto della vita divina: la gloria è una delle infinte possibilità di descrivere come Dio vive.
Terminato il Gloria il celebrante recita la
Preghiera all’inizio dell’assemblea liturgica
Viene chiamata ancora oggi, nel rito Romano, Colletta e significa “raccolta” perché in essa il celebrante raccoglie le diverse intenzioni della Messa per poi presentarle tutte a Dio in un’unica preghiera.
Per questo dopo che dice “preghiamo” c’è un momento di silenzio: dovresti fermarti a ricordare perché sei lì, ciò che vuoi chiedere a Gesù, ciò di cui vuoi ringraziarlo. E se poi sei stato distratto e non sai cosa chiedere allora diventa molto importante ascoltare le parole che il sacerdote sta per leggere: quella è l’intenzione con cui tutta la comunità celebra la Messa.
E per questo è importante che si risponda chiaramente Amen alla fine della preghiera, è il segno che abbiamo capito e vogliamo chiedere proprio quel dono a Gesù nell’Eucaristia.
Le orazioni hanno una struttura sempre uguale: inizia con un’invocazione a Dio, c’è una o più considerazioni, la richiesta vera e propria, un motivo per chiedere proprio quel dono e la conclusione.
Considera infine che queste preghiere sono sempre rivolte alla Trinità anche se “passano” per una delle tre persone.
La Messa/ quattro
LITURGIA della PAROLA
Dopo L’inizio del rito eucaristico, l’assemblea si pone in un atteggiamento di ascolto della Parola di Dio.
La liturgia della Parola è composta di due momenti:
L’ascolto delle tre letture (prese da un libro, “lezionario”, che le riporta divise per tempi liturgici, feste e ricorrenze, secondo criteri che si possono trovare nelle premesse del libro stesso)
- un brano dell’Antico Testamento, seguito da una Salmo a cui si da insieme una risposta che è un’adesione.
- l’epistola, cioè un brano degli scritti apostolici del Nuovo Testamento, che hanno per lo più la forma di lettera.
- una pericope tratta da uno dei quattro Vangeli
La risposta dell’assemblea all’ascolto della Parola consiste di due interventi
- L’omelia o predica; una attualizzazione della parola di Dio che spetta al ministro ordinato, così avviene per l’annuncio del Vangelo
- La preghiera universale o dei fedeli per la Chiesa e per il mondo
Ma a che cosa serve leggere dei brani della parola di Dio?
Lo scopo è quello di mostrarci la grandezza e la grazia della storia d’amore di Dio per l’uomo. Storia che poi diventa fonte di giudizio: su quanto siamo fragili e lontani da quell’amore; e contemporaneamente fonte di struggente desiderio: come è grande la tensione a vivere quella Comunione!
Così emerge la dinamica che dovrebbe accadere in colui che ascolta la parola di Dio: la consapevolezza di essere peccatori e il richiamo alla fede, cioè alla vita, perché come dice san Paolo “il mio giusto vive di fede”.
L’ascolto della parola di Dio dovrebbe farci fare esperienza della “tristezza secondo Dio” che per san Paolo è il dolore che viene dalla sproporzione ma che non si ferma e che ci spinge ad essere migliori. Cedere al fatto che noi non meritiamo l’amore di Dio è un peccato grave perché non tiene conto del fatto che l’amore di Dio è gratuito e senza riserve.
Come la Parola di Dio va accolta?
Potrebbe sembrare una domanda formale ma è invece importantissimo perché implica che si sappia qual è lo scopo delle letture nella Messa. Infatti se si trattasse di un semplice insegnamento basterebbe indicare la cosa più importante e ripeterla sino a farla diventare costitutiva della vita dei credenti. Invece la parola di Dio ci racconta una storia concreta fatta di tanti eventi, grandi e piccoli, che mostrano che volontà di Dio, da sempre, è quella dell’amicizia con l’uomo.
E poi la liturgia della Parola ha la struttura di un dialogo vero e proprio: ad ogni intervento del ministro o dei lettori c’è sempre una risposta dell’assemblea; segno questo del fatto che non si tratta solo di ascoltare ma anche di decidere che cosa si vuole rispondere a Dio che ci cerca.
Ma perché le letture sono sempre dei testi biblici?
Perché non leggere delle riflessioni di autori che ci aiutino a capire di più la nostra amicizia con Gesù?
Perché la Messa è il momento dell’incontro tra Dio e il suo popolo, la Chiesa, per questo la Sua parola è la cosa più giusta da ascoltare: Gesù ci parla attraverso la Bibbia che è la storia dell’amore di Dio per gli uomini.
Ma perché non leggere tre episodi del Vangelo che sono più facili da seguire e da capire?
Spesso infatti i brani delle prime due letture sono difficili e complicati, raccontano cose che noi non conosciamo e che ci sentiamo più lontane da noi. La ragione è piuttosto semplice: sentir suonare un solo strumento produce una musica meno completa del sentirne diversi e tra loro opposti. Così si comprende facilmente che le letture sono una storia: quella di Dio con il suo popolo e che questa storia ha in Gesù il suo vertice.
La prima lettura
di norma si tratta di un brano dell’Antico Testamento. Ha lo scopo di mostrarci che la storia di Dio fatto uomo in Gesù è la stessa storia del rapporto tra Dio è il suo popolo Israele. Quella che anticamente era una preferenza è divenuta una Presenza in Gesù, per questo la prima lettura si ascolta stando seduti: è un momento in cui si impara a riconoscere che la vicenda di Gesù non viene dal nulla ma da una storia che è lunga millenni.
Il salmo responsoriale
come dice la parola stessa è una risposta a ciò che la prima lettura ha raccontato, una risposta tratta da uno dei 150 salmi che sono presenti nella Bibbia e che costituiscono il modo di pregare degli ebrei al tempo di Gesù. Spesso sono come delle “confidenze” che si facevano a Dio perché di Lui ci si poteva fidare e Lui sapeva accompagnare e custodire i desideri dei suoi amici.
L’Epistola
come dicevamo è un brano tratto dal Nuovo Testamento e ci mostra quale coscienza avevano i primi cristiani della loro fede e del loro rapporto con Gesù. Sono importanti i segni di novità che vediamo emergere dalla vita dei santi Paolo, Pietro, Giacomo e Giovanni che nei loro scritti mostrano come l’incontro con Gesù, insieme al dono del Suo Spirito, rende gli uomini capaci di vivere in modo grande la vita, con cuore e passione grandi.
Il versetto dell’Alleluja
Dobbiamo subito dire che alleluia è la parola che fonde due termini ebraici: hallelu e Jah che significano “lodate Javhè”. Ed è una termine che si trova nel libro dei salmi per intervallare la preghiera, come l’esplosione di gioia di uno che riflettendo sui doni che riceve non può trattenersi dal dire “Grazie”.
La ripetizione continua di questa parola è detta giubilo, ossia una lode che da sola da contentezza. Qualcuno spiega questa parola come il cuore che canta la gioia di Dio che mi accompagna e protegge nel cammino della vita.
Altri interpretano il fatto che all’alleluja ci sia alza come il gesto impetuoso di chi canta e cammina: è certo di essere al sicuro e forte, perché un Altro lo protegge.
Vangelo
“buona novella” questo è il significato di Vangelo.
Perché ora è Gesù stesso che parla alla sua Chiesa, non si tratta più solo di una parola scritta ma di una parola fatta carne, sangue e presente. Alzarsi assume anche il significato del risorgere davanti a Gesù che viene, con la Sua vittoria anche noi vinciamo il nostro male.
E poi qui legge il ministro ordinato. Per mettere in luce che non si tratta più di una parola ma di Dio che ci offre sé stesso, e questo è evidenziato dalle risposte che diamo come assemblea: “Gloria a Te Signore” e “Lode a Te, o Cristo”.
Omelia
Viene comunemente attribuita a Benedetto XVI una frase arguta e significativa: il miracolo della Chiesa è quello di sopravvivere ogni domenica a milioni di pessime omelie.
Quanti danni abbiamo fatto noi preti con l’omelia!
Ci sono prediche troppo lunghe e prediche troppo corte, alcune troppo spirituali e altre troppo “sociali”, alcune così aderenti ai tempi da sembrare il commento alle notizie dei giornali, altre troppo catechistiche e altre troppo nostalgiche, … potrei continuare per ore nel fare l’elenco delle attenzioni che deve avere chi prepara un’omelia. Fare chiarezza non sarà quindi facile, basta rifarsi alla propria esperienza personale per rendersi conto che questo momento della celebrazione è davvero il più problematico dell’intera sacramento.
D’altra parte non è che non ci siano indicazioni al riguardo, pensate che papa Francesco nella Evangeli gaudium ha dedicato ben 24 paragrafi (dal numero 135 al numero 159) per rendere ragione dell’importanza dell’omelia. Potremmo dire che due sono le questioni evidentemente in gioco in questa parte della Messa: la prima è che l’omelia la fa il prete e che ogni prete ha le sue caratteristiche di temperamento e soprattutto il prete ha un rapporto con il buon Dio che è del tutto personale, esattamente come ogni cristiano che è in chiesa e lo ascolta. E qui si introduce l’altra variabile inevitabile nell’omelia: l’assemblea; anche per ascoltare serve una disponibilità all’ascolto che non può essere semplicemente generata dal prete, l’ascolto ha bisogno di una “sete” che deve esserci nella persona che ascolta. Potrebbe accadere di non trovare corrispondente a sé ciò che il prete dice, ma il desiderio di Cristo e della sua amicizia porterà certamente ad accogliere con cura quanto si andrà dicendo.
Senza il desiderio di riascoltare quella Parola che ci ha conquistati non saremo mai capaci di ascoltare parole diverse da quelle che ci aspettiamo.
Ma allora qual è il compito dell’omelia?
Non si tratta né di un momento di meditazione né di una catechesi ma vorrebbe essere come il farsi carne del dialogo di Dio con il suo popolo che si ascolta nelle letture, un dialogo dove vengono evidenziate le meraviglie della salvezza, della vita di colui che incontra Gesù e la sua Chiesa e la ripresa continua delle esigenze che questa novità, questa nuova e personale Alleanza porta alla vita di coloro che lo incontrano. L’omelia ha quindi il compito di collegare il testo della Parola di Dio con la vita della comunità e con il singolo partecipante all’assemblea.
Ma è predica o omelia?
Di per sé i termini sono sinonimi ma nel tempo il termine predica ha assunto un’accezione negativa e tutto ciò che possa essere monotono, noioso, ovvio e ripetitivo è identificato con il “fare la predica”. Per questo oggi si tende ad utilizzare di più il termine omelia, parola che ha nel greco la sua origine e che indica non un monologo ma più un discorrere, un dialogare, tant’è che il verbo omileo è usato proprio nel brano evangelico del cammino di Emmaus, per descrivere il fatto che Gesù e i due discepoli procedono conversando. Questo ci da anche l’idea della semplicità e familiarità che dovrebbe avere un’omelia.
Ma allora perché la predica non è un’assemblea? Possiamo tranquillamente pensare che all’inizio fosse così, poi il crescere della assemblea e la preoccupazione che non venissero dette cose “strane” (nei primi secoli la Chiesa ha dovuto spesso fare i conti con interpretazioni dottrinali ed eresie di ogni tipo ) ha progressivamente portato alla forma attuale dell’omelia, che resta comunque l’inizio di un dialogo tra l’uomo e Dio, tramite la Sua parola e la provocazione di chi fa la predica.
Quando sono io a commentare le letture inizio sempre la predica con un saluto che era quello che anticamente le persone rivolgevano ai sacerdoti incontrati per strada: “sia lodato Gesù Cristo!”. I predicatori poi fecero loro questo saluto introducendolo all’inizio o alla fine delle loro prediche con lo scopo di dire a chi li ascoltava: non guardate a me ma guardate piuttosto a Gesù.
Ai nostri giorni il Messale nelle sue note non prevede più questo saluto perché, saggiamente, non ha senso un saluto a metà celebrazione; ma allora perché io uso questa strana formula un pò desueta? Semplicemente perché mi è sempre parsa una cosa grande come prima reazione al fatto che ancora oggi, ora, Gesù ci parla attraverso le Scritture.
L’ultima parte della liturgia della Parola non è meno importante delle letture appena ascoltate, cosa sarebbe una promessa e una buona notizia senza una reazione? Il silenzio dopo l’omelia, il canto dopo il Vangelo con la professione di fede, il Credo, nel rito romano, e la preghiera dei fedeli sono la “forma” della risposta dei presenti all’annuncio della parola di Dio, sono il modo della risposta alla promessa che Dio fa a loro e per tramite loro a tutti gli uomini.
Terminata l’omelia, stando seduti, tutti fanno un momento di silenzio. Non può essere un silenzio di meditazione che chiederebbe più tempo e calma; ricordati sempre che la celebrazione non è né una catechesi né una ripetizione di gesti automatici, questo essere fermi e seduti non è neppure una pausa nel procedere delle cose; lo spiegherei così: quando ricevi un dono inatteso e bellissimo c’è un istante in cui resti bloccato, senza parole e quasi non sai cosa dire, in realtà è il momento in cui ti rendi conto di cosa è capitato, non è che ti rendi conto di tutto ma blocchi nella testa la cosa che più è evidente ai tuoi occhi. Questo potrebbe essere il momento di silenzio dopo l’omelia.
Alzandosi in piedi tutta la comunità esegue il canto dopo il vangelo; proprio per il nome e la natura di questo breve intervento, spesso di natura biblica, dovrebbe essere un momento di tutta la comunità, può anche essere sostituito da un canto vero e proprio avendo l’attenzione a riconoscere che è molto più utile talvolta avere l’umiltà di dare voce al proprio sì a Gesù con le parole diverse per ogni domenica piuttosto che con un canto inevitabilmente ripetuto e conosciuto che si finisce col cantare per cantare.
Ma allora se è una prima risposta alla parola di Dio perché deve essere dettata dalla Chiesa e uguale per tutti? Perché la nostra assemblea è fatte di gente che è segno della Chiesa tutta, non è la comunità parrocchiale che risponde ma attraverso la comunità parrocchiale tutta la Chiesa è impegnata in questo stupore grato.
Accade poi che in alcuni posti il canto dopo il vangelo sia eseguito subito dopo la lettura del vangelo mentre in altri dopo l’omelia. Credo che non cambi di molto la questione, occorre però non scordarsi che la predica fa parte integrante della liturgia della Parola, come dicevamo: le parole del sacerdote non sono certo all’altezza della parola di Dio ma sono come il grimaldello per poterla comprendere o per intuire la portata del Mistero che si comunica attraverso delle parole.
Debitamente introdotta dal sacerdote si fa poi, restando alzati, la preghiera universale o preghiera dei fedeli.
Si chiama preghiera dei fedeli perché è la preghiera dei battezzati, coloro che quindi sono legati dal comune dono del sacerdozio (uno dei doni che tutti abbiamo ricevuto il giorno del Battesimo), per questo sarebbe significativo che le preghiere arrivassero spontanee dal cuore e dai bisogni dei presenti alla celebrazione. Nel contempo questa preghiera è detta anche universale perché è segnata dal desiderio di racchiudere e portare tutte le fatiche del mondo, rendendo la celebrazione segno di misericordia e di cattolicità (cioè un gesto che porta tutti gli uomini).
Solitamente si chiede che non manchino le preghiere per la Chiesa, e questo non per un gesto formale di deferenza quanto piuttosto perché dovremmo essere coscienti di poter vivere solo perché parte di un corpo; poi si chiede di pregare per i governanti, non perché ci piacciano o meno ma perché il loro servizio non sia al potere ma per il bene comune e quindi anche al benessere della Chiesa oltre quello di tutti gli uomini, poi siamo invitati a pregare per coloro che soffrono, perché il nostro gioioso incontrare Gesù non può davvero non misurarsi con la fatica di coloro che come Lui portano la Croce; infine l’ultima preghiera è per i defunti, come posso essere grato di quello che ho ascoltato senza la coscienza che l’ho potuto ascoltare per una storia che affonda le sue radici nei volti di tanti che mi hanno accompagnato e ora non ci sono più?
Da tenere presente che la preghiera dei fedeli non può, per forza di cose tenere presente tutte le preghiere e le necessità, occorre sempre avere il coraggio di non pretendere di “farci stare tutto”; sono sempre da preferire le preghiere che tengono conto di ciò che si sta celebrando e i testi ascoltati.
Se mi è concessa una digressione, a proposito della preghiera dei fedeli spenderei qualche riga per riprendere una sottolineatura contenuta nelle premesse del messale ambrosiano: laddove si evidenzia che “nelle comunità più preparate” la preghiera dei fedeli sia fatta in ginocchio; al di là del fatto che, non avendo mai visto questo gesto, devo concludere che in diocesi di Milano non esistano comunità preparate devo ammettere che la cosa mi colpisce per la sua profondità e il suo significato: ci si mette in ginocchio davanti alla presenza di Dio, alla grandezza del suo amore fatto carne per noi e, nel contempo, si ha la coscienza del limite che ci costituisce; la conclusione della liturgia della Parola è la mendicante davanti alla Sua presenza. Noi non possiamo fare questo gesto “di testa nostra” (se non lo chiede esplicitamente il sacerdote che celebra) ma credo che anche solo sapere questa cosa ci possa aiutare a capire se e come abbiamo vissuto la liturgia della Parola.
Quindi anche la posizione del corpo dice molto: il figlio chiede stando in piedi mentre il mendicante supplica il dono di ciò che è necessario, ma l’una e l’altra postura sono sempre di fronte a una Presenza e non a semplici parole.
La preghiera dei fedeli viene poi conclusa da una preghiera del sacerdote che nel rito ambrosiano si deve sempre dire, anche quando si dovessero omettere le preghiere dei fedeli. Che scopo ha la preghiera al termine della liturgia della Parola? La struttura è quella della Trinità: si invoca il Padre passando per di Gesù, spesso grazie all’intercessione dello Spirito. Il testo in qualche modo riprende o si riferisce all’orazione che ha iniziato la Messa; lo scopo di questa ripresa dell’intenzione è quello di creare di nuovo una unità tra coloro che sono presenti per motivi e necessità diverse, il desiderio è quello di poter concludere l’ascolto della parola di Dio ritrovando una Comunione reale.
Terminata l’orazione che chiude la liturgia della Parola nel rito ambrosiano il sacerdote, o il diacono, richiamano: “il Signore sia con voi” per dirci che quella Presenza è accaduta nella Sua parola e quindi tra noi è davvero presente Gesù, per questo viene poi aggiunto: “scambiamoci un segno di pace”.
A quel punto in moltissime celebrazioni succede di tutto: per alcuni una sorta gara a chi da più segni di pace, altri, sposati o meno, che si baciano, altri che si abbracciano e chi invece semplicemente saluta, …
Che questo momento sia spesso ridotto a un gesto soggettivo e “naturalistico” credo sia assodato ma questo non si accorda tanto con una celebrazione che fa memoria del Gesto di Gesù che da la vita per salvarci; la questione è davvero importante nella sua semplicità tanto che anche Benedetto XVI nella esortazione apostolica “Sacramentum caritatis” (2007) chiedeva di studiare “l’opportunità di moderare questo gesto”.
Come si è arrivati a tanto?
Dal II secolo san Giustino ci documenta l’uso un “bacio santo” come segno di pace che obbedendo alle parole di Gesù (Mt 5, 23ss: se dunque ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te , lascia lì il tuo dono e va a riconciliarti …) veniva scambiato dopo la lettura delle Scritture e le preghiere dei fedeli e prima del gesto memoriale dell’ultima cena. Attenzione però che quel gesto, sulla bocca e divisi per sessi, non era gesto di perdono ma di nuova e piena comunione con Dio, Comunione suscitata dalla Sua parola.
Poche secoli dopo, sant’Agostino (IV-V secolo) ci racconta una prassi della chiesa “africana”: scambiarsi il bacio santo dopo la preghiera del Padre nostro; in questo modo il gesto assume un altro significato: la presenza di Cristo, vivo e risorto, dà agli uomini che confidano in lui, la pace.
Questa prassi si diffuse poi a tutta la Chiesa e, nel contempo, iniziò un processo di semplificazione che trasforma il bacio prima in un abbraccio e poi in un segno. Ma perché si senti l’esigenza di semplificare il gesto di pace? Perché quando veniva compiuto prima dell’offertorio aveva la forma di un desiderio di Comunione e di unità tra i fedeli mentre lo stesso gesto compiuto di comunicarsi ha il significato del dono della pace data da Gesù risorto, una ragione invece più essenziale e diretta è che avendo sull’altare la Presenza stessa di Cristo non ha molto senso perdersi in convenevoli e per il sacerdote sarebbe un pò strano allontanarsi dall’altare, sarebbe una trascuratezza di fronte alla Sua presenza.
CONCLUSIONE
Una breve riflessione partendo da una osservazione concreta: una delle cose di cui vado fiero è che da sempre ci tengo ad iniziare la celebrazione della Messa in orario e questo non solo per il civile rispetto delle persone che sono presenti, fatto questo che mi ha mosso nei primi anni di ministero, ma perché sempre più spesso nasce in me il desiderio di quella Parola e di quella Carne.
Perdere una parte, talvolta abbondante, della Messa certo che non “annulla” l’efficacia del Sacramento ma è mettersi nella condizione di non poterne godere pienamente. Come se uno saltasse il primo tempo di una grande sfida calcistica: saprebbe certo il risultato finale ma non potrebbe dire di avere fatto esperienza piena di quell’evento. E poi un tifoso lo sa bene: in una partita ogni istante può essere quello decisivo, quello che smuove il risultato, è abbastanza riduttivo seguire solo i minuti finali pensando che sono quelli che contano.
Da questo traggo due cose che mi paiono reggere per questa prima “liturgia” (nella Messa ci sono due liturgie: quella della parola e quella eucaristica, gli altri sono riti: ingresso, comunione, conclusione):
La celebrazione della Sua parola a me, per me, illumina la mia vita nel rapporto con il Signore ma anche genera l’unità dei cuori di chi con me celebra l’Eucarestia e in tutti noi dovrebbe esprimersi come volontà di dire sì a Lui.
Credo sia quello che accadeva ai suoi amici quando lo ascoltavano parlare e stavano con Lui. A loro bastava quella Sua voce per essere pieni di una vita nuova, a noi invece spesso capita di guardare alla liturgia della Parola come se fosse una semplice preparazione alla Comunione.
La seconda cosa che vorrei poteste trattenere deriva proprio da questa: se il dono della Sua Parola basta a riempire e cambiare la vita allora saremo in grado di stupirci e percepire realmente la portata straordinaria e sconvolgente del dono di sé che Gesù compie nella liturgia eucaristica. Se vogliamo davvero capire l’immensità del dono che è il dare la vita di Gesù dobbiamo prima lasciarci sorprendere e affascinare dalla corrispondenza delle sue parole con la nostra vita.
Insomma credo che in fondo sulla liturgia della Parola ci sia un grosso mutamento da fare: non possiamo continuare a pensare che le letture, e ciò che le accompagna, siano solo una premessa alla liturgia Eucaristica. La Parola di Dio è un modo della sua Presenza.
La Messa/ cinque
LITURGIA EUCARISTICA
Presentazione dei doni
“Date loro voi stessi da mangiare”. (Mt 14,16).
Comincia così: con il nostro offrire la povertà che siamo e che abbiamo, il miracolo di Dio che da sé stesso per la nostra salvezza. Ma perché proprio questo gesto? Credo siano da osservare due attenzioni: Dio ha bisogno del nostro sì per entrare nella nostra vita, per darsi a noi, e questa è la premessa necessaria al Suo dono. Secondo, Gesù si rende presente solo dentro dei segni concreti e tangibili, non è un’idea, uno strano fenomeno, Lui vuole essere materia che può essere toccata e vista come fece Tommaso infilando le dita nelle piaghe del Suo corpo risorto.
Se non è stato compiuto durante l’antifona dopo il Vangelo, il gesto che inizia la liturgia eucaristica è quello della preparazione dell’altare, da parte dei ministranti o da parte del sacerdote stesso. Con alcune sottolineature: nelle celebrazioni più importanti può essere fatta una piccola processione offertoriale, infatti nella Chiesa delle origini il pane e il vino erano donati sul momento dalle persone che ne portavano dalle proprie case, era un gesto quindi di offerta e di condivisione, frutto di uno slancio personale. In questo modo si rendeva evidente l’idea del banchetto e della partecipazione di ognuno alla celebrazione della cena del Signore.
Spesso in questa processione delle offerte si portano anche altre cose, simboli del desiderio di risposta che i credenti danno al dono che Gesù fa di sé. Questi doni però non andrebbero mai messi sull’altare, infatti la mensa non è propriamente un luogo ma è il segno di una Presenza: lì Cristo diventa vittima e altare del sacrificio, per questo quando il Vescovo lo consacrai mette delle reliquie di santi dentro e al centro dell’altare, immediatamente “sotto” a dove Gesù si rende presente. Il luogo del sacrifico di Gesù non è altro che il luogo della compagnia di coloro che sono i suoi amici.
Che dono grande il fatto che Gesù ci dia sé stesso senza chiedere che noi facciamo altrettanto! Sto arrivando! Bene infatti che non sapremmo dire un sì così impegnativo e completo; Gesù si accontenta di ciò che sappiamo produrre, poi sarà il Padre a raccogliere il nostro dono e a rendercelo pane di vita eterna.
L’atteggiamento più giusto per vivere questo momento della Messa credo possa essere quello del ragazzino che si fa avanti titubante per offrire quei cinque pani e due pesci: Sto arrivando! Che ne verrà qualcosa di grande e per questo gesto passa alla storia: per il suo piccolo-grande dono.
Normalmente è a questo punto della celebrazione che si fa la raccolta delle offerte, raccogliere dei soldi ha lo stesso significato dell’offrire il pane e il vino per l’altare: è una risposta grata che si tramuta in dono. Sarà per questa mancanza di gratitudine che spesso le persone si limitano a dare qualche spicciolo, “per contribuire alle spese della chiesa”?
Poi il sacerdote che presiede offre a Dio il pane e il vino perché siano “offerta gradita”, ed è importante che sia così, non dobbiamo pensare che Dio si accontenti di quello che abbiamo in giro, la grandezza del nostro sì e del nostro cuore è sempre, con chiunque , resa visibile dalla cura e dalla ricercatezza del dono, anche se si tratta di una cosa piccola un dono non può essere scontato o “buttato la”, sarebbe segno del contrario dell’amore. Dentro questa offerta si compie un gesto particolare: nel calice del vino vengono versate poche gocce d’acqua prima di offrirlo al Padre, come mai? Diversi sono i significati che vengono attribuiti a questo gesto, a titolo di esempio ve ne riporto tre ma a me corrisponde di più il primo: il sangue è il segno della vita ma l’acqua che vi si aggiunge è ciò che permette di conservarla, e sono solo poche le gocce di acqua nel vino perché altrimenti confonderemmo ciò che nutre la vita con ciò che vive. Una seconda lettura della mescolanza tra vino e acqua è tratta dalla simbologia della Croce: dal fianco trafitto di Gesù escono sangue e acqua, che danno poi origine alla Chiesa e ai sacramenti. Una terza lettura del gesto liturgico è data dalla sottolineatura dei Padri della Chiesa che sostenevano che questo era un modo per indicarci che in Gesù la natura umana e quella divina sono presenti insieme.
Terminato il gesto della raccolta della presentazione delle offerte il sacerdote compie un profondo inchino all’altare e, nel rito romano, lava le mani. Certe volte mentre faccio l’inchino penso alle mie mani che di li a poco sosterranno Gesù … allora vorrei lavarle mille volte e vorrei anche lavarmi io, dentro e fuori, perché è uno stupore e una meraviglia che Lui decida di affidarsi alle mie povere mani.
L’orazione sulle offerte termina questa prima parte della liturgia Eucaristica. Perché si fa questa preghiera se abbiamo appena offerto a Dio i nostri doni? La ragione è presto detta ed è in bella vista a chiunque: la preghiera è tutta un “noi”, sacerdote e fedeli, qui nel donare i loro doni, sono tutti insieme, il gesto del mio dono diventa l’origine di un popolo, nasce nuovamente un noi. E il rispondere Amen deve essere quanto mai convinto perché questo è l’inizio di un popolo nuovo, nato dalla adesione e dal sì di ciascuno a Gesù.
Notate che non si parla di doni ma di offerte, già proprio ora vengono posti sull’altare quei doni che stanno nei nostri cuori: propositi, promesse e desideri.
Preghiera eucaristica
Iniziamo ora la parte centrale e più bella della liturgia, il Catechismo della Chiesa Cattolica la definisce “cuore” e “culmine” della liturgia stessa, questa parte della Messa solitamente non si sottolinea troppo perché difficile e più teologica. Infatti tra poco lo vedrete: c’è una struttura molto rigida e precisa per i gesti e le parole della Consacrazione.
Come mai è una struttura così rigida? Avete mai considerato che anche le icone orientali sono tutte “uguali”?
La rigidità di una forma canonica è legata al fatto che la grande preghiera di consacrazione ci mette davanti al Mistero; compiamo il gesto di Gesù e siccome non è solo la ripetizione sciocca di ciò che Cristo fece, la sera del Giovedì della passione, non lo facciamo con la nostra consapevolezza ma con la consapevolezza di Gesù, per questo la Messa è un gesto di obbedienza vero: facciamo quello che ha fatto Lui avendo in mente che noi prestiamo la voce e i gesti ma è Lui che opera dentro di noi: si dice che in questa parte della Messa il prete agisce “in persona Christi”; è Gesù che usa di lui per compiere il suo dono. Per questo il prete potrebbe essere anche distratto o pieno di peccato ma il suo gesto è comunque valido perché lui è solo uno strumento perché un Altro agisca. Ma la comunità cristiana, l’assemblea, cosa c’entra? Non basta il prete per la celebrazione? il Concilio Vaticano II insiste sul fatto che il popolo di Dio, la Chiesa, opera insieme al sacerdote e con lui impara ad offrire se.
La prima cosa da dire è che la preghiera eucaristica è un vero proprio dialogo tra chi presiede la celebrazione e l’assemblea, ma anche tra l’assemblea tutta e il buon Dio. Qui, lo avrete notato, il sacerdote certe volte parla per sé, altre per l’assemblea, altre a nome di tutta la Chiesa e questo ci permette di dire che la grande preghiera di consacrazione non è affare del prete … anche se certe volte ho la sensazione che questa per le persone che ho davanti sia solo la premessa della consacrazione, a cui comunque, sbagliando, non si partecipa come sacerdoti ma si assiste come semplici spettatori.
Quanta fatica in meno faremmo nelle celebrazioni se solo prendessimo sul serio le preghiere e le orazioni della Messa stessa, invece riducendola alla Consacrazione e alla Comunione perdiamo la possibilità di vivere un gesto intero e ci limitiamo a pochi minuti: la predica, la consacrazione e la comunione.
Ma di cosa consiste la preghiera eucaristica? Accenno qui alla struttura teologica poi esemplificheremo e spiegheremo ciascuna parte dei testi per facilitare le cose. Per aiutare l’identificazione metterò da principio il nome con cui quella parte viene identificata nello studio della liturgia.
Azione di grazie – prefazio.
La grande liturgia di consacrazione inizia con una preghiera che ha lo scopo di rendere grazie; si chiama “prefazio” e ha lo scopo di introdurre, attraverso la lode dell’opera di Dio nella vita degli uomini, la consapevolezza che la Consacrazione non è un episodio unico e improvviso ma piuttosto rende evidente che la storia dell’uomo e del mondo è un continuo darsi di Dio alla nostra povertà.
Prima acclamazione.
Consapevole della storia di Dio come di un dono sempre presente e sempre segno di misericordia, il popolo cristiano acclama la grandezza di Dio con un inno che coinvolge il cielo e chi lo abita, e la terra e chi la abita. L’acclamazione del tre volte Santo è davvero un’esplosione di lode per quello che abbiamo incontrato e vissuto nella nostra storia, per una presenza che salva. Questo ci dovrebbe sospingere a riconoscere che mentre si canta non si può non avere a mente ciò per cui si ringrazia, dove l’abbiamo visto presente.
Epiclesi.
Dopo il canto del Santo, avvicinandosi il momento della consacrazione, la preghiera si fa come più greve, più riflessiva e più strutturata: innanzitutto si invoca la presenza e la forza dello Spirito Santo perché i doni umani diventino il Dono divino.
Consacrazione.
A questo punto si ripete il gesto di Gesù, ripetendo le sue esatte parole. In questo momento è solo per il dono del Padre che i doni della Chiesa, il pane e il vino, divengono il Corpo e il Sangue di Gesù.
Anamnesi.
Alla consacrazione fa subito eco la memoria del fatto che l’offerta di Cristo è un dono che abbraccia tutta la sua vita, il dono di sé non è un atto eroico compiuto in un istante ma piuttosto il vertice di un modo di vivere; Gesù è vissuto donandosi a noi, dandosi a noi. A questo memoriale si associa sempre l’invito alla Chiesa, quindi a coloro che sono partecipi della celebrazione, a imitare Gesù e quindi a fare della vita un’offerta.
Intercessioni.
Si passa quindi, più esplicitamente, a pregare intercedendo per tutta la Chiesa, quella dei vivi e anche quella celeste, abbracciando in questo gesto di cura, anche tutti gli uomini.
Dossologia finale.
La preghiera eucaristica termina con una conclusione che vuole rendere gloria a Dio, con un tono di lode e di coscienza che il dono che Gesù fa’ di sé è proprio la cosa più grande della vita.
Perché è stato necessario questo lungo elenco per mostrare lo schema che compone la preghiera eucaristica?
Quando penso a questa parte della liturgia mi viene alla mente una sinfonia.
In una sinfonia ci sono elementi portanti: dalla forma pubblica, per cui l’opera era fruibile in modo diverso che la musica da camera, al fatto che fosse costruita su delle tematiche chiare precise e ricorrenti, al fatto che gli strumenti fossero tutti parte della stessa costruzione e anche i solisti fossero in funzione della maggiore espressività del tema della sinfonia stessa. Spesso poi le sinfonie erano identificate per un titolo, per una suggestione contenuta in una parola che in qualche modo potesse rivelare il contenuto.
Dicevo che la preghiera eucaristica è per me una sorta di “sinfonia liturgica” per questo mi è sembrato doveroso, prima di affrontare i singoli momenti che la compongono, fare in modo che tutti ne avessimo chiara la composizione e la struttura.
Ora passeremo ad affrontare i singoli “movimenti” utilizzando come testo di riferimento la preghiera eucaristica seconda, quella più semplice e feriale. Tenete conto però che stiamo sempre affrontando un lavoro su un testo specifico mentre nel Messale trovate diverse preghiere, cerchiamo quindi di fare un lavoro che possa aiutare a evidenziare una struttura successivamente rinvenibile nei vari testi.
Il prefazio inizia con un triplice scambio di battute tra il celebrante e i fedeli (anche se in realtà sono celebranti sia i fedeli che il sacerdote che presiede); gli studiosi dicono che questo testo proviene da una antica formula rituale di origine ebraico/cristiana:
Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito.
In alto i nostri cuori. Sono rivolti al Signore.
Rendiamo grazie al signore, nostro Dio. È cosa buona e giusta.
La prima cosa che dobbiamo osservare è che un momento decisivo come quello della consacrazione è volutamente aperto da un dialogo perché in questo modo si richiama l’attenzione di ogni presente, e la si richiama in un dialogo tripartito perché questa insistenza possa davvero riprendere l’attenzione di ciascuno dei presenti. Non a caso la formula è di tre frasi, il numero della perfezione.
Cosa mette a tema l’inizio del prefazio, a cosa ci richiama? Alla presenza tra noi del Signore e come questa presenza in qualche modo ci attragga dandoci la consapevolezza lieta della vita come tempo da trascorrere in rendimento di grazie. È un pò come una premessa che dice: poi chiederai e dirai tutto ciò che ti urge e ti sta a cuore ma comincia con la consapevolezza che la vita è un gran bel dono perché Lui c’è ed è tra noi.
Passiamo ora al “corpo” del prefazio:
È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre, qui e in ogni luogo,
a te, Padre santo, per Gesù Cristo, tuo dilettissimo Figlio.
Rendere grazie, ci dice l’inizio del prefazio, è cosa non solo giusta, ma anche doverosa ed è una spinta alla salvezza intesa come pienezza di vita qui ed ora. Se l’infinito della pienezza non mette le sue radici qui ed ora perché dovremmo perdere tempo a celebrare il dono di Gesù per noi? La salvezza che la preghiera del prefazio mette a tema non è semplicemente quella della vita eterna quanto piuttosto quella di una promessa che già ora vede iniziare il suo compiersi.
D’altra parte questo inizio è sfidante in modo diretto: ci è chiesto di renderci conto che i motivi per cui rendere grazie sono sempre di più e più grandi tutti i nostri problemi e le nostre fatiche; il gesto della Presenza di Cristo è possibile e accade solo in un popolo che sia cosciente della grazia di essere amato!
Il rendimento di grazie poi è al Padre per mezzo del figlio, memori delle parole che Gesù disse a Filippo (GV 14): “chi ha visto me, ha visto il Padre”, dobbiamo dirci che la gratitudine è a Colui che non abbiamo visto perché si è rivelato, non mostrato, attraverso ciò che abbiamo incontrato. Questo è il senso di quel “per” Gesù Cristo.
Ma la preghiera che apre la consacrazione procede oltre:
Per mezzo di lui, tua Parola vivente, hai creato tutte le cose
e lo hai mandato a noi salvatore e redentore,
fatto uomo per opera dello Spirito santo e nato dalla vergine Maria.
Per compiere la tua volontà e acquistarti un popolo santo,
egli stese le braccia sulla croce, morendo distrusse la morte
e proclamò la risurrezione.
Tutta la storia umana di Gesù è quindi riletta alla luce dell’obbedienza alla volontà del Padre: Gesù è parola, mandato, fatto uomo, per compiere la volontà di Dio e acquistare a lui un popolo santo. La coscienza di ciò che è accaduto è importante perché ci mostra il destino buono e positivo per cui tutto è stato pensato per portare l’uomo alla salvezza. Nel contempo, la coscienza di ciò che è accaduto è un bellissimo testo di catechesi, quindi di teologia nel senso pieno e vero del termine: siamo richiamati a guardare a Gesù imparando in pochissime righe il suo compito e il suo scopo, senza giri di parole e senza troppe spiegazioni.
Anche qui credo valga la pena di fare una sottolineatura: non ci si può fermare a Gesù, abbiamo bisogno di riconoscere che Lui è manifestazione del Padre. Fermare la fede all’incontro con Cristo rischia di essere riduttivo, dobbiamo arrivare a Colui che ha generato nella nostra vita quel fatto.
Per questo mistero di salvezza, uniti agli angeli e ai santi,
cantiamo a una sola voce la tua gloria: Santo, Santo, Santo, …
Dato che quello che stato detto non è una opinione ma una attestazione di fede, la parte finale del prefazio non è un chiedere la fede e neppure un dare le ragioni di quanto detto prima, è solo il constatare che pur essendo davanti a qualcosa che va oltre noi, che ci trascende, resta in noi la letizia e la gratitudine di quelli che accompagnarono Gesù dentro Gerusalemme (Mt 21) o, come cantavano i serafini nella visione del libro di Isaia (6): la Presenza è un fatto che genera gioia e letizia.
Questa parte conclusiva del prefazio viene identificata come la prima acclamazione.
Due piccole postille sul canto:
Anticamente si riteneva che il canto a Dio non fosse nella disponibilità dei credenti ma solo dei cherubini e dei serafini, gli spiriti più alti e vicini a Dio. Quindi per noi cantare questo testo non è come cantare una qualsiasi canzone. Teniamolo presente, canta chi sta alla presenza di Dio.
Secondo: talvolta qualcuno mi ha chiesto perché nella Messa spesso non canto il Santo; la regione è presto detta: dovrebbe essere il tripudio della letizia e della gratitudine, mentre tante volte è solo una nenia che serve a dirci solo che siamo arrivati alla consacrazione; ma questo è davvero solo un gettare via la bellezza di questo momento e di questo canto di festa. Allora mi pare che le parole, se dette con coscienza, ci dicano di più e meglio delle cose fatte un pò così.
Dopo il prefazio e la prima acclamazione la preghiera eucaristica entra nel vivo con l’epiclesi, termine che significa semplicemente “invocazione”; anticamente in Grecia Epiclesi era il termine che serviva ad invocare gli dei, era la prima parola della preghiera e precedeva il nome della divinità perché l’etimo del verbo greco era quello di un chiamare fuori, chiamare per nome.
Veramente santo sei tu, o Padre e fonte di ogni santità:
ti preghiamo santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito,
perché diventino per noi il corpo e il sangue di Gesù Cristo nostro Signore.
La prima riga è chiamata del “vere sanctus”, dalle parole di inizio, ha lo scopo di raccordare quanto detto nel prefazio con l’epiclesi e il racconto dell’istituzione, quella riga ha in comune con ciò che la precede due sottolineature: come nel prefazio le braccia del sacerdote sono allargate nel gesto della preghiera e, secondo, la preghiera è diretta al Padre. Questa seconda comunanza con il prefazio ci dice che la possibilità della memoria liturgica è solo nel rapporto con il Padre, è Lui che dà la santità alla storia ma anche è Lui che permette che il suo Figlio si renda nuovamente presente in mezzo a noi, permettendo il compiersi del passaggio da una Presenza che è segno a una Presenza reale.
L’invocazione al Padre è perché ci congeda il dono dello Spirito Santo, un dono che nella vecchia versione del canone era reso con il concetto di effusione mentre la recente riforma del messale è resa con il termine rugiada che corrisponde di più e meglio all’immagine biblica del dono dello Spirito che cambia la terra e la rende feconda.
Durante queste poche righe il celebrante passa dal gesto della preghiera al gesto dell’invocazione: le mani unite e a palme girate verso le offerte sino al gesto della benedizione delle offerte stesse. Bastano poche righe per riconoscere che tutto è dato e che solo nel nostro donarlo c’è compimento di noi e di ciò che offriamo, proprio come per il ragazzino che offre i suoi pochi pani e i suoi pesci.
Comincia ora la parte centrale della preghiera eucaristica e dell’intera Messa: il racconto della istituzione o consacrazione.
L’origine delle parole pronunciate dal sacerdote è il vangelo, i testi sinottici sono pressoché concordi nel riportare queste parole di Gesù, evidentemente con lievi sottolineature e differenze ( Mt 26, 26-28. Mc 14,22-24. Lc 22, 19-20). Mentre il primo racconto di una celebrazione eucaristica è attribuibile a san Paolo che ne scrive in 1 Cor 11,23-25, un testo che non ha la pretesa di nulla se non di correggere un modo sbagliato di vivere la celebrazione, in questo modo san Paolo ci attesta una prassi già consolidata.
Egli, consegnandosi volontariamente alla sua passione, prese il pane, rese grazie,
lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse:
Prendete e mangiatene tutti:
questo è il mio Corpo
offerto in sacrificio per voi.
Allo stesso modo, dopo aver cenato,
prese il calice, di nuovo ti rese grazie,
lo diede ai suoi discepoli e disse:
Prendetene, e bevetene tutti:
questo è il calice del mio Sangue
per la nuova ed eterna alleanza,
versato per voi e per tutti
in remissione dei peccati.
Fate questo in memoria di me.
Tre sono le sottolineature che possiamo fare di questo testo:
contiene la sottolineatura del dono di sé per cui la salvezza portata da Gesù non è un dono parziale, per quanto grande, ma la totalità di sé; nessuno mai ci ha fatto un dono simile e nessuno mai potrà farci un dono tanto grande. Questo però mi fa dire che divenendo discepoli di Cristo abbiamo ricevuto in dono la capacità di fare quello stesso dono. Così quelle parole non sono più solo contemplazione commossa ma anche domanda di saper amare sino al dono di sé.
La seconda sottolineatura è legata a ciò che si dice alla consacrazione del vino/Sangue: “per la nuova ed eterna alleanza”; la bibbia è la continua ripresa di questo tema: il popolo che tradisce e Dio che lo cerca di nuovo per stabilire un’alleanza, un patto di amicizia e di aiuto che porti reciproci vantaggi. Nel sangue di Gesù si stabilisce un patto che non potrà mai essere infranto, neppure di fronte al male più grande: il rifiuto di Dio. Questo ci fa rendere conto immediatamente della portata del gesto di Gesù: dopo questo fatto nulla più ci può separare dall’amore di Cristo. Non solo Gesù si dona tutto a me ma lo fa per sempre!
Terza sottolineatura mi pare sia legata a quel “fate questo in memoria di me.” Non abbiamo altro scopo nella vita che ripetere il gesto più grande che abbiamo visto compiere, dove il ripeterlo è la memoria di Cristo non un ricordo del Suo gesto più importante; la memoria è qualcosa molto di più grande del ricordo, si tratta del veder riaccadere oggi quello che accadde duemila anni fa: è la stessa cosa.
Ma cosa accadde duemila anni fa? Che Gesù durante la sua ultima cena consegnò ai suoi amici il pane e il vino mutati nella sua carne e nel suo sangue pur avendo mantenuto le loro specie fisiche (si chiama transustanziazione). Il gesto di Gesù che noi ripetiamo non è per nulla un simbolo ma è esattamente ciò che accadde, questo per noi è molto importante perché è la certezza della Sua presenza.
Vediamo ora di soffermarci brevemente sui gesti: innanzitutto il pane e il vino vengono presi e mantenuti sopra l’altare, il senso di questo gesto è da una parte letterale, nel racconto evangelico Gesù consacra pane e vino tenendoli in quel modo, a me piace anche pensare che sia il modo con cui accade quel rendimento di grazie. Poi il sacerdote si inchina leggermente sulle offerte, questo è un gesto molto semplice e diretto: non è più il prete che opera ma lo Spirito Santo, per questo il sacerdote che celebra non interessa più, è solo uno strumento che compie ciò che Gesù vuole compiere oggi. Chinarsi sulle offerte è un gesto simbolico e per questo l’inchino non è profondo, se lo fosse sarebbe già un gesto di adorazione che rimetterebbe al centro il ministro che adora.
Infine al termine delle due frasi di consacrazione il celebrante presenta al popolo l’ostia consacrata e lo stesso fa per il vino, perché tutto il popolo possa adorare l’opera di Dio. Ha sempre il significato dell’adorazione anche la genuflessione del prete verso le due specie consacrate. Prima adora il popolo e poi il sacerdote. Questo indica che nella cena eucaristica prende senso la figura del sacerdote: è colui che dona al popolo di Dio la Sua presenza, ma è anche colui che permette al popolo di poter adorare Cristo nell’Eucarestia.
Dentro questi gesti ci sono diversi spazi di silenzio; come riempirli? Due sono le possibilità o con la recita di preghiere che ci siano d’aiuto nel vivere la Presenza vera e viva di Gesù, si tratta quindi di compiere dei veri atti di adorazione, per quanto “istantanei”, i più grandi come me ricorderanno di aver avuto qualche nonna che insegnava a dire delle giaculatorie; oppure uno si mette a pregare ricordando tutte le persone e le situazioni che ha a cuore: io a tutte le Messe prego per certi volti e per certe situazioni, chiedendo che siano per la crescita della fede e della Chiesa tutta.
La consacrazione del pane e del vino termina con un annuncio e con una risposta perché l’assistere a un fatto così imponente e unico non può non far prendere posizione:
Mistero delle fede.
Annunciamo la tua morte, Signore,
proclamiamo la tua risurrezione,
nell’attesa della tua venuta.
Quello che il sacerdote proclama è un annuncio che spiazza, o almeno dovrebbe: quello che avete visto accadere davanti ai vostri occhi non è solo un fatto è un mistero che si può vedere e toccare ma che non si riesce a spiegare nella sua interezza. Come allora vivere qualcosa che non possiamo sino in fondo capire? Non una cosa impossibile e fuori dalla nostra portata?
La risposta dell’assemblea all’annuncio del celebrante è davvero uno spettacolo di sintesi dove sono attraversati passato (la morte) presente (la risurrezione) e futuro (la venuta): quello che possiamo fare per vivere il mistero è continuare a tenerlo davanti ai nostri occhi per poter vivere alla luce di esso. Che dono grande e immenso quello della Chiesa che ci rimette costantemente nella condizione di poter vivere ciò che proclamiamo nella fede.
A questo punto cosa accade? La preghiera eucaristica prosegue con l’anamnesi/offerta, due sottolineature legate insieme nella struttura del preghiera eucaristica, perché il ricordo di ciò che si è visto non può non generare sempre, come logica conseguenza, il dono di sé.
Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio,
ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza,
e ti rendiamo grazie
perché ci hai reso degni di stare alla tua presenza
a compiere il servizio sacerdotale.
Celebrando la Messa adempiamo a un compito: “fate questo in memoria di me” e nello stesso tempo rispondiamo alla nostra personale esigenza di ricordare, di rendere nostro, ciò che ci è accaduto nella vita: l’incontro con Gesù; il desiderio è quello che tutto si conformi a quel nostro legame.
Ma cosa significa che offriamo al Padre quello che gli abbiamo appena chiesto di consacrare come corpo e sangue di Cristo? Letta così sembra una cosa un pò strana e particolare: chiedi a uno un dono e poi glielo offri? La ragione anche qui è nella logica del gesto, Gesù dona sé stesso per obbedienza al Padre, quel Corpo e Sangue sono contemporaneamente un segno pieno di amore a noi, alla nostra salvezza ma anche un segno della comunione piena tra persone della Trinità, per cui il Figlio non ha altro interesse che compiacere il Padre.
Quindi noi “restituendo” al Padre il Corpo del suo Figlio dato per noi compiamo il gesto di chi dice: so che è per me ma so anche che è tuo. Tuo dono e tuo sacrificio.
Nel contempo aggiungiamo, con la traduzione nuova più fedele al testo latino, che rendiamo grazie per il fatto di poter stare davanti a quella Presenza non solo riconosciuta ma fatta carne e sangue.
Un rendimento di grazie che è pieno perché per compiere questo gesto ci è dato di essere sacerdoti, infatti in forza del Battesimo noi siamo tutti concelebranti, il sacramento della nostra infanzia si compie pienamente come servizio a Cristo e alla Chiesa.
Se penso a quante volte ho detto queste parole quasi senza nemmeno ascoltare ciò che andavo dicendo! Ogni sospiro di questa liturgia meriterebbe spiegazioni adeguate per poterci gustare ciò che tutti i giorni si compie come Mistero.
Nella seconda preghiera eucaristica molto spazio è preso dalle preghiere di intercessione: innanzitutto si prega per l’unità dei credenti: come uno che prende coscienza di ciò che gli è capitato, meglio di ciò che ha fatto, subito si trova addosso il desiderio di poter raccontare e condividere ciò che ha visto, con la coscienza che la comunione e l’unità sono un dono e non la conseguenza di un fatto, per quanto eclatante. Noi possiamo assembrarci, per usare un termine noto in questo tempo di pandemia, ma non è la stessa cosa dell’essere uniti, l’unità è appartenersi reciprocamente, è arrivare a riconoscere che per vivere abbiamo bisogno dell’altro.
Ti preghiamo umilmente:
per la comunione al Corpo e al Sangue di Cristo
lo Spirito Santo ci riunisca in un solo Corpo.
La seconda intercessione è chiesta per la Chiesa tutta, sia per quella “militante”, quella dei vivi, sia per quella “trionfante”, quella che ha concluso il proprio cammino terreno e ora vive della pienezza della vita in Cristo.
Alcune piccole riprese: la nuova formula del rito ci dice di aggiungere al Papa e ai vescovi anche i presbiteri e i diaconi perché il sacramento dell’ordine è diviso in questi tre gradini, metterne uno saltando gli altri due sembra riduttivo del sacramento stesso. La seconda osservazione da fare è che l’idea di perfezione per la Chiesa non è l’assenza di errore ma piuttosto la vita nell’amore, questo ci porta subito a dire che se questa preghiera vale per la Chiesa tanto più deve valere per ogni singolo credente, per ogni cristiano.
Ricordati, Padre, della tua Chiesa
diffusa su tutta la terra:
rendila perfetta nell’amore
in unione con il nostro papa N.,
il nostro vescovo N.,
i presbiteri e i diaconi.
C’è poi una seconda supplica di intercessione che comincia con un “ricordati” che mi pare un gesto di estrema tenerezza e confidenza verso il buon Dio, infatti a me che sono smemorato capita spesso di sentirmi dire da chi mi vuol bene quello stesso “ricordati”. Ciò che ricordiamo a Dio attraverso Gesù presente nell’Eucarestia è che non trascuri i defunti, né quelli che credono, che hanno la “speranza della risurrezione” né di tutti i defunti.
A questo punto una nota particolare sulla modifica apportata al testo della preghiera; fino alla fine dello scorso novembre veniva detto: “e di tutti i defunti che si affidano alla tua clemenza” perché si può ben immaginare che un defunto possa vedere la realtà delle cose e che non avendo creduto in vita ora si possa affidare alla clemenza di Dio. Solo che questa visione dei defunti che non credono e che per questo chiedono clemenza al cospetto di Dio ad alcuni sacerdoti “creava difficoltà” e per questo è stato scelto di cambiare questa immagine, un pò forte, con la frase che viene detta ora nelle intercessioni della preghiera eucaristica. Metto in evidenza questa cosa sia per dire la verità oggettiva e umana di ciò che potrà accedere anche a noi giunti di fronte al buon Dio ma anche per il gesto delicato e materno della Chiesa che cambia il testo di una preghiera solo perché chi la recita possa farlo con tranquillità; la preghiera prima che un testo dogmatico resta così una invocazione che sale a Dio dal cuore.
Ricordati anche dei nostri fratelli e sorelle
che si sono addormentati
nella speranza della risurrezione,
e, nella tua misericordia, di tutti i defunti:
ammettili alla luce del tuo volto.
Di noi tutti abbi misericordia:
donaci di aver parte alla vita eterna,
insieme con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio,
san Giuseppe, suo sposo,
gli apostoli, sant’Ambrogio, [san N.: santo del giorno o patrono]
e tutti i santi, che in ogni tempo ti furono graditi,
e in Gesù Cristo tuo figlio
canteremo la tua lode e la tua gloria.
La preghiera eucaristica si conclude con la “grande dossologia”, che significa grande preghiera di lode, preghiera fatta elevando a Dio e mostrando al popolo le specie eucaristiche, come dicendo al buon Dio un enorme grazie per quello che si è compiuto, come un bimbo che si volge ai genitori mostrando con orgoglio il suo disegno: “guarda” è tutto ciò che sa dire, senza aggiunta di altre parole. Un disegno, quello che si compie nella Messa, che accade per le nostre mani ma che non siamo noi a rendere possibile. D’altro canto il gesto del sacerdote è anche un fatto mostrato al popolo che sta celebrando, anzi più che mostrato è offerto; mi torna in mente la consacrazione “per voi e per tutti”, con il suo gesto il sacerdote ricorda a tutti che lo scopo dell’essere lì è il partecipare del Corpo di Cristo.
Dal punto di vista delle parole che si dicono in questo momento metto in luce la grande ed evidente insistenza della Chiesa sulla triplice formula cristologica: lo facciamo “per” Lui perché ce lo ha chiesto, lo facciamo “con” Lui perché l’Eucarestia non è frutto dell’opera della Chiesa ma sacrificio e dono di sé che accade in una cena, in un gesto di comunione e di intimità ed è un gesto compiuto “in” Lui perché da soli non potremmo rendere bianco o nero un solo capello.
Per Cristo, con Cristo e in Cristo,
a te Dio Padre onnipotente,
nell’unità dello Spirito Santo,
ogni onore e gloria
per tutti i secoli dei secoli.
Nella celebrazione gli “amen” che diciamo sembrano sempre dei contorni, dei gesti di assenso vuoti di altro ogni significato, un pò come mettere le ciliegine su una torta che un altro ha confezionato; qui si tratta di un assenso che non è formale: il prete ha parlato a nome della Chiesa e a nome di Cristo, e con questo “amen” la chiesa mostra di aver compiuto il suo compito di con celebrante asserendo con quella paroletta che ciò che è avvenuto è per opera della sua volontà. Mi piace ribadire, perché di fronte ai miei limiti lo penso sempre, che se anche il celebrante fosse distratto o addirittura indegno del gesto che sta compiendo, è la presenza della Chiesa, con la sua fede, rende comunque valido il gesto.
Per questo in alcune celebrazioni eucaristiche questo amen è cantato in modo molto solenne.
Non si tratta quindi solo di un intervento del popolo per chiudere la preghiera eucaristica ma è piuttosto un modo per evidenziare la sua decisiva e imprescindibile partecipazione.
Amen.
La Messa/ sei
Riti di COMUNIONE
I riti di Comunione della Messa sono la logica conseguenza del vedere compiersi il Mistero di Gesù che si dona a noi. L’esigenza di “fare la Comunione” viene per tutti dal fatto che l’Eucarestia è una offerta che ci è fatta e quindi volersi comunicare è un desiderio che viene come frutto.
Sarebbe però troppo semplicista e riduttivo che immediatamente dopo la preghiera di consacrazione si facesse la Comunione. Diverse e articolate sono le sottolineature che hanno lo scopo di farci essere coscienti del dono che stiamo per ricevere.
In fondo per partecipare a un Matrimonio non è sufficiente il desiderio … e neppure l’invito, occorre prepararsi in ogni particolare per essere all’altezza e soprattutto per mostrare quanto noi abbiamo capito l’importanza di quell’invito.
Nel rito ambrosiano il primo gesto che si compie dopo la preghiera eucaristica è il silenzioso perché non introdotto, spezzare il pane, un gesto semplice e importante, che fa passare il luogo della celebrazione da altare sacrificale a mensa fraterna, a luogo del banchetto, punto di incontro e di Comunione. Anticamente tutti portavano il pane per la Messa e quindi lo spezzare il pane era un gesto che chiedeva un pò di tempo affinché il prete potesse spezzare in piccole parti tutti i pani, e quindi nell’attesa l’assemblea cantava, l’idea più evidente era quella di “ingannare l’attesa” in realtà il canto era già un modo per iniziare a dire la lode e la meraviglia per quel dono che si faceva cibo e bevanda. Poi si passò a un gesto più essenziale dove pane e vino messi a disposizione per tutti e così il gesto del cantare durante la frazione del pane divenne simbolico per via del poco tempo ormai impiegato. Da questo deduciamo che il canto allo spezzare del pane non ha un valore necessitante nella struttura della celebrazione, si tratta essenzialmente di un retaggio.
Ma perché il sacerdote compie questo gesto? Evidentemente la prima risposta che ci dobbiamo dare è che questa indicazione è contenuta nelle parole stesse di Gesù nell’ultima cena: “prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro”, così ci racconta l’evangelista Luca (22,19). Ma ancora meglio potrebbe essere prendere in considerazione l’episodio del discepoli di Emmaus raccontato in Luca 24: i due apostoli che erano sconsolati e tristi riconoscono Gesù in quello sconosciuto viandante per quel gesto di spezzare il pane. Questo ci fa sottolineare che per riconoscere Cristo non bastano nemmeno le sue parole e neppure la corrispondenza che Lui suscita in noi, occorre un gesto che ce lo sveli. Senza vedere un frutto per noi credere anche in ciò che abbiamo visto resta sempre difficile.
Dopo aver spezzato il pane il sacerdote lascia cadere dentro il calice un frammento della particola appena spezzata, i liturgisti la chiamano commistione (immixtio), perché si compie questo gesto? Due sono le sottolineature che possiamo fare a questo proposito: innanzitutto ricordo una spiegazione suggestiva e anche antica, circa IV secolo, quella del “fermento”. Nella chiesa primitiva il Papa come segno di comunione mandava ai sacerdoti che non potevano celebrare con lui un pezzetto del suo pane consacrato e i sacerdoti mettevano questo frammento dentro al calice affinché tutto fosse “fermentato” e divenisse un unico pane.
In secondo luogo questo gesto ricorda a tutti noi che il corpo di Gesù è uno solo, fatto di carne e sangue, come è per ogni corpo. Mi stupisce sempre a questo proposito che nei miracoli eucaristici che conosciamo le analisi della carne e del sangue rivelano sempre questo legame: sono carne e sangue dello stesso corpo.
Prima di procedere oltre chiedo a me e a voi se questo spezzare il pane, se questa commistione che fermenta, non è il momento vero della nascita della carità tra cristiani e con tutti gli uomini. Mi pare sia importante mettere in luce questa cosa perché si comprenda che la carità non è un’aggiunta che viene un attimo dopo la Messa, una pia conseguenza, ma nasce dentro la celebrazione ne è parte, non può esserci celebrazione che non porti alla carità.
Il primo grande gesto di Comunione che si compie dentro la celebrazione eucaristica è la recita della preghiera del Padre nostro. Vediamo di addentrarci un momento in questo gesto.
Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento osiamo dire:
Potremmo prendere queste parole come una semplice introduzione, una sorta di richiamo che possa attirare l’attenzione della gente che magari si è un pò stancata; in realtà quello che pare essere un semplice e crudo invito alla preghiera è molto importante perché in due mezze frasi mette in luce la ragione per cui diciamo il Padre nostro come inizio del gesto della Comunione.
Innanzitutto siamo obbedienti alla parola di Gesù che ha detto “quando pregate, dite:” (Lc 11,2.) un’obbedienza che però non è a un comando a cui ci si inchina ma una richiesta che risponde a una domanda: “Signore insegnaci a pregare”. Quindi la prima sottolineatura di questa introduzione è come una domanda: ma tu che cosa hai da chiedere? Perché la Comunione non è solo un ricevere ma anche un dare, tu dai a Gesù ciò che sei, anche la tua povertà, e lui ti dà se stesso. Solo così accadrà che la preghiera del padre nostro non sia una semplice obbedienza o peggio una formula che si ripete.
La seconda cosa che traspare fermandoci alle parole dell’invito alla preghiera è che questo pregare è per noi forma convincente non tanto perché ci è stato detto ma sopratutto perché ci è stato insegnato, cioè l’abbiamo visto Gesù pregare e questo ci persuade sulla bellezza e verità della cosa che ci è proposta e chiesta. Pregare come Gesù non è solo chiedere delle cose, che ci stanno a cuore e che ci sono care, ma è il primo modo per incominciare ad essere come quel Gesù che da la vita facendosi alimento per noi.
Essere cristiano non è innanzitutto fare i gesti di Gesù ma è un essere come lui, è avere il suo cuore.
La preghiera del Padre Nostro non dovrebbe avere bisogno di spiegazioni, anche perché, come è avvenuto anche per il significato della Messa, Papa Francesco ci ha fatto sopra un ciclo di catechesi del mercoledì, come anche il catechismo della Chiesa Cattolica ha una intera sezione dedicata alla preghiera che Gesù ci ha insegnato.
Per questo ora ci limitiamo a un breve commento che possa re introdurci alla preghiera che Gesù ci ha insegnato. Sant’Agostino in una lettera a Proba dice che il Padre Nostro è il compendio di tutte le preghiere contenute nella Bibbia (Epistulae, n.130); san Tommaso, il solito preciso, aggiunge che non solo nella preghiera del Signore sono contenute tutte le cose che possiamo desiderare ma che esse sono anche poste nel giusto ordine, “così che questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma anche tutti inostri affetti (Summa theologiae, II-II, q. 83, a. 9).
Tutto ciò non fa altro che rafforzare in me la consapevolezza che la preghiera del Padre Nostro è lo strumento per imparare a pregare. Quindi anche solo per raccogliere la provocazione di questi due giganti della fede proviamo a guardare dentro questo scrigno prezioso che troppe volte trattiamo come un vecchio baule.
normalmente la preghiera viene divisa in sette parti, e tenendo presenti quelle andrebbe recitata anche come assemblea; talvolta ritmo e tempi della preghiera corale sono proprio lasciati alla libera e sentimentale interpretazione.
1. Padre nostro, che sei nei cieli,
2. Sia santificato il tuo nome,
3. Venga il tuo regno,
4. Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
5. Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
6. E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
7. E non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.
Amen.
Facciamo ora passare brevemente le sette parti della preghiera di Gesù.
Ci troviamo innanzitutto di fronte a una premessa che è già cuore della preghiera mentre è contemporaneamente la via per capire tutte le altre affermazioni, immediatamente dopo questa premessa ci sono tre affermazioni che definiscono il rapporto con Dio, e tre richieste che sono frutto di quello stare davanti a Lui. La preghiera termina con la formula rituale di assenso.
Uno. Che si cominci a pregare dicendo “Padre” non è cosa del tutto scontata, basti pensare allo stridore che sembra venire dalla definizione, usata fino a poco più di mezzo secolo fa: “chi è Dio?”, contenuta nel catechismo di Pio X, la cui relativa risposta non era “è Padre” ma piuttosto “Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”. Se poi aggiungete che è oltre duemila anni fa che ci fu insegnato a chiamare Dio con il nome di Padre, avete davvero materiale sufficiente per stupirvi di quell’appellativo.
La scelta di questo inizio è tutta piena della tensione a mettere in luce che la preghiera è una modalità di rapporto con quell’amore che ci costituisce, che ci fa essere. E Gesù dicendoci che la prima parola per pregare è Padre ci rivela che la coscienza di questo rapporto mette nell’atteggiamento della preghiera.
Un Padre che è “nostro”, il che non significa possesso di una certa entità ma che non è “mio”, dire “nostro” è dire che è Padre di ogni uomo non solo di quello che lo prega, che lo cerca o che desidera incontrarlo; posto il fatto che Dio è il Creatore quell’essere Padre è valido per ogni creatura.
“Che sei nei cieli” non è l’idea della lontananza ma piuttosto quella della presenza: se sei anche la dove non ci sono gli uomini allora sei davvero dove sta l’uomo, ogni uomo. Allo stesso modo possiamo attestare che se sta nei cieli è altrettanto reale e possibile che stia nei cuori di ogni uomo. Così il sublime si fa incontrabile.
Due. Santificare il nome di Dio è una esigenza propria di ogni uomo che lo ha incontrato; la bellezza e la verità di quello che ho visto e sentito mi fanno vivere rendendo grazie per ciò che ho visto; vorrei che tutto il mondo potesse gioire della mia stessa gioia per la Sua presenza nella mia vita.
D’altra parte chiedo che sia santificato il nome di Dio, che al tempo di Gesù non si poteva né pronunciare né conoscere. Come faccio a non pensare a una cosa astratta? Santifico una presenza che nella mia vita ha assunto un nome e un cognome, santifico Dio e la sua presenza nella mia vita santificando la strada che mi ha portato e mi porta a lui. Questo non vuol dire fare Dio quella forma di Lui che ho incontrato ma piuttosto che quella forma è la molla che mi fa dire quanto è grande Dio. Lo posso santificare perché lo chiamo per nome e quel nome rende carne l’esperienza che faccio, un nome che non dice tutto, come ogni nome, ma che mi fa amare il suo manifestarsi in ogni forma in cui Lui si possa presentare.
Tre. “Venga il tuo regno” è un’altra cosa naturale da chiedere quando si hanno gli occhi e il cuore pieni di fatti e di doni che dicono continuamente che sei amato: come non si può desiderare che tutto sia dentro quel rapporto, che tutta la vita di tutti gli uomini possa essere riempita della stessa verità. Ma cosa è il regno di Dio? Sbrigativamente san Paolo dice: “Cristo tutto in tutto” (1 Cor 15,28) dove il Regno è quindi considerato come la permanenza di Gesù. Qui mi pare che sia sottesa la preghiera che possiamo non essere noi ad essere fedeli perché sarebbe impresa altamente improbabile mentre si suppone che sia Lui a esserci sempre, in tutto.
Quattro. Ci manca solo che tocchi a noi concedere al buon Dio di fare ciò che desidera! Quando diciamo “sia fatta la tua volontà” chiediamo innanzitutto di poter essere in grado saper accettare ciò che è voluto per noi; ma come si vede bene questa parte della preghiera viene solo dopo la parte in cui si desidera che il suo amore sia sempre evidente e presente nella vita degli uomini, fino a diventare il modo concreto di vivere, il Suo regno è la via per desiderare di dire sì alla Sua volontà. Altrimenti tutto si trasforma in uno sforzo che, prima o poi, lascia senza fiato e senza ragioni.
Resta quindi una cosa chiara: se vogliamo accettare la volontà di Dio sulla nostra vita la strada non è quella della volontà che si adegua quanto piuttosto quella di un cuore che desidera sempre più vivere l’incontro fatto.
Cosa che del resto ci è accaduta ogni volta che abbiamo fatto esperienza della pienezza del dire sì all’amore di Dio.
A questo punto la parte restante della preghiera, le prossime tre frasi, sono un porre davanti a Dio le cose che ci urgono per vivere la cosa che ci urge di più, cioè sono il metodo concreto per vivere la nostra figliolanza, ciò che serve davvero per vivere l’incontro che abbiamo fatto. Come se si dicesse: “Voglio vivere sempre più l’amicizia con te e tutto alla luce dell’amore che hai per me, ora però dammi gli strumenti che mi possono permettere di compiere questo mio desiderio”.
Cinque. Perché chiedere il pane quotidiano è la prima delle cose da domandare per vivere sempre più l’amicizia con Cristo? E’ davvero la prima cosa di cui abbiamo bisogno? Tenete poi presente che il vangelo ci dice in più occasione che il Signore sa di cosa abbiamo bisogno prima ancora che gli chiediamo ciò che serva, quindi perché si comincia dal pane?Credo che la cosa si possa spiegare meglio dalla più grande tentazione che abbiamo: la distrazione; appassionati all’amicizia con Cristo sul momento daremmo tutto per Lui, poi il tempo e la nostra fragilità ci portano a ridurre sempre più fino a dimenticare ciò che ci è accaduto. Come possiamo restare tesi a ciò che abbiamo incontrato? Non distraendoci, cioè scegliendo di avere solo ciò che è essenziale, ciò che davvero serve, il “pane quotidiano” appunto. Avere il pane è avere ciò che serve per non distrarci se nell’abbondanza e per non cercare altrove, se nell’indigenza.
Ma cos’è il pane? Da sempre la Chiesa vede nel pane di cui parla Gesù il pane eucaristico e la vita di tanti santi ci racconta che davvero la Messa è l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno; resta il fatto che non per tutti è già così, spesso abbiamo bisogno anche del pane terreno e magari di un pane che ci permetta di camminare verso Gesù. Quindi direi che se in assoluto il pane che chiediamo nel Padre Nostro è il pane che è il Corpo di Gesù allora credo possa essere compresa nel significato più largo del termine pane anche la Chiesa: un luogo dove incontrare e nutrirci della Sua presenza, una compagnia che sia cibo all’anima.
Sei. La seconda reale richiesta del Padre Nostro è quella della remissione dei peccati. Chiediamo il perdono non tanto per lo scandalo e il fallimento del peccato quanto piuttosto per il desiderio di un amore sempre più grande e vero. O chiediamo perdono per un senso di giustizia o chiediamo perdono per un Amore tradito. Come abbiamo bisogno del pane abbiamo bisogno immenso della misericordia di Dio che torni a raccattare la nostra povertà.
“Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”, credo possa essere letta così la seconda parte di questa richiesta: l’esperienza della misericordia a sé diventa origine di uno sguardo di misericordia ad ogni uomo su questa terra, una misericordia piena di fiducia e di certezza nella radice buona dell’uomo, di ogni uomo. Noi perdoniamo senza condizioni come Dio con noi, o almeno chiediamo di esserne capaci, è questo il senso di quell’“anche” che è stato introdotto nella recente riforma del Messale: è Dio che perdona e noi vorremmo saper fare la stessa cosa di Dio.
Sette. “E non abbandonaci alla tentazione” è la nuova traduzione che sostituisce il “non indurci in tentazione” di cui ormai da anni si chiedeva la sostituzione perché formula che poteva far credere l’impossibile, cioè che Dio stesso mettesse l’uomo nella condizione di essere tentato mentre la tentazione è figlia della incoerenza umana, della sua fragilità spesso neppure colpevole ma solo distratta. Oppure la tentazione è un’opera del Nemico, il Diavolo, che cerca di prenderci a sè attraverso la nostra povertà.
Cosciente di tutto questo il credente prega che la tentazione non sia tolta, saremmo angeli e non uomini, ma piuttosto che sia una battaglia combattuta con lo sguardo rivolto a Dio piuttosto che nella sola confidenza di sé.
“Ma liberaci dal male”; a questo punto la domanda che conclude la preghiera che Gesù ci ha insegnato è davvero impegnativa per il nostro rapporto con il buon Dio, un pò come fece Abramo con il conto alla rovescia dei giusti di Sodoma e Gomorra (Gn 18,20-33); osiamo chiedere che possiamo essere liberati dal male, cosa apparentemente impossibile per delle creature, perché il male sta nel concetto stesso di creatura, ma dono possibile a Dio da cui lo imploriamo non per non sbagliare più ma semplicemente per vivere una vita simile alla Sua. Davvero chiedere la liberazione dal male è un osare; che Lui compia quello che la natura no può.
Resta infine da sottolineare che essere liberati dal male non vuol dire debellarlo, saremmo in paradiso, quanto invece renderci capaci di viverlo volgendolo in strumento della nostra crescita e amicizia con Lui.
Mi è sempre sembrato strano dire questo “Amen” alla fine di una preghiera che ho recitato perché mi parrebbe che non si debba dare assenso a una cosa appena detta, “se non mi stava bene nemmeno la dicevo” ho sempre pensato. Poi mi sono soffermato a considerare che in effetti anche quando firmo un contratto dò tutti i miei dati e poi per dire che ci sto devo ancora firmare se poi sono in una banca mi ritrovo alla festa delle firme per dire sì a una cosa che io ho chiesto.
Quell’amen ha la caratteristica di dire il cuore mentre prima avrei potuto essere totalmente formale e aver recitato delle parole vere ma da persona distratta.
Nel contempo dire amen coincide con il dire che quello che desidero prevalga nella mia vita è la Sua volontà e non quello che nell’istante desidero o penso, per quanto possa essere giusto e buono.
Concludo dicendo che non spendo altre parole per sottolineare invece che se questo è un primo gesto di Comunione reale con Dio e tra noi allora fare la fatica di compiere gli stessi gesti piuttosto che di restare insieme nella recita delle parole sono segni esteriori di una disposizione del cuore e di una attenzione a tutta l’assemblea.
Dopo la preghiera del Padre Nostro il sacerdote continua la preghiera a nome di tutti i presenti quasi “specificando” di che cosa si tratta quando diciamo: non abbandonaci alla tentazione e liberaci dal male; questo primo momento di esplicitazione della preghiera del Padre Nostro è composto di tre passi legati a tre termini a me davvero cari: pace, misericordia e speranza. Tre termini che descrivono la mia vita e il desiderio che ho sul futuro; la pace è quello che mi è accaduto, la misericordia è ciò che chiedo perché i miei errori e i miei tradimenti mi sono sempre più chiari davanti agli occhi e infine speranza perché vivo della promessa che un giorno si potrà compiere in pienezza quella pace che mi è stata promessa.
“Liberaci da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni” ciò di cui abbiamo bisogno è che la nostra vita sia alleggerita dalla fatica, innanzitutto quella del non riuscire a guardare a Lui, perché la pace che cerchiamo non è quella della tranquillità ma quella dell’essere in Lui, come mi capita spesso di ripetere: il riposo che desideriamo, magari inconsapevolmente è quello di chi si ri-pone, di chi si ri-posa in Lui. Questa è la nostra pace. Pace di cui abbiamo tutti certamente avuto un assaggio tutte le volte che in una determinata situazione ci siamo sentiti a “casa”, senza il bisogno di dover andare o essere da un’altra parte.
“E con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento,” ancora una volta il cristiano non si può fermare al desiderio perché sa che non può compiere da solo ciò che di buono e grande desidera; invocare la misericordia di Dio è chiedere di poter vivere all’altezza del proprio desiderio. Domandare questo però è possibile innanzitutto se si ha coscienza del proprio limite e del proprio continuo tradimento. Mi pare molto bello anche il fatto che si chieda non solo di essere liberati dal peccato ma anche dai turbamenti, da tutto ciò che preoccupandoci ci distrae, come dire: “visto che posso chiedere chiedo tutto”, segno questo di una preghiera che è anche una confidenza e non un semplice dialogo.
“Nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.”La speranza che anima la vita non è la felicità né la riuscita, ciò che riempie la vita di chi ha incontrato Cristo-pace è solo di poterlo incontrare di nuovo e di nuovo perché nella Sua presenza c’è sia il compimento che la riuscita. Su questo però credo si debba aprire una questione: davvero è questo che desideriamo? Perché tanto spesso ci accontentiamo di avere un pò di tranquillità o di serenità come se dovessimo accontentarci. Questo ci accade quando spegniamo la lampada della memoria e ci accontentiamo del buio e della tristezza.
A questa preghiera di esplicitazione del sacerdote l’assemblea risponde con una invocazione che è una vera e propria lode a Dio: “tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli”. Proclamare che il regno sia del Signore significa riconoscere che tutta la vita gira attorno alla Sua presenza, che tutto dipende dalla Sua volontà, sostenere poi che di Dio sia anche la potenza è dire che può compiere ciò che desidera e vuole, chiudere dicendo che Lui ha anche la gloria è sostenere che solo Lui può essere continuamente ringraziato per il suo amore a noi, al mondo. Interessante che anche qui si usi una formula tripartita per dire una lode perfetta.
Il celebrante dopo aver pregato a nome di tutti per chiedere la pace prosegue con la preghiera che invoca da Dio l’unità; le due preghiere sono di fatto lo svolgimento di un unico pensiero interrotto dall’intervento dell’assemblea che abbiamo appena preso in considerazione, una interruzione che non ha solo lo scopo di non dare luogo a dei monologhi, che avrebbero il solo risultato di distogliere l’attenzione, l’intervento del popolo è un intercalare che ci fa rendere conto che davvero il prete è la voce della comunità che prega.
Il testo che consideriamo ora è nella, nella sua prima parte una ripetizione di quanto già chiesto mentre nella seconda si aggiunge la nuova richiesta: oltre la pace chiediamo l’unità.
“Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà”. Un frutto della pace è l’unità; mentre noi continuiamo a pensare che l’unità sia frutto esclusivo della buona volontà, ma non basta andare d’accodo per poter dire di essere uniti. A questo proposito si potrebbero aprire diverse riflessioni sul tema dell’unità, io mi soffermo su una cosa che in questo tempo mi colpisce molto: il pericolo è quello di pensare all’unità come a una sorta di omologazione, un accordo perfetto su ogni cosa mentre invece l’unità è sempre nella diversità e nella specificità di ciascuno; questo significa che essere uniti è amare la fisionomia e la storia dell’altro come se fosse la mia. Io parto sempre dal fatto che la mia storia è la più bella e la più vera, che ho ragione sul modo di dire di sì a Gesù e che chi fa altro in fondo sbaglia. Capite che così sono davvero bello distante da quell’unità per cui prego ad ogni Messa.
Davvero ci sta, come dicono i giovani, che si chieda che accada tutto secondo la Sua volontà, infatti la mia volontà è sempre carica di buoni propositi ma sempre imperfetta.
A questo punto, specificato quale pace e unità desideriamo, ce le doniamo scambievolmente: “la pace e la comunione del Signore nostro Gesù Cristo siano sempre con voi”. Innanzitutto va notato che la formula di questo saluto è più articolata delle solite: abbiamo l’aggiunta della “comunione” e la formula per esteso del nome di Gesù, quindi una cosa ufficiale. Perché lo evidenzio? Perché questo invito del sacerdote così espresso non è più un pio desiderio o un augurio, una formula rituale ma assume il tono del gesto concreto che il celebrante compie: allarga le mani verso l’assemblea e poi le ricongiunge, come chi porge qualcosa e poi ha le mani vuote.
Come sarebbe utile vivere questi istanti percependoli come gesti che già in qualche modo fanno accadere ciò che avverrà nella pienezza fisica dell’assumere il corpo di Gesù. Non si tratta solo di un anticipo ma di un fatto che sta già accadendo e che culminerà di lì a poco nella sua forma piena.
Un’ultima nota: “la Pace sia con voi” è il modo di salutare proprio del Vescovo, che si rifà a San Paolo: “Cristo nostra pace” (Ed 2,14), questo per evidenziare ancora di più che la preghiera che si sta compiendo è al Padre perché ci conceda la piena comunione con il Figlio.
A questo punto il celebrante genuflette poi prende l’ostia e tenendola sollevata sulla patena o sopra il calice dice:
Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo.
Beati gli invitati alla cena dell’Agnello.
Il cambiamento del testo non è un cambiamento; semplicemente si è tradotto il testo latino così come è sempre stato da dopo la riforma voluta dal Concilio Vaticano II; una scelta quella di cambiare, che è stata giustificata non solo dal desiderio di adeguamento ma anche dal fatto che in questo modo torna ad essere in primo piano chi è Gesù e qual è lo scopo del suo dare sé stesso per noi, poi viene indicata la grazia che è data a coloro che sono invitati alla santa cena, grazia evidenziata dall’uso di una citazione del testo dell’Apocalisse (Ap 19,9). In realtà la citazione corretta avrebbe avuto una specificazione che si è tralasciata: “alla cena di nozze dell’Agnello”, ma si è preferito omettere questa parola credo per non spingersi troppo in là con un paragone che non sarebbe stato, ai più, immediato nel suo significato.
Attenzione a una cosa concreta: il celebrante mostra l’ostia consacrata e lo può fare insieme al calice del sangue di Gesù oppure no. Perché questo? Il corpo di Gesù non è carne e sangue? A questo proposito credo vada sempre tenuta presente la sottolineatura per cui ogni frammento dell’ostia contiene tutto il corpo di Cristo come ogni goccia del Suo sangue contiene tutto il suo corpo. Potremmo semplificare: la parte per il tutto.
Alle parole del celebrante risponde l’assemblea tutta, quindi anche il celebrante, perché ciò che si dice ora riguarda tutti, anche se a celebrare fosse il Papa:
O Signore, non sono degno
di partecipare alla tua mensa,
ma dì soltanto una parola
e io sarò salvato.
La formula usata ha indubbiamente una struttura penitenziale: non penso che tu sia un dono grande che io non merito ma so, per la conoscenza e coscienza che ho di me, che non merito il dono del Tuo corpo e del Tuo sangue; per questo chiedo che sia Gesù stesso a farmi dono di sé perché se fosse uno scambio io dovrei andarmene a mani vuote.
Il fondamento biblico di queste parole lo riconosciamo: sono le parole del centurione di Cafarnao in Matteo (Mt 8,8). Evidentemente con queste parole ci accostiamo al dono di Cristo con la consapevolezza che sia il dono che il poterlo accogliere sono una grazia che non viene da noi.
A questo punto il sacerdote celebrante si comunica, assumendo prima il corpo e poi il sangue di Gesù, mentre si comunica inizia il canto alla Comunione; da questa indicazione si dovrebbe dedurre che il solista che intona o il coro che canta si comunicheranno successivamente mettendo così in luce che il momento della Comunione del celebrante è come il ricostituirsi della Comunione piena tra Gesù e il suo popolo.
A proposito della Comunione eucaristica due piccole sottolineature: nel Concilio Vaticano II, il documento che si occupa della liturgia dice che per partecipare perfettamente alla Messa si raccomanda la partecipazione al corpo e al sangue di Cristo dei fedeli presenti (SC n° 55). questo significa che partecipare alla Messa senza fare la Comunione non è vivere pienamente il Sacramento; d’altra parte quanti miei confratelli sacerdoti si lamentano perché la gente va a Messa e fa la Comunione senza confessarsi se non molto di rado. Come risolverla? Quando fare o non fare la Comunione? Semplicemente rispondo che non si deve fare la Comunione quando la si fa per abitudine: sarebbe molto grave sciupare un dono così grande e totalmente immeritato. L’altra condizione posta alla partecipazione alla Comunione è quando si è in peccato grave, cioè quando si è davvero rotta, scientemente e volutamente, l’amicizia con Dio, allora lì non si può fare la Comunione perché il dolore stesso del nostro peccato dovrebbe esigere da noi che si corra prima a confessarsi.
La seconda piccola sottolineatura che faccio è legata alla Comunione sotto le due specie; a me piacerebbe che tutti, sempre, potessero fare la Comunione comunicando al corpo e al sangue di Gesù, sarebbe il segno della partecipazione al banchetto dell’ultima cena e non solo un gesto di Comunione, sarebbe prendere parte per intero al Mistero di Gesù che dice “fate questo”. La praticità ci impedisce di fare questo gesto che però sarebbe davvero molto bello, almeno in alcune feste più importanti.
Dopo che il sacerdote celebrante si è comunicato comincia a comunicare tutti coloro che lo desiderano. Ad ogni singola persona che si accosta all’altare il sacerdote ripete: “Il Corpo di Cristo”, una affermazione che è anche un appello a riconoscere ciò che si accoglie, mentre il comunicando risponde “Amen”. Ciò che mi piace di quell’Amen è l’avere in mente che nel testo dell’Apocalisse è uno dei nomi che Dio attribuisce a sé stesso (Ap 3,14). Dicendo il nostro Amen non stiamo solo dando un assenso con un gesto di fiducia ma ci impegniamo a riconoscere che in quel piccolo pezzo di pane c’è l’Infinito che cerchiamo.
A questo proposito dico sempre che tra qualche anno, quando sarò in pensione, proverò e scrivere due libri, uno sull’antipatia di Gesù (dal Vangelo talvolta esce davvero uno più orso di me), e uno sulle cose buffe che accadono a Messa, il primo esempio che farò sarà quello della signora che all’acclamazione: “il Corpo di Cristo” mi risponde educatamente “Grazie” e poi cerca di comunicarsi attraverso la mascherina. Davvero il modo con cui facciamo le cose dice il livello di consapevolezza che abbiamo, e non lo dico moralisticamente ma per mettere ancora più in risalto che davvero quello che ci fa Gesù è un dono così immenso che comprende anche la nostra ingratitudine, non si ferma nemmeno di fronte alla nostra distrazione!
A questo proposito una notazione pratica, altrimenti andiamo troppo per le lunghe, sulla fatica di alcuni a ricevere l’Eucarestia nelle mani. Posto che, in condizioni normali, la Comunione la si può ricevere sia nel palmo della mano sia in bocca, vorrei solo far notare una cosa, non esageriamo a demonizzare le mani e il loro uso, certo le mani di un laico non sono state consacrate come quelle di un sacerdote ma è anche da tenere presente che le mani sono tra le opere più spettacolari e perfette che il buon Dio ha realizzato per ciascuno di noi, secondo me il Signore non deve essere troppo felice se guardiamo alla sua opera solo come a una cosa indegna e sporca, Gesù come segno d’amore lava i piedi ai suoi discepoli la cosa più sporca e impura. Come solito credo che ci si debba dire che il problema non è tanto il gesto ma la consapevolezza con cui lo si vive.
Che cosa porta alla mia vita il fare la Comunione?
Riconoscendo che lì, nella Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, c’è la fonte della vera vita metto in luce alcune conseguenze:
La prima cosa che sempre mi richiamo è che nel gesto del comunicarci noi ci stringiamo in un rapporto sempre più stretto con il buon Dio ma anche tra noi; non è possibile fare né la Messa né la Comunione per sé e basta, dal gesto di Gesù nasce la Chiesa e dal mio nutrirmi di Lui nasce la mia appartenenza alla Chiesa. Noi non ci saremmo mai incontrati senza il dono di Cristo al mondo. Quanta coscienza e gratitudine per la mia storia nascono dal partecipare del Corpo di Cristo! Alla Comunione la mia testa si riempie sempre di volti e non di parole, quei volti sono il segno che Lui c’è e opera ancora.
Questo mette in luce una seconda sottolineatura: Lui entra nella nostra vita come noi nella Sua, “Chi mangia la mia carne e beve il mio Sangue dimora in me e io in lui” (Gv 6,56 ). Fare la Comunione non ci da solo un’amicizia più grande ma ci rende “Cristofori”, portatori di Cristo, e questo mi pare sia il senso profondo della missione: portare l’annuncio di Cristo al mondo è portare noi stessi, in quanto portatori di Cristo; questo mi pare sia un passaggio da avere sempre presente come frutto del comunicarsi. Anche questo essere pieno di Lui è di una bellezza struggente perché hai coscienza del tuo limite e insieme vedi che Lui ti sceglie non solo per volerti bene ma anche per arrivare ad altri. In questo capisco che l’essere colui che “distribuisce” il Corpo di Cristo ai suoi fratelli è un dono.
Una terza sottolineatura su cui mi piace soffermarmi è relativa al “sangue sparso per molti in remissione dei peccati” (Mt 26,28), fare la Comunione in qualche modo mi purifica dal mio essere peccatore e fragile e mi ridona la consapevolezza di quanto sia bello poter ricominciare sempre.
Quando il sacerdote dopo aver distribuito l’Eucarestia torna all’altare pone le particole avanzate nel tabernacolo, la cosiddetta “riserva eucaristica”. Luogo segnalato a tutti con la lampada rossa che perennemente richiama la Presenza di Cristo e nel contempo fonte di conforto da cui viene attinto il “viatico”, la presenza eucaristica portata a tutti coloro che attraversano una “valle di lacrime” fatta di malattia, sofferenza e dolore perchè il loro cammino sia più saldo e il piede più certo con la consolazione della presenza di Gesù e la compagnia della Chiesa.
Sistemato l’altare, perché dopo ogni banchetto si riordina, il sacerdote ritorna alla sua sede per un momento di silenzio. Un momento per me assai prezioso e chiesto esplicitamente dal messale come momento di ringraziamento e lode per il dono ricevuto. Durante questo momento si possono eseguire dei canti a condizione che tengano presente la natura di questo momento che non è per chiedere e riflettere ma per dire una gratitudine. Tutte le volte che mi siedo quindi mi scatta una domanda: di cosa ringrazi? Così ti accorgi che ogni Messa è diversa dalla precedente, e non smetti mai di vedere che la frase del vangelo o una preghiera o un gesto sono il modo semplice con cui riscopri ciò che desideri e vale.
Terminato il silenzio il sacerdote si alza e invita l’assemblea alla preghiera.
Da questo “preghiamo” e sino alla uscita della chiesa è tutto come all’inizio della Messa ma fatto al contrario. Come a dire che fine e inizio sono parte di un ciclo che chiede di essere sempre ripetuto e collegato perché questo da consistenza al cristiano e alla Chiesa.
Dopo l’invito del sacerdote viene lasciato un momento di silenzio prima che venga recitata l’orazione; come all’inizio il silenzio prima dell’orazione iniziale era perché ciascuno identificasse e mettesse davanti a Dio la propria domanda ora il silenzio serve perché ciascuno possa dire formalmente e personalmente il proprio grazie per il dono ricevuto; poi il sacerdote con la preghiera raccoglie tutte queste lodi e ne fa una che contenga il ringraziamento dell’intera comunità.
La Messa/ sette
Riti CONCLUSIVI
I bambini anche piccoli sanno bene quando sta per concludersi la Messa, o per i canti o perché c’è il prete seduto in silenzio o perché vedono che le persone fanno la Comunione, comunque sia anche noi spesso ci accostiamo all’ultima parte della Messa sapendo che, almeno psicologicamente, siamo un pò come atleti che vedono la fine della competizione, si tratta spesso di arrivare alla fine. Non succede solo ai bambini di vivere l’ultima parte della Messa nell’attesa dell’uscita dalla Chiesa.
E se da una parte tutto questo può anche risultare comprensibile dall’altra non possiamo ridurre questi ultimi attimi a una formalità. Anche in questi ultimi momenti può accadere che Lui si renda presente e incontratile.
Sono quattro le parti che compongono i riti conclusivi della Messa, che, se ci fate caso, sono la ripetizione a rovescio dei riti di inizio, le elenco: gli avvisi, il saluto e la benedizione del sacerdote, il congedo dell’assemblea e il bacio dell’altare.
Cominciamo con gli avvisi, so che qualcuno avrà già pensato: “ma gli avvisi nella mia chiesa si danno prima dell’orazione!”, osservazione vera e giusta ma che ha una ragione pratica: si evita in questo modo di far stare le persone in piedi, specie quando il momento degli avvisi si protrae; questo “stare comodi” nasce sì anche da una attenzione alle persone ma sopratutto dal “bisogno” di un supplemento di attenzione perché gli avvisi stessi non siano trascurati.
Forse qualche purista della celebrazione si potrà chiedere che nesso c’è tra la liturgia eucaristica e la vendita dei fiori o l’appuntamento per le persone della terza età con merenda annessa; la domanda è lecita ed ha una spiegazione semplicissima: continuare nella vita ciò che si è appena celebrato. Quando si fa un incontro vero ci viene spontaneo chiedere quando potrà ripetersi, la Chiesa raccoglie questo desiderio e non si limita a dirci: si ripeterà alla prossima celebrazione ma ci dice, sfidandoci, che l’incontro con Gesù continua nella vita che ci educa. Gli avvisi sono proprio questo: indicarci una strada che ci educa alla fedeltà.
Eccoci quindi al saluto e alla benedizione del celebrante. Il saluto, che abbiamo già considerato nei riti di introduzione, se compare all’inizio come augurio ora diviene richiamo: adesso il Signore davvero è con te, nel tuo cuore; questo ci fa guardare alla nostra celebrazione come a una sorta di cambiamento ontologico, cambiamo dentro, perché ora il Signore è con noi. Dire questo ha una enorme portata sia come coscienza di noi sia soprattutto come senso del cammino: a noi, che abbiamo sempre la preoccupazione di cambiare, il vero cambiamento accade perché accogliamo Lui come dono dentro la vita. Non c’è nulla da compiere o meritare, dobbiamo solo imparare a dire il nostro sì con la radicalità del buon ladrone che chiede il paradiso.
Che cosa aggiungono i tre Kyrie del rito ambrosiano che si dicono subito dopo il saluto del sacerdote? Sono la coscienza del dono ricevuto: “Tu che ti sei donato a me abbi pietà della mia miseria.” Sarà un esempio banale, ma credo che come aiuta me possa aiutare anche voi: è quello che mi accade quando ospito in casa una persona di riguardo, a cui voglio bene, sono così lieto e commosso di quella visita che mi imbarazza anche una piccola cosa lasciata in giro. E per quel piccolo particolare mi vergogno e chiedo scusa. Magari dimenticando che se quella persona è lì non è per la casa ma per me.
Chiedere scusa anche alla fine della Messa è da una parte un gesto davvero fuori luogo perché Gesù si dona senza calcoli e senza dover mostrare meriti, dall’altra è la bellezza di una liturgia umana e non solo divina, un luogo dove l’uomo è dentro tutto per intero, con la coscienza di una povertà che rimane.
Sulla benedizione potremmo dire moltissime cose, in questo la Bibbia è il riferimento reale e autorevole, quello che ricordo dai miei studi remoti è che una benedizione data non può essere tolta e che solo un sacerdote può benedire in nome e per conto di Dio. Con il vangelo di Luca ricordo che la benedizione è da dare sempre a chiunque, anche a chi ci perseguita, perché anche costui è strumento. Il segno della benedizione prima di Cristo era una imposizione delle mani o una semplice parola, con Gesù il segno della benedizione è la croce stessa in quanto segno della salvezza, la vera benedizione della nostra vita. Anche qui si percepisce subito e in modo evidente che allora la benedizione non è un gesto di speranza, un dire bene, quanto piuttosto compiere un gesto che ci ricorda che l’incontro fatto ha il pregio di averci dato una certezza nella vita che nessuno può più strapparci di dosso; abbiamo bisogno di ripetere questa cosa perché ce ne scordiamo e riprendiamo un istante dopo a vivere schiacciati dai problemi della vita e non partiamo più da quel fatto che ci ha dato salvezza.
Quando nelle feste più importanti riceviamo la benedizione solenne è chiarissimo che le parole che vengono dette sono la conseguenza del rapporto con Lui, quello che vorremmo veder fiorire dalla certezza di quella salvezza sperimentata nuovamente.
Il congedo dell’assemblea al termine della Messa è una delle cose che più mi rendono orgoglioso del rito ambrosiano. Nel rito romano la formula di congedo è l’arcinota “ite, missa est”, “andate, la Messa è finita”, formula che dice sia la conclusione che il mandato (missa è derivato da mittere cioè mandare) e da sempre i liturgisti come anche i poveri parroci si devono arrovellare per far capire, attraverso formule talvolta arzigogolate, che la Messa continua come impegno di testimonianza nella vita cercando quindi di rimettere insieme due cose che sono mostrate come distinte, per colpa di una virgola. In tutto ciò il rito di Ambrogio è molto più agile e perciò privo di equivoci: “andiamo in pace”, dove l’invito ad andare non permette di mettere in secondo piano la forza della benedizione appena ricevuta, benedizione che è il vero mandato, e da cui ciascuno prende la via per casa e per la vita. Nel contempo dobbiamo sempre ricordare che la parola pace è, nella liturgia il sinonimo di Cristo, perché “Cristo è la nostra pace” (Ed 2,14). Il congedo ambrosiano: c’è un legame che ci accompagna e che ci consente di non essere mai soli, è l’inizio della missione.
L’ultimo atto della celebrazione è il bacio all’altare. Si tratta per il sacerdote e per i concelebranti di un gesto di saluto ma innanzitutto di un gesto di profonda gratitudine e tenerezza, come si bacerebbe la persona amata. Quello che vi è accaduto rende l’uomo certo del suo destino e pieno dello Spirito che fa desiderare una vita piena e grande per tutti.
Quindi come potrebbe allontanarsi il celebrante se non con un gesto di saluto così?
Se ricordate abbiamo iniziato con un’antica preghiera della liturgia siriaca, provate a riprenderla e vedrete come, e se è cambiata la coscienza con cui la recitate.
Rimani in pace o altare santo e divino del Signore:
non so se tornerò o non ritornerò a te.
Mi conceda il Signore di rivederti
nella celeste assemblea dei santi.
E su questo patto (del Signore)
Io ripongo la mia fiducia.
Rimani in pace altare santo
e propiziatorio,
e il corpo santo
e il sangue del perdono
che da te ho assunto
siano per me espiazione dei delitti
e remissione dei peccati
e per sempre motivo di fiducia
davanti al terribile trono di Dio.
Rimani in pace altare santo
e mensa di vita
e implora per me misericordia
dal Signore nostro Gesù Cristo,
perché da questo momento
e per sempre possa conservare
il tuo ricordo.
Amen
La Messa/ otto
Conclusioni
Qualche tempo fa, nel bel mezzo delle mie riflessioni sulla Messa un’amica mi scrive una cosa del tipo: “Grazie per i numerosi spunti, mi piacerebbe vivere con questa coscienza alla Messa, ma come si fa a tenere presente tutto?”. Se la guardate così la Messa è come un esame in università, devi sapere tutto ed essere preparato ad ogni cosa.
Io non vivo la celebrazione con l’ansia di avere coscienza di tutto, la concepisco molto diversamente, gli appunti che vi ho preparato sono una introduzione ma poi il gesto concreto si muove, per me, con la dinamica dell’incontro: quando incontro una persona non ho nessun desiderio particolare, ho solo voglia che si stia insieme e che sia bello, poi le cose vanno. Se non mi muovessi con questo respiro finirei con il soffocare.
Quindi anche questa conclusione non è un piccolo trattato di teologia ma semplicemente il raccontare come vivo quello che è il gesto più importante di ogni giornata.
Inizialmente avrei chiuso queste pagine raccontando della Messa come di un immenso affresco, un’opera maestosa e articolata. Ben presto ho dovuto riconoscere che l’immagine però non rende, mancava sempre il fatto che questo momento della giornata si presenta sempre uguale e sempre diverso, come è del manifestarsi del Mistero. Poi mi sono reso conto che la Messa per me è proprio come la giornata: quando mi alzo so, bene o male, che cosa vi accadrà ma non so come in essa potrò vederLo. Spetta a me decidere che cosa voglio fare: o cercare la pienezza di me in ciò che accade o mettermi di buona lena per fare il mio dovere e poi tornare a letto aspettando che accada qualcosa che possa cambiarmi.
Ciò che determina la mia Messa è quindi innanzitutto la mia domanda; quando celebro senza aspettare e senza chiedere nulla allora è ben difficile che qualcosa possa accadere e che qualcosa mi colpisca fino a dare luce alle 23 ore e 30 minuti che mi restano della mia giornata. Così la stessa cosa va decisa di nuovo tutti i giorni, non ce lo possiamo risparmiare. E questo vale per la Messa come anche per tutte le cose che compongono la vita intera: per vivere un rapporto che abbia almeno la parvenza del “per sempre” occorre che non ci si stanchi di decidere di nuovo di andare incontro a chi ci ha abbracciato per vedere che cosa accade oggi, lo stesso vale per il lavoro: non tornare a dirsi perché vale la pena di essere in quel posto è il modo migliore per vivere da anestetizzati: senza percezione della lotta che la vita è.
In questo modo è per me uno spettacolo vedere come la “solita” Messa sia in grado di darmi ogni giorno, nuovamente, dei suggerimenti e delle conoscenze nuove, sì perché non solo mi richiama ma devo dire che mi insegna, mi corregge e sprona. Alla faccia della Messa come rito monotono e ripetitivo.
In fondo per secoli la Messa è coincisa con la sola forma di catechesi e di catechismo della Chiesa. San Carlo, per porre rimedio all’ignoranza dei suoi preti non propose corsi di teologia ma semplicemente di studiare il messale.
C’è una seconda considerazione che vorrei lasciare a chiusura di questo lavoro: per vivere la Messa come un rapporto c’è voluto un cammino paziente e non sempre rettilineo. Nel tempo dell’adolescenza avevo smesso di considerare che la Messa potesse dirmi qualcosa, l’incontro con una bella amicizia mi portò a vedere che poteva esserci qualcosa di bello oltre l’atletica, loro, i più grandi, dicevano che quello stare insieme era frutto della presenza di un Altro; io non capivo molto di questo Altro ma li seguivo in tutto perché con loro stavo bene, ne venne che pian piano cominciai a vedere dentro quello che mi accadeva e cominciai anch’io a desiderare di vivere sempre quella amicizia così vera e pure così umana.
Pian piano i gesti che avevo cominciato per non perdere gli amici divennero miei e da allora è stato un crescendo di coscienza e di passione per me e per quello che faccio dentro la mia umanità che spesso non sta al passo con il mio cuore.
Oggi ho la consapevolezza che nel gesto della Messa c’è la sola e vera possibilità di amicizia; rivivere il gesto della Passione di Cristo è il modo più vero per conoscere me e per imparare ad amare gli altri.
Perché tutto questo racconto poco interessante? Semplicemente per dire che la coscienza della Messa procede di pari passo con la consapevolezza dell’io; senza un cammino per la conoscenza di sé non c’è possibilità neppure per la conoscenza del Mistero eucaristico.
Chiudo queste conclusioni con la consapevolezza di aver steso appunti “work in Progress”.
Grazie della pazienza verso la mia povertà e inadeguatezza, spero sia occasione per un voto più proficuo cammino personale.
La Messa/ nove
Bibliografia per approfondire
Non ho nessuna velleità di organicità e di completezza, mi fermo al fatto che il Concilio Vaticano II ha auspicato, oltre 50 anni fa, che la Messa fosse maggiormente conosciuta, suggerisco quindi dei testi “ufficiali” per un approfondimento personale.
Papa Francesco ha svolto un’intero ciclo di Catechesi del Mercoledì sulla Messa, è un impegno che si protrasse per lui da novembre 2016 ad aprile 2017. Si tratta di una quindicina di appuntamenti che associano contenuti ed esperienza, ne viene un utile testo per capire di più ciò che implica il partecipare alla Messa.
Un secondo testo che potrebbe risultare molto utile per approfondire è l’articolo terzo della parte seconda del Catechismo della Chiesa cattolica, siamo nella parte relativa ai sacramenti. Interessante potrebbe essere anche il dare un’occhiata alla parte introduttiva sulla Liturgia.
http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p2s2c1a3_it.htm
Infine vi propongo la possibilità di riprendere le catechesi di Papa Francesco sul Padre nostro, una serie di 16 udienze dedicate a alla preghiera che Gesù ci ha insegnato; il link a cui vi rimando non è quello ufficiale della Santa sede perché non sono ancora state raccolte insieme dal sito del Vaticano. Iniziano il 5 dicembre 2018 e si concludono il 17 aprile 2019.